MASSONERIA, DALLE PATENTI AI FONDAMENTI (1)

Mag 3, 2025 | MASSONERIA

MASSONERIA, DALLE PATENTI AI FONDAMENTI (1)

di Silvano Danesi

Nella Massoneria attuale, le divisioni, con conseguenti scissioni, comprensive di reciproche condanne e anatemi e, a volte, persino di attivazione di tribunali civili, sono raramente il frutto di divergenze relative ai fondamenti; quasi sempre riguardano le patenti e molto spesso sono dovute al possesso di beni materiali, non ultimo allo sterco del diavolo, ossia la pecunia, la quale non olet, perché ciò che è satanico sa bene nascondersi, incipriarsi, persino profumarsi per apparire attraente, affascinante, seducente.

Il vulnus iniziale è la hybris di chi si ritiene il depositario della regolarità che, di fatto, è la sostituzione delle patenti ai fondamenti.

I fondamenti non richiedono un’autorità centrale che si erge a riferimento mondiale, fatta da un papa anglicano che è al contempo il vertice della Massoneria e il re di uno Stato.

I fondamenti richiedono la paziente, costante, ricerca e non l’assoggettamento ad un’autorità autoproclamatasi tale.

Se la Massoneria ha l’ambizione di essere un centro d’unione, deve anzitutto riparare antiche fratture, come quella perpetuatasi a seguito del Congresso di Strasburgo del 1315, con la separazione tra i maestri d’opera, i maestri vetrai, i pittori, gli scultori e i “compagnons”.

Il Compagnonaggio non ha voluto aprirsi ai non operativi ed ha seguito una propria evoluzione, della quale ben poco sappiamo.

Il Massone non è solo un muratore

Tradurre il termine provenzale Maçon, da cui Massone, con muratore, significa ridurre l’area semantica del vocabolo ad un significato deviante.

Maçon ha infatti il significato, ben più connotante il ruolo del Massone, di tagliatore e di costruttore[i]

Il tagliare e il costruire è connesso con il passaggio: dal nomadismo del cacciatore raccoglitore del Paleolitico alla stanzialità dell’agricoltore del Neolitico; dalla pietra scheggiata alla pietra levigata; dal riparo sotto roccia alla maison; dalla foresta alla domus e con la domus alla pratica dell’addomesticamento (ad-domus) dei vegetali e degli animali e, conseguentemente e necessariamente, di sé stesso.

L’essere umano, addomesticando, elabora i concetti di specie, di razza, di qualità; scopre i segreti della natura e ne diviene imitatore; scoprendo la natura scopre sé stesso.

Dimore di legno e di pietra nella civiltà megalitica

“Se – come fa notare Jacques Brosse – la paleontologia ha dato il nome di uomini della pietra ai nostri più lontani antenati, ciò si deve unicamente al fatto che il legno, che essi utilizzarono in misura molto maggiore, è scomparso senza lasciare tracce, mentre le selci scheggiate o levigate costituiscono le uniche vestigia della loro industria. Ma per l’umanità antica, il legno era il materiale per eccellenza, di facile lavorazione e in grado di offrire tante di quelle utilizzazioni che sarebbe inutile enumerarle. Va tuttavia sottolineata la più importante di esse. È col legno che gli uomini costruivano la propria dimora e quelle dei loro dei”. [ii]

I tagliatori di pietre sono i costruttori dei grandi monumenti megalitici, dei quali ci rimangono solo le ossature, mentre poco ci rimane delle parti dovute ai tagliatori del legno.  Monumenti megalitici che testimoniano, come ho scritto nel mio: “Tu sei Pietra”, di una civiltà, anteriore a quella sumerica, che possedeva un sistema di scrittura e anche un sistema di misurazione, la iarda megalitica, pari a 82,966 centimetri (32,64 pollici), che univa lo spazio e il tempo.

Sorge, ovviamente, una domanda: da dove viene una conoscenza così sofisticata?

L’astrofisico Vittorio Castellani, che ha approfonditamente studiato l’evoluzione geologica dell’Europa occidentale, in merito alla civiltà megalitica trae la conclusione che in essa sia confluita una tradizione risalente al nono millennio e riporta, in un suo testo sull’argomento[iii],  l’opinione di W.Muller, secondo il quale, attorno al 5.000 a.C. “appare con sorprendente rapidità in tutta l’Europa atlantica una umanità che conosce l’agricoltura, la ceramica, la pulitura della pietra e l’architettura, che sa smuovere grandi blocchi e prende nome proprio da tale tecnica di costruzione. Pare come se un’ondata di genti, proveniente dal mare, avesse inondato i bordi oceanici del mondo culturale europeo. E poiché non è possibile che i megalitici siano sorti dal fondo dell’oceano Atlantico, rimane per il momento senza risposta il problema della loro origine”.[iv]

La vecchia Europa della Grande Madre

Emerge dalle nebbie della storia una civiltà megalitica vasta, complessa, sulla quale con ondate di migrazioni successive si sono sovrapposte popolazioni indoeuropee provenienti dall’Est.  L’antropologa Marija Gimbutas la chiama la “Vecchia Europa”. I suoi abitanti, principalmente agricoltori e cacciatori, costruivano case rettangolari a più stanze e formavano centri urbani anche dell’estensione di 200 mila metri quadrati.

In questa “Vecchia Europa” non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli tra i due sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili e su tutto vegliava il mito di una Grande Madre, raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità.

Siamo, dunque, in presenza di una società matriarcale, sulla quale gli indoeuropei, pastori-guerrieri si sovrapposero e al posto della Dea Madre, legata alla terra, alla rigenerazione e alla rinascita, misero divinità maschili: dei della guerra e della forza, impositivi, punitivi.

E’ questa una civiltà le cui popolazioni, dopo un periodo che le ha portate a rifugiarsi in alcune enclave ridottissime, hanno ripopolato l’Europa e parte del Nord Africa.

I monumenti megalitici, secondo Charpentier, “rivelano una scienza che gli uomini di scienza della nostra epoca cominciano a riconoscere”.[v]

Corporazioni, ma non solo collegia fabrorum

Fatta, per quanto possibile, chiarezza sull’area semantica del termine Massone, è necessario fare chiarezza anche su un’altra questione essenziale: la corporazione.

Tagliatori di legno e di pietre e costruttori di edifici, i Massoni, non sono, pertanto solo muratori. Nella tradizione vengono definiti antichi, liberi e accettati. La loro antichità è accertata, la loro libertà è storicamente acclarata, il loro essere accettati li definisce come membri di una corporazione, non, come qualcuno vorrebbe, come esterni sapienti accolti nel seno di corporazioni di mestiere. I membri delle corporazioni massoniche antiche erano sapienti in proprio, come attestano incontestabilmente gli edifici che ci hanno lasciato.

E’ del tutto fuorviante la continua insistenza sulla derivazione della Massoneria dai Collegia fabrorum romani.

Le corporazioni muratorie scozzesi disponevano da secoli di una propria leggenda fondativa della quale la documentazione più antica (Old Charges) presenta riferimenti a Euclide, Pitagora e Ermete Trismegisto.

Nel rituale del primo grado del Rito Scozzese, Maestro Segreto, (IV se si considera successivo ai tre della Massoneria Azzurra) si afferma che “è certo che la sua origine si ritrova in Egitto”.

Per quanto anche questa affermazione sia mitologica e non storica, il riferirsi, come alcuni fanno, quasi in modo ossessivo, e per questo motivo, sospetto di parzialità, ai collegia fabrorum, induce in errore grave chi vuole capire con spirito critico.

La “qenebet” degli artigiani egizi.

Come ci testimoniano Enrichetta Leospo e Mario Tosi, nel loro: “Vivere nell’antico Egitto – Deir el Medina, il villaggio degli artefici delle tombe dei re” (Giunti edizioni),  il  villaggio di Deir-el-Medina, in Egitto nei pressi dell’odierna Luxor, il cui nome in egizio era Pa demi, ossia “la cittadina”, costituisce uno dei tre esempi noti di “villaggio operaio” (gli altri sono quello di  Tell el Amarna, l’antica Akhetaton, e di El-Kahum, nei pressi di el-Lashur) ospitante gli artigiani e, in genere, le maestranze preposte alla realizzazione e manutenzione delle tombe degli antichi Re della XVIII,XIX e XX dinastia. Si tratta, in questo caso, delle tombe della Valle dei Re.

L’attività di queste maestranze si è svolta per oltre quattro secoli, dal 1540 a.C. al 1070 a.C.

Le maestranze, suddivise in squadre da 60 unità ciascuna (con termine marinaro chiamate “iswt”), raggiungevano il luogo di lavoro percorrendo un sentiero (ancora oggi esistente e percorribile)

Le squadre prestavano servizio per una “settimana” di dieci giorni.

Doveva trattarsi di una comunità abbastanza cosmopolita tanto che, su una popolazione maschile lavorativa di circa 100 unità, sono stati riscontrati 30 nomi palesemente stranieri e ben 16 fra templi e cappelle dedicate a divinità locali.

Considerato che gli uomini erano costantemente lontani dal villaggio per gran parte dell’anno, Deir el-Medina doveva essere una comunità principalmente femminile. È interessante rilevare che il livello “scolastico” di tale comunità era elevato: di certo si doveva prevedere, oltre ai normali lavori domestici, il mantenimento del villaggio nel suo insieme anche dal punto logistico e di approvvigionamento cui era intimamente collegato il discorso economico. Sono note, inoltre, le professioni di alcune di tali donne, che spaziano dalle “cantatrici” alle “sacerdotesse” dedicate a vari culti e doveva essere alta anche l’alfabetizzazione riscontrabile dai molteplici “ostraka” rinvenuti ed identificabili come messaggi inviati ai mariti lavoratori alla Valle dei Re. Anche il livello di emancipazione doveva essere garantito, se Naunakhe, vedova dello scriba Kenhekhepeshef, poteva disporre dei beni del marito per la distribuzione ai suoi figli di quanto di spettanza.

Per avere un’esperienza simile, con tutte le opportune differenze, a quella del cantiere massonico medievale, dobbiamo, dunque, spostarci a Pa Demi in Egitto, nei pressi della Valle dei Re e della Valle delle Regine, nel tempo del Nuovo Regno.

Pa Demi è la città dei costruttori delle tombe dei faraoni, denominate “Sede della Verità”.

I numerosi reperti ritrovati a Pa Demi e la tomba del capo della squadra Kha e di sua moglie Merit, ritrovata intatta e conservata a Torino, consentono di avere un’idea precisa dell’organizzazione del cantiere.

“L’organizzazione del lavoro nella necropoli reale – scrivono Enrichetta Leospo e Mario Tosi – era particolarmente precisa e accurata. Al vertice c’erano i capisquadra (due persone) e gli scribi della tomba (due); seguivano gli idenu (due), gli uomini della squadra (gli operai, da quaranta a sessanta),  i guardiani della tomba (due), i custodi della porta della tomba (due) e i servi della tomba”. [vi]

I capisquadra erano i membri più autorevoli del tribunale della corporazione artigiana, la qenebet, del quale erano i presidenti.

“Gli operai – aggiungono i due autori – formavano una squadra suddivisa in parte a destra e in parte a sinistra, e ciascuna parte aveva un capo….  Un capo operaio era in grado di fare un progetto per la stele del sovrano. Il suo titolo (hery ist, capo squadra) era limitato alle iscrizioni geroglifiche sui monumenti in pietra e nelle tombe; nei documenti amministrativi il suo equivalente era aa en ist, grande di squadra”. [vii]

Gli scribi registravano le attività e la parte amministrativa. Della squadra facevano parte anche i meneh, adolescenti, cioè apprendisti. La promozione di un adolescente a uomo della squadra era decisa dal visir su proposta dello scriba. Anche i servi erano divisi tra parte destra e sinistra e dipendevano dagli scribi.

I custodi della porta della tomba, il cui titolo era iry – aa (appartenenti alla porta) erano due, uno per ogni parte della squadra; non facevano parte della squadra e fungevano da messaggeri tra la squadra e le autorità esterne.

“Gli idenu, come rappresentanti dei lavoratori – scrivono Leospo e Tosi – erano intermediari tra questi e i capi; essi ricevevano dagli scribi della tomba le varie forniture destinate alle squadre, come pani, pesce, stoppini, legno, carboncini, gesso”. [viii]

I guardiani della tomba non facevano parte della squadra e avevano il compito di custodire il magazzino della necropoli.

Non è chi non veda molte somiglianze con alcune funzioni previste negli antichi statuti massonici e negli Statuti Generali ottocenteschi, ancora in vigore, anche se alcune di esse (esempio: i serventi) sono cadute in disuso.

