IL COGITO-COGITOR NELLA CAPPELLA SISTINA

Mar 24, 2023 | FILOSOFIA

© Silvano Danesi

La locuzione cogito ergo sum, normalmente e impropriamente tradotta con: «penso quindi sono», è la formula con la quale Cartesio esprime la certezza indubitabile che l’essere umano ha di sé stesso in quanto soggetto cogitante.

È famosa la variazione introdotta dal teologo Karl Barth all”asserto cartesiano: Cogitor, ergo sum, «sono pensato (da Dio), quindi sono».

Cogito deriva da cum-agito, quindi esprime un concetto che ha il significato di un agitarsi interiore più simile all’ardore vedico, al tapas, che al pensare.

Il tapas è l’ardore di cui si parla nei Rig Veda; è il fuoco che anima la conoscenza: una specie singolare di conoscenza, che coincide con la gioia sorgente dal fondo del Sé.

“Per sapere – ci suggeriscono i Veda nella sintesi che ne trae Roberto Calasso – occorre ardere. Altrimenti ogni conoscenza è inefficace. Perciò occorre praticare l’«ardore», tapas“.[1] E la conoscenza, supportata dall’ardore, ha, come ci insegna la saggezza vedica, il primato rispetto ad ogni altra via di salvezza. Vita e conoscenza danzano assieme.

Nel Rig Veda è scritto:

1 – All’inizio non c’era essere, né c’era non essere.

Che cosa ricopriva l’insondabile profondità delle acque

e com’era e dov’era il riparo? Non c’era l’atmosfera

né, al di là di essa la volta celeste.

2 – Non c’era morte allora, né immutabilità.

Non c’era giorno. Non c’era notte.

Quell’Uno viveva in sé e per sé, senza respiro.

Al di fuori di quell’Uno, c’era il Nulla.

3 – C’era oscurità, all’inizio, e ancora oscurità,

in una imperscrutabile continuità di acque.

Tutto ciò che esisteva era un vasto Vuoto senza forma.

Quell’Uno era nato per la potenza dell’Ardore.

4 – All’inizio sorse l’Amore, che era il primo seme della Mente.

Scrutando nei loro cuori i sapienti scoprirono, con la loro saggezza,

il legame tra l’essere e il non-essere.

5 – Chi veramente sa? Chi potrebbe dire quando ci fu questa creazione?

E quale ne fu la causa?

Gli dei vennero dopo la sua emanazione.

Chi dunque può dire donde essa ebbe origine?

6 – Colui dal quale la creazione provenne,

può averla decisa egli stesso. Oppure no.

Colui che vigila nell’alto del cielo forse ne conosce l’origine. E forse no.

Sento dentro di me tapas, l’ardore, il fuoco che anima la conoscenza, quindi mi conosco e sono. Con Karl Barth potremmo dire: mi sento emanazione del fuoco che agita la conoscenza, quel fuoco sempre vivente di Eraclito che anima la conoscenza del Tutto.

Pensare deriva da pensum, il peso della quantità di lana assegnata giornalmente alla schiava da filare ed è connesso ad un’azione (il filare) ed è estensivo di pendere, pesare.

Il pensiero, pertanto, è già l’evidenza ponderale di qualcosa di imponderabile. Il peso è gravità, quindi corporeità, materialità, spazio tempo.

Pensare è già qualcosa di pesante.

Non a caso Cartesio ha usato cogito, altrimenti la sua locuzione poteva essere intesa come peso (sono corpo, quindi sono).

Nell’Antico Testamento è scritto: “Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso”. (Sapienza 11,20).

L’azione del disporre la realtà avviene con misura (spazio), calcolo (proporzioni) e peso (gravità).

Se torniamo ai Rig Veda, notiamo che “quell’Uno viveva in sé e per sé, senza respiro” e che “era nato per la potenza dell’Ardore”.

Nelle traduzioni di Franco Rendich dell’inno vedico troviamo alcuni concetti essenziali.

Prima dell’inizio, ossia della nascita dell’Uno, Eka per la potenza dell’ardore Tapas, esiste un’insondabile profondità di Acque Na oscure, tenebrose, il Nulla (nessuna cosa), un Vuoto senza forma.

Analizziamo questi concetti alla luce delle radici indoeuropee con le quali gli inni vedici sono stati formulati.

