Pensare ciò che per il pensiero è da pensare
di Silvano Danesi
Martin Heidegger, nelle lezioni del 1943-1945 relative a Eraclito e al pensiero iniziale, scriveva: “Il pericolo, di fronte a cui si trova il «sacro cuore dei popoli» dell’Occidente, non è il pericolo del tramonto; il pericolo sta piuttosto nel fatto che noi stessi, del tutto sconcertati, ci arrendiamo alla volontà della modernità e siamo attirati da essa. Affinché questa sciagura non accada, c’è bisogno nei prossimi decenni di trentenni e di quarantenni che abbiano imparato a pensare essenzialmente”. [i]
L’auspicio di Heidegger non è stato esaudito e anziché imparare a pensare essenzialmente, le generazioni post belliche sono progressivamente precipitate nel pensiero unico politicamente corretto, si sono consegnate all’ideologia e, nel migliore dei casi, hanno ridotto il pensiero alla razionalità, oggi contesa agli umani da algoritmi calcolanti capaci di velocità elevate furbescamente nominati intelligenza artificiale.
Eppure, ci dice Heidegger, “pensare è necessario, ma prima di tutto è necessario imparare a pensare […]. Apprendere il pensiero significa soltanto pensare e nient’altro; che cosa pensiamo quando pensiamo «soltanto»? Ci incamminiamo verso ciò che per il pensiero è da pensare. Esso si mostra a noi quando pensiamo soltanto, vale a dire quando pensiamo in modo puro”. [ii]
Pensare in modo puro significa anche lasