È il destino dell’ingiusto che persegue Hýbris e Isfet
di Silvano Danesi
L’orrore che esce dalle migliaia di documenti relativi al finanziere pedofilo Jeffrey Epstein ci induce a porre la domanda relativa al destino che spetti agli autori di queste efferatezze.
Non si tratta del destino relativo alla loro vita in questo mondo, essendo la loro esecrabile vita posta ai margini dell’umanità e collocata nel mondo di chi coscientemente persegue la hýbris.
La giustizia degli umani li dovrebbe perseguire consegnandoli alla morte, al disprezzo e alla damnatio memoriae, ossia alla cancellazione di ogni traccia che li riguardi in quanto umani. Rimanga, invece, per sempre, la memoria dei loro crimini.
La domanda relativa al destino di questi immondi esseri umani, ammesso che lo siano (e questo è un argomento non secondario da affrontare) riguarda la loro essenza, ossia la sopravvivenza del loro essere individuale, di quello che, in altri termini, possiamo chiamare il loro Sé.
Una risposta possibile ci viene dalla tradizione egizia della psicostasia, ossia della pesatura del cuore.
Per gli antichi egizi, il cuore animico Jb, corrispondeva in un essere umano incarnato e vivente con il cuore Haty (quello che pulsa nel petto) ed era la sede di Sia (l’informazione totale intelligente e cosciente) dove la Sia individuale era particella della Sia universale, che oggi junghianamente possiamo chiamare il Sé.
L’incarnazione avviene con il dimorare di Sia-Hu (Sia in azione Hu) nel cuore.
Il cuore animico corrisponde, in un essere umano incarnato, al cuore materiale pulsante (la pompa del sangue della vita).
L’essere divenuto umano (humus – terra) compie il suo percorso terreno, alla fine del quale abbandona il corpo (humus) e si presenta ai 42 giudici e alla pesatura del cuore, che valuta cosa abbia assimilato durante la sua esperienza terrena.
Se il cuore è più leggero della piuma di Maat, il neter della giustizia, della verità, dell’armonia e dell’equilibrio, l’essere diviene un giusto di voce, un Maa Keru (mrw), un Osiride giustificato; il suo corpo di luce e la sua individualità essenziale vivono nei Campi di Iaru (Campi dei giunchi), luogo eterno di abbondanza, senza morte o fatica.
Se la pesatura del cuore evidenzia che il cuore è più pesante della piuma di Maat, l’essere, che già ha perso il suo corpo umano (humus, terra) viene inghiottito da Ammit, la “Mangiatrice di cuori”.
Inghiottito dal mostro (insieme di coccodrillo, leone e ippopotamo) l’essere, potremmo anche chiamarlo il Sé, comunque il nucleo essenziale, è annullato per l’eternità. Siamo alla “seconda morte”, la distruzione totale e definitiva dell’individuo.
Gli Egizi non concepivano l’anima come un’entità unica e indivisibile (alla maniera occidentale o cristiana). L’essere umano era composto da più elementi e tra questi: il Ka (forza vitale); il Ba (personalità mobile – spesso raffigurata come uccello con testa umana); l’Akh (spirito trasfigurato e luminoso – la forma beata finale); Ib (il cuore sede della coscienza).
Se il cuore veniva divorato da Ammit il Ba non poteva più riunirsi al Ka, né trasformarsi in Akh. Non c’era più possibilità di “uscire al giorno”, di vivere nei Campi di Iaru, di trasformarsi, di esistere come spirito.
La pesatura del cuore riguarda, ovviamente, il cuore animico.
Gli Egizi infatti usavano, come s’è già detto, due parole principali per il cuore.
Haty (ḥꜣty o h3ty, geroglifico spesso 𓄣 o simile), indicava il cuore fisico, l’organo anatomico che pulsa nel torace, il motore del corpo, collegato al battito e alla circolazione.
Ib (Jb) indicava il cuore metafisico/spirituale, sede dell’intelligenza, dei pensieri, della memoria, delle emozioni, della volontà, della coscienza morale e della personalità.