Il declino dell’Egitto faraonico comportò anche il declino delle corporazioni. “Un rapporto della corporazione degli incisori di geroglifici della città di Ossirinco, risalente al secondo secolo d.C. , lamenta il declino delle vecchie tradizioni: la gilda contava soltanto cinque membri, e non aveva apprendisti che portassero avanti al professione”. [ix]

Gli Aes Dana e i celtici “Fratelli di mestiere”.

Uno degli esempi più significativi che stanno alla base delle Fratellanze di mestiere è quella celtica relativa al fosterage, della quale si trova la descrizione nella Cain Iarraith (“the law of the fosterage fee”), testo di cui sono pervenuti solo alcuni frammenti, pubblicati nel Corpus Iuris Hibernici.

Dell’argomento ha trattato con competenza e con precisione il collega Matteo Passeri, cofondatore della Gran Loggia Druidica d’Italia, nel suo: “La giustizia dei Celti- Lo spirito della Brehon Law”: testo dal quale traiamo le notizie che seguono.

La Cain Iarraith tratta del corretto trattamento dei bambini affidati in “fosterage” e del compenso spettante alla famiglia affidataria (fosterparents).

Il bambino, in base alle sue inclinazioni, veniva affidato ad una famiglia in grado di educarlo al meglio. Il bambino cresceva pertanto con i suoi foster father, foster mather e foster brothers con cui sviluppava rapporti anche più intensi rispetto a quelli della famiglia di origine.

I legami contratti con il fosterage davano origine a vere e proprie fratellanze di mestiere.

Va inoltre considerato che i massoni, liberi e itineranti, condividono con gli Aesdana e con i Druidi la libertà di movimento.

“L’élite intellettuale ed artistica – fa notare Ward Rutherford – godeva di una posizione analoga a quella dell’aristocrazia e a questa élite gli irlandesi davano il nome di Aesdana, il popolo dell’arte, di cui facevano parte artisti, poeti, storici, uomini di legge e di medicina. Gli Aesdana possedevano anche il privilegio, non sempre accordato all’aristocrazia, di attraversare le frontiere tribali senza dover richiedere alcun permesso”.[x]  Gli Aesdana, “uomini d’arte” come fa notare Riccardo Taraglio, non solo avevano specializzazioni tipiche di chi frequentava scuole druidiche, ma erano spesso Druidi. “Infatti – scrive Taraglio, citando Stuart Piggot – questi Aesdana, “gli uomini dalle doti speciali”, erano gli stessi Druidi che, essendo una classe sacra, potevano viaggiare liberamente da una tribù all’altra senza restrizioni”.  [xi]

Aesdana e Liberi massoni sembrano condividere lo stesso status, la stessa formazione di uomini d’arte e dalle doti speciali, la stessa totale libertà. Non è impossibile, anzi è assai probabile, che i Liberi massoni fossero gli Aesdana stessi, passati attraverso le strette vie imposte dalla dominazione culturale cristiana.

 

Se la suddivisione tra costruttori del legno e costruttori della pietra appare falsificante della realtà, in quanto le costruzioni del Neolitico, come s’è detto, ci hanno lasciato testimonianza solo della parte litica, ma le tracce rinvenute ci dicono che vi erano importanti parti in legno, tale suddivisione è altrettanto falsificante per le costruzioni delle epoche successive, fino a giungere a quelle medievali ove, tuttavia, troviamo una traccia assai utile al nostro lavoro di identificazione delle radici dei riti forestali e dei rapporti tra carbonari e massoni.

 

I Culdei, maestri d’opera

 

Nel 1017 i monaci di Iona, ossia i monaci colombani, seguaci di San Columba, furono espulsi dalla Scozia dal Re Nechtan e il loro posto fu preso dai Culdei d’Irlanda che sembra seguissero la stessa tradizione. I Culdei in Scozia rimasero a lungo: quasi quattrocento anni. Non si trova più menzione dei Culdei in Scozia, infatti, solo dopo il 1382. Culdei sono i monaci-druidi che troviamo anche a York al tempo di Atelstano.

I monaci Culdei sono eredi del monachesimo irlandese, ossia Druidi irlandesi che si convertirono al cristianesimo per salvaguardare l’antica tradizione e che fondarono centri di cultura importanti, come Bangor (Droichead na Banna, 559 d.C.), dove studiavano circa 3 mila monaci e dove veniva conservata la conoscenza di testi greci e latini.