Na sono le Acque scure e insondabili, che contengono una luce increata Ka, dal significato di Acque luminose, luce e anche felicità. Potremmo definirla la Vera Luce.

Eka, l’Uno, derivante da e, rafforzativo di i (andare, da cui in latino ire) è il muoversi delle Acque Luminose Ka ed è la sintesi delle sostanze luminose che costituiscono l’universo.

Eka, l’Uno, è detto anche Hiranyagarba, il germe luminoso.

Garba è il seme, portato hira dalle Acque n in cui si trova ya.

L’Uno esce dalle Acque scure e insondabili in cui si trova come Acque Luminose Ka in movimento e.

Questo accadimento, dal quale deriva un inizio, l’inizio dell’Uno, avviene a causa di un ardore Tapas, il quale non fa nascere solo l’Uno Eka, ma anche Rta, la Legge divina e Satya, la Verità.

La t di Tapas, il cui significato è moto della luce che passa oltre, che va al di là, è connessa ad As, dal significato di essere. L’essere As è pertanto l’effetto a di un moto della luce t.

Che cosa è il Nulla, quel vuoto senza forma del quale scrivono i sapienti vedici?

“Se consideriamo il fonema Na come il simbolo delle Acque indifferenziate – scrive in proposito Franco Rendich – possiamo dedurre che fu da esso che nacque il concetto di negazione, Na, e di conseguenza quello di Nulla a causa dell’impossibilità di riconoscere al loro interno alcun ente (non ente, niente) o alcun uno (non-uno, nessuno). Soltanto con un secondo tempo, con l’apparizione della luce nelle acque Ka, il pensiero indoeuropeo avrebbe riconosciuto al loro interno il primo Essere, Eka, l’Uno: «luce Ka che sorge e dalle Acque»”. (…). E come nelle Acque notturne, Na, era nato il concetto del negativo, allo stesso modo dalle Acque luminose sarebbe nato il pronome interrogativo Ka, per identificare l’«Uno» (chi?) o l’«Ente» (che cosa?), che erano nascosti nel profondo delle acque ricoperte di tenebre. […]. La relazione tra le Acque cosmiche, l’Uno e il Nulla, appare ora chiara. Il Nulla, Na…, rappresenta le Acque viste nel loro aspetto imperscrutabile, mentre l’Uno, Eka, rappresenta le stesse Acque viste nel momento del sorgere della Luce al loro interno. Luce «creatrice», in quanto rende visibile e riconoscibile l’intero universo”. [2]

Potremmo definire il Nulla come “nero luminoso”, ossia quella tenebra che contiene la luce creatrice, la quale esce per manifestarsi nell’Uno.

Nella fisica quantistica il Nulla è un vuoto inteso come la situazione in cui non ci sono particelle, le quali sono eccitazioni del campo.

Il Nulla non è assenza di qualcosa, ma solo una configurazione possibile.

Il concetto di eccitazione richiama quello vedico di Tapas, ardore.

“L’idea di un vuoto quantistico – scrive James Owan Weatherall – (…) è fondamentale e spiega l’importanza di alcune sue proprietà così sorprendenti da far sfumare ulteriormente una distinzione un tempo nettissima: quella tra il «qualcosa» e il «nulla». (…). Lo spazio vuoto non è semplicemente un palcoscenico su cui va in scena la fisica della materia, ma un’entità dotata di una struttura propria interessante e complessa quanto la struttura della materia stessa”. [3]

L’immagine intuitiva del vuoto o campo quantico zero è “quella – scrive James Owan Weatherall – di un mare che ribolle di attività, o meglio ancora di possibilità, dato che le fluttuazioni riguardano ciò che potrebbe accadere all’atto della misura e non eventi reali in senso classico”.[4]

Ritorna l’immagine delle Acque primordiali Na (campo) che contengono le Acque luminose Ka (possibilità) che danno vita ad Eka, l’Uno a causa di un’eccitazione inflazionata (inflatone). [5]

Nel Rig Veda è scritto: “All’inizio sorse l’Amore, che era il primo seme della Mente”.

L’etimologia della parola amore risale al sanscrito kama (desiderio, passione, attrazione). Anche il verbo amare risale alla radice indoeuropea ka da cui (c)amare cioè desiderare in modo integrale, totale.