In pratica, Haty era il cuore come organo materiale (quello che batte e si sente), mentre Ib era il “cuore interiore”, centro dell’essere umano e della sua identità.
Con la seconda morte l’’individuo cessava definitivamente di esistere: non solo spariva la sopravvivenza cosciente, ma si dissolveva ogni traccia di quell'”io” unico che era stato in vita.
Era quindi l’annichilimento totale, molto più temuto della semplice morte fisica: la cancellazione dall’essere, la fine assoluta senza speranza di resurrezione o di un aldilà (nemmeno un inferno eterno: solo il nulla).
L’annientamento dell’anima nella psicostasia non era una punizione eterna di sofferenza, ma la distruzione irreversibile dell’identità personale e la estinzione completa dell’essere, il destino più spaventoso immaginabile per gli antichi Egizi, che ponevano grandissima enfasi sulla sopravvivenza individuale nell’Aldilà.
Poniamo attenzione alla funzione del Ba.
Il Ba (in egiziano antico bꜣ, geroglifico spesso 𓅽 o simili) era uno dei componenti fondamentali dell’essere umano e rappresenta l’elemento più vicino a ciò che oggi potremmo chiamare personalità, individualità o anima mobile.
Il Ba era tutto ciò che rendeva una persona unica e distinta dagli altri: il carattere, le abitudini, le emozioni, i desideri, la reputazione, l’impatto che si lasciava sul mondo, il “Sé” riconoscibile.
Il Ba era l’essenza personale, dinamica e cosciente.
In vita il Ba poteva già “viaggiare” (ad esempio durante il sonno o in sogni/visioni) e dopo la morte si separava dal corpo mummificato (Khet o Sah) e diventava libero di muoversi tra i mondi. Poteva uscire dalla tomba (“uscire al giorno”, come recita il vero titolo del Libro dei Morti: ru nu peret em heru), visitare i luoghi amati in vita, rivedere i familiari, nutrirsi delle offerte funerarie (l’energia spirituale del cibo), raggiungere gli dèi o vagare nel mondo dei vivi. Era legato al desiderio di continuare a esistere come individuo riconoscibile, mantenendo i legami affettivi e la propria identità.
In sintesi, il Ba era l’aspetto mobile e personale dell’essere, la “personalità viaggiatrice” che permetteva al defunto di non dissolversi nel nulla, ma di continuare a essere sé stesso nell’Aldilà: volando, visitando, godendo della luce del giorno e mantenendo la propria unicità per l’eternità (se il giudizio era favorevole).
Era quindi temuto e venerato come il vero “io” dinamico che rischiava di perdersi per sempre in caso di fallimento nella prova della bilancia di Maat.
L’Akh (in egiziano antico ꜣḫ, traslitterato spesso come Akh o Akhu) è uno dei concetti fondamentali della concezione egizia dell’anima e dell’Aldilà.
L’Akh era lo spirito trasfigurato, efficace o glorificato del defunto nell’Aldilà. Letteralmente il termine significa qualcosa come “quello efficace”, “l’essere luminoso/efficace” o “il trasfigurato”.
Akh è il risultato della riunione riuscita di Ka e Ba dopo la morte.
L’Akh si formava solo se il defunto superava con successo il Giudizio di Osiride.
Solo allora Ka e Ba potevano unirsi permanentemente, dando origine all’Akh, lo spirito immortale, luminoso e potente.
L’Akh era luminoso, radioso (spesso associato alla luce e alle stelle); era efficace, in quanto poteva agire nel mondo dei vivi e dei morti; viveva tra gli dèi; era immortale e trasfigurato, non più legato al corpo fisico.
Da considerare come elemento essenziale della sopravvivenza oltre la morte del corpo materiale anche il Ren
Il Ren (in geroglifici trascritto come rn 𓂋𓈖) nell’antico Egitto indicava il nome di una persona con un significato molto più profondo e spirituale rispetto a come intendiamo oggi il concetto di “nome”.
Per gli antichi Egizi il Ren era una componente essenziale dell’essere umano e ne indicava l’identità; era ciò che rendeva unica e reale una persona.
Nel regno dei morti (Duat), il defunto doveva ricordare e far ricordare il proprio nome per non cessare di esistere. Nel Libro dei Morti esiste addirittura un capitolo specifico (cap. 25) per «ricordare il proprio nome nell’Aldilà».
Conoscere il vero nome (soprattutto il nome segreto) di qualcuno dava potere su di lui. Per questo motivo le divinità nascondevano il loro nome segreto.
Il nome segreto Ren è altro dal nome pubblico.
Cancellare o distruggere il nome di qualcuno (come avvenne con Hatshepsut, Akhenaton o altri faraoni “maledetti”) equivaleva a una damnatio memoriae totale: negare l’esistenza eterna della persona nell’aldilà.
Da quanto scritto fin qui, si evince che gli Egizi credevano nella sopravvivenza dell’individualità dell’essere umano in un corpo di luce efficace, che conservava il proprio nome identificativo, che potremmo considerare come la sua vibrazione essenziale.
Avere un cuore animico Ib più pesante della piuma di Maat significava la seconda morte, la totale eliminazione dell’individualità dell’essere.
Il parametro fondamentale in base al quale valutare il destino dell’essere (il Sé) che, dopo l’incarnazione, abbandona il corpo e l’esperienza terrena è il binomio Maat-Isfet.[i]
Maat è ordine, armonia, mentre Isft è disordine e disarmonia. In altri termini entropia.
L’essere umano, dotato di libero arbitrio, può scegliere di stare dalla parte di Maat o dalla parte di Isfet, che è assimilabile alla hýbris (ὕβρις in greco antico): uno dei concetti più profondi e centrali della cultura greca classica.
Hybris significa letteralmente eccesso, dismisura, arroganza smisurata o superbia che porta qualcuno a oltrepassare i limiti imposti dall’ordine divino, dal destino o dalla condizione umana. Non è semplicemente orgoglio: è una sfida all’equilibrio del cosmo, al métron (la misura) e alla naturale separazione tra mortali e dèi.
I Greci, come gli Egizi, vedevano il mondo come un cosmo ordinato in cui ogni cosa ha il suo posto e la sua misura. L’essere umano è finito, mortale e limitato. Pretendere di essere di più (immortale, onnipotente, padrone assoluto del destino) rompe quell’equilibrio.
L’hýbris è spesso accompagnata da Ate (Ἄτη), la personificazione dell’inganno, della follia momentanea o della cecità mentale che spinge all’eccesso.
Quasi sempre provoca Némesis (la vendetta o retribuzione divina) e Tisis (la punizione che ristabilisce l’ordine).
Hýbris, come Maat, è la trasgressione ontologica più grave nel pensiero greco, ovvero credere di poter essere più che umano, più di quanto il destino (moira) ci abbia assegnato.
L’insieme delle efferatezze che emerge dai file di Epstein, che evoca altre efferatezze, come quelle del satanismo, del nazismo, segna per chi le compie l’inevitabile destino della seconda morte, dell’estinzione del nucleo essenziale.
L’azione dell’essere umano che si consegna alla hýbris, a Isfet, al disordine, alla disarmonia è una ferita all’ordine e all’armonia dell’Uno Tutto, di Sia, che con l’annientamento di chi ha introdotto disordine e disarmonia, viene sanata.
Ne consegue che personaggi come Epstein, come Hitler, come Pol Pot, come Mengele, come Himmler e via elencando, dopo essere passati nel mondo degli incarnati, sono stati annientati.
Nell’ordine di Sia per il loro Sé non c’è posto.
[i] Isfet è spesso personificato o simbolizzato da Apep/Apophis (il serpente gigante del caos che cerca di divorare il sole ogni notte), ma Isfet stesso è più una forza astratta che una divinità letterale