I Culdei, che avevano mantenuto lo spirito e la tradizione celtici, erano abili costruttori e avevano uno stile architettonico e dei metodi costruttivi originali, ma i loro edifici erano completamente costruiti in legno.

Culdei, nome derivante da Kaledeus de Cella, ossia “servitori di Dio” (una corruzione di Kelt-De) o ancora di Kile Dove, “amici di Dio”, era il modo con il quale erano chiamati i Fili irlandesi, eredi dei Druidi, i quali avevano assommati in sé le tre funzioni di Druida, Bardo e Ovate.

“Nei primi secoli della nostra era – scrive Arz Bro Haoned – nella Gallia romanizzata i Collegia, raggruppamenti di carpentieri, erano diretti dai «Carpidii»[xii], maestri celtici della tradizione forestale, i quali, nel contesto dell’epoca, non potevano che essere Druidi inseritisi nelle organizzazioni dei costruttori”. [xiii]

Interessante notare che nel 290 d.C., “una prima carta [legge fondamentale] dei costruttori dell’Impero Romano fu pubblicata a Verolamion (St Alban) emanata da Carausius[xiv]governatore della Gran Bretagna e dal Belgio”. [xv]

“I Druidi-ovati-maestri d’opera – asserisce Arz Bro Haoned – divenuti Culdei ricostruirono comunità di operai che trovarono lo stesso status di prima del cristianesimo celtico. Non è che un seguito del periodo precedente, con la stessa filosofia di prima, tinta d’una colorazione cristica che, secondo la nostra percezione, non apportò nulla di più”. [xvi]

“Il termine Culdei – aggiunge Arz Bro Haoned – è applicato sia ai Druidi-ovati-maestri d’opera, sia a tutti coloro i quali partecipavano sotto la loro direzione all’atto di costruire, riuniti nella medesima comunità. In seguiti, solo quando i costruttori Culdei raggiunsero i monasteri celtici si parlò di «monaci Culdei» in Gran Bretagna e in Gallia”. [xvii]

“A riguardo delle informazioni raccolte sui Culdei – conclude in proposito Arz Bro Haoned – a noi sembra possibile considerarli come «corporazioni» dirette da Druidi-ovati. Queste organizzazioni avevano come scopo di assicurare alcune funzioni liturgiche, d’insegnamento e d’artigianato. Chiamate anche «Gens d’Art», le corporazioni comprendevano forestali, fonditori, tagliatori di alto fusto, fabbri, carbonai e ovviamente carpentieri”. [xviii]

Tali corporazioni avevano sette gradi di iniziazione e un rituale culdeo è arrivato sino a noi a testimoniarne uno. Eccolo riportato da Arz Bro Haoned.

“La consacrazione culdea è conferita dal Druida che impone il suo torq dopo un’elevazione destinata a caricarlo di sovranità divina, grazie allo spirito di Taranis, e che recita la seguente formula: «O Dio dall’ampio sguardo, vedi a chi noi imponiamo oggi il torq, vedi il servitore  che noi abbiamo chiamato per servire da guado tra te e gli uomini, invia su di lui lo Spirito di Taranis, che egli sia fortificato dai sette doni della tua sovranità per eseguire fedelmente il suo compito e che si sforzi di vivere secondo lo Spirito»”. [xix]

Il rituale culdeo ricordava, secondo Arz Bro Haoned, la rigenerazione ciclica del Kernunnos.

Rebus sic stantibus parrebbe ben indicata la linea di trasmissione iniziatica e sacerdotale dai Druidi alle corporazioni di Genti d’Arte, che non erano altro che gli Aes Dana.

Di grande interesse, ai fini della ricerca tradizionale, è il rapporto tra l’Irlanda e l’Egitto.