Kama è l’insopprimibile desiderio manifestativo strettamente correlato a Tapas, l’ardore. Un concetto che troviamo espresso nelle Triadi bardiche

Nella quinta Triade è scritto: “Tri thystion Duw am a wnaeth ag a wnà; gallu anfeidrol, gwybodaeth anfeidrol, a chariad anfeidrol; gan nad oes nas dichon, nas gwyr, ag nas mynn y rhain2.

Tre testimonianze di cio che il Demiurgo ha fatto e fa: la sua potenza infinita, la sua conoscenza infinita e il suo amore infinito; poiché non possiamo sapere il desiderio del suo impegno.

 Qui troviamo la presenza di un concetto indoeuropeo ben esplicitato nel vedico Kama: desiderio, misterioso elemento attivatore della volontà manifestativa dell’Oiw, o se si vuole, dell’Archè, del Tao e, in termini moderni, del vuoto quantico.

Eraclito scrive: “Questo cosmo, ché è il medesimo per tutti, non lo fece nessuno degli déi né degli uomini, ma semplicemente era, è, e sarà fuoco sempre vivente, che si accende si spegne secondo giusta misura”. (Eraclito DK Fr B 30).

Amore è chariad, ossia un volgersi verso.

Ecco il volgersi verso che troviamo, iconicamente espresso, nella Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti.

L’Amore, dicono i Veda. È il primo seme della Mente.

Ed eccoci ritornati al cogito. Nella sua mente Cartesio sente l’agitarsi del tapas, di un fuoco della conoscenza, che è, per lui filo-sophos, amore per sophia, la sapienza divina.

Sentirsi cogitato (cogitor) non significa sentirsi pensato, ma invaso d’ardore e d’amore, ossia sentirsi germe di un Tutto che sta in un Tutto, pur essendo emanato e, quindi individualizzato.

Se analizziamo l’opera di Michelangelo nella Cappella sistina, possiamo trovare, in immagini, gli stessi concetti.

Un’intelligenza divina sta in un cervello, quindi in una Mente, abbraccia una donna, Sophia (la Donna dei Fedeli d’Amore) e, allungando il braccio oltre il cervello, ossia proiettandosi (progetto), indica.

L’allungare il braccio è un volgersi verso; è chariad, amore.

L’indicare è fornire un’indicazione; è un informare, un trasferire i codici e i criteri e anche un dare forma.

L’indice divino non tocca l’indice di Adamo. Se lo taccasse Adamo non sarebbe individuo e conseguentemente libero.

Nell’emanare (far scaturire, far sgorgare) l’essere umano, il Tutto si volge verso di lui (chariad, kama, amore) e gli trasferisce i criteri manifestativi, che sono Tapas, Kama, Rta e Satya ) Ardore, Amore, Legge e Verità).

Ed ecco che cogito e cogitor sono un unico ardore: l’ardore del Tutto che si conosce nella manifestazione (lo specchio di Dioniso) e l’ardore della particella del Tutto che si conosce volgendosi (chariad, kama, amore) al Tutto.

C’è un’ultima questione nel rapporto cogito-cogitor che Michelangelo ci consegna con evidenza iconica: la libertà.

L’indice divino non tocca l’indice umano. Se i due indici si toccassero l’umano non sarebbe emanato: distinto, ma non separato.

La distinzione dell’essere umano è la sua libertà. La non separatezza consiste nell’essere emanato con gli stessi criteri del Tutto: Tapas, Kama, Rta, Satya.

Il sentirsi pienamente individuo e pienamente non separato è dovuto a quel cogito, a cui corrisponde il cogitor, che attiva la conoscenza dei criteri e il conoscersi pienamente dell’umano nel divino e nel conoscere pienamente il divino nell’umano. Conoscenza che è la vera libertà.

Cogito-Cogitor, ardore, fuoco semprevivente.

 

[1] Roberto Calasso, L’ardore, Adelphi

[2] Franco Rendich, L’origine delle lingue indoeuropee, Palombi Editore

[3] James Owan Weatherall, La fisica del nulla, Le scienze

[4] James Owan Weatherall, La fisica del nulla, Le scienze

Silvano Danesi

Silvano Danesi

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