Nel Medioevo l’Irlanda venne fortemente influenzata dall’Egitto. “Le antichissime leggende gaeliche – scrive Gardiner – tramandano che i sommi sovrani d’Irlanda sorsero in due riprese fra la XVIII e la XXVI dinastia dei Faraoni d’Egitto, unitamente allo sviluppo delle tecniche di agricoltura ad opera dei sacerdoti sino almeno al 570 a.C.”. [xx]

La XVIII dinastia è quella di Akhenaton, il riformatore religioso che diede avvio al monoteismo e la XXVI è quella saitica. “Fu per il tramite di due matrimoni regali fra il popolo scita e quello egizio – scrive ancora Gardiner – che la civiltà scoto-gaelica avrebbe avuto inizio. Il primo avvenne nel 1360 a. C., quando Niul, principe di Scitia e governatore supremo del Capacironto presso il Mar Rosso, aveva impalmato la figlia del faraone Smenkhkare, che nella lista dei re compilata da Manetone compare come Achencheres. Grazie a questa unione la figlia del faraone era diventata principessa di Scizia, assumendo il nome di Scota, vale a dire «conduttrice di genti»”. [xxi]

Va notato che la Scizia è una vasta regione che si affaccia sul Mar Nero e che gli Sciti sono parenti stretti dei Celti. “Ad essere precisi – aggiunge Gardiner – il vero nome del faraone era Smenkh-ka-ra (“vigorosa è l’anima di Ra”). Alternativamente, poiché Ra era il dio del sole della Casa della luce di Heliopolis, chiamato anche On, Smenkh-ka-ra poteva anche essere chiamato Smenkh-ka-on, presentando la stessa chiusura fonetica di Aaron. Nelle antiche cronache irlandesi si legge che per virtù di questo matrimonio «Niul e Aronne strinsero un’alleanza e divennero amici». I testi proseguono affermando che Gaedheal (Gael), il figlio della regale coppia, nacque in Egitto «nel tempo in cui Mosè cominciò ad agire come un capo popolo nei confronti dei figli di Israele». Poiché il Mosè rinomato (Moses erede reale) era il fratello di Aronne – come documentato nell’Antico Testamento in Esodo 4:14 – a partire dagli anni Trenta, grazie ai lavori di Freud e Breasted, molti ricercatori hanno cominciato a ritenere che Mosè possa essere identificato con il faraone Akhenaton, diretto discendente di Thutmosi III”. [xxii]

Un riferimento storico si ha riguardo ai copti, sicuramente ultimi eredi della sapienza egizia antica. “Un libro irlandese dell’ottavo secolo sulle vite dei martiri ricorda «i sette santi monaci egiziani che riposano a Disert Ulaidh». Monaci copti, come questi che si stabilirono in Irlanda, possono aver giocato un ruolo formativo nella prima Chiesa irlandese, che con i copti condivideva l’importanza attribuita al monachesimo e all’austerità”. [xxiii]

I monaci Tironesi

Una traccia importante è costituita dalla presenza dei monaci Tironesi.

Re Davide di Scozia chiamò in Scozia i monaci Tironianensi o Tironesi, (probabilmente di origine colombaniana, ossia seguaci di San Colombano, quindi di impostazione monacale irlandese) a costruire le cattedrali scozzesi. Alla loro opera si devono le cattedrali Arbroath (1178), Kilwinning (1140) e, più tardi, la Cappella di Rosslyn (1446).

I Tironesi, così chiamati dalla località di Tiron o Tyron o Thiron ove avevano la loro abazia fondativa, erano specializzati nella costruzione in pietra.

I mestieri della foresta

Un’interessante via per ricercare non le patenti, ma i fondamenti, riguarda i riti forestali, per affrontare i quali Blanchet , parte da un’analisi della società clanica, tipica del mondo celtico. “Le attività pre-industriali di questi clan erano perfettamente determinate dalla stessa foresta e si concentravano su tre mestieri molto comuni: il bosco, il carbonaggio e la metallurgia”.[xxiv]

La metallurgia è attività che si sviluppa con l’avvento delle età del Bronzo e del Ferro, ossia con la fine del Neolitico e alla metallurgia possiamo affiancare, più in generale, l’arte della trasformazione dei minerali. Tra queste arti, abbiamo, ad esempio, quella della lavorazione della silice in vetro e non è un caso che a trasmettere i segreti degli antichi riti forestali al signore di Bouchesne sia un vetraio.

“Si può ammettere – scrive René Alleau – l’esistenza arcaica di una «metallurgia sacra», della quale la scoperta fu comune all’umanità nei suoi rapporti con la natura, come lo era stata quella del fuoco”. [xxv]

L’arte della trasformazione del mondo minerale tramite il fuoco-legno corrisponde alla naturale trasformazione degli elementi minerali tramite il legno-acqua, ossia l’albero, grazie all’intervento del fuoco-sole.

L’albero è il maestro dell’acqua e della pietra. L’uomo è il maestro del fuoco e del legno.

La metallurgia e più in generale l’arte di fondere i minerali per ricavarne nuove sostanze utili alla costruzione è opera dell’uomo che si connette con il mondo alchemico e non è un caso che la leggenda massonica di Hiram sia costruita nel XVII secolo.

I segreti della metallurgia, considerata arte sacra, sono poi sfociati nell’alchimia spirituale. Il fabbro alchimista, come Tubal Cain, è custode  di un sapere antidiluviano e nelle società tradizionali il mestiere del fabbro viene subito dopo quella dello sciamano; ha poteri di guarigione e di predizione del futuro; ha il «potere del fuoco», ossia della trasformazione.

segue

 

 

[i] Maçon deriva dal latino màcio, dal significato di diminuire, smagrire e lo troviamo nel tedesco antico come Mezzo, Mëizzo, Metz, sostantivo derivante dal verbo Meizan, dal significato di intagliare. Il gotico ci restituisce maitan, dal significato di tagliare, mozzare.

Riguardo alla seconda derivazione etimologica, Andrea Cuccia, nel suo: “Gli albori della Massoneria” fa derivare il termine massone dall’indiano mazzaer, ossia templario, fabbricatore di templi, composto da maz (tempio) e dalla desinenza er, indicante la casta.

Nel francese antico, mas, derivante dal latino medievale mansum, come il maso italiano, è una costruzione di pietra e di legno: una fattoria con coltivo.

In francese la casa è maison, dal verbo latino manere: rimanere, restare in un luogo.

Un’ulteriore derivazione etimologica fa di maçon il costruttore, derivato da  *makôn « costruire, fabbricare», da cui l’olandese «fare », simile al tedesco machen e all’inglese make, con il medesimo senso. Anche: operaio addetto alle costruzioni, del quale il mastro (maestro) o capomastro è anche sinonimo di architetto.

Il concetto di mas, maison, è molto simile a quello di dimora, derivante dal verbo latino dimorari, fermarsi in un luogo, abitare.

Domus ha una derivazione dal sanscrito Dam-as (casa) ove la radice *dam ha affinità con la più breve *dâ, dal significato di legare, mettere insieme [materiali da costruzione].

Da domus abbiamo l’iperbole domus dei, casa di dio, ossia duomo.

[ii] Jacques Brosse, Mitologia degli alberi, Bur

[iii] Vittorio Castellani – Quando il mare sommerse l’Europa – Dal mistero dei Druidi ad Atlantide – Ananke – Torino – 1999.

[iv] Vittorio Castellani, op. cit.

[v] Louis Charpentier – Les géants et le mystère des origines – Ed. Laffont

[vi] Enrichetta Leospo-Mario Tosi, Vivere nell’antico Egitto, Giunti

[vii] Enrichetta Leospo-Mario Tosi, Vivere nell’antico Egitto, Giunti

[viii] Enrichetta Leospo-Mario Tosi, Vivere nell’antico Egitto, Giunti

[ix] Gerard Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[x] Ward Rutherford, Tradizioni celtiche, Tea

[xi] Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia, Ed. Dell’Acquario – la citazione è da: Stuart Piggot – Il mistero dei druidi. Sacri maghi dell’antichità, Newton Compton  pag. 39-40.

[xii] Il carpidio è il fiore o la foglia facente parte del fiore metamorfosata e modificata con funzione riproduttiva.

[xiii] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris

[xiv] Marco Aurelio Carausius

[xv] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris

[xvi] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris

[xvii] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris

[xviii] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris

[xix] Arz Bro Haoned, Héritage oublié des druides, Édition Véga, Paris

[xx] Gardiner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton

[xxi] Gardiner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton

[xxii] Gardiner, I segreti dell’arca perduta, Newton Compton

[xxiii] Gerad Russel, Regni dimenticati, Adelphi

[xxiv] Régis Blanchet, La Rèsurgence des Rites Forestiers, Les Éditions de Prieuré

[xxv] René Alleau, La science des symboles, Payot

Silvano Danesi

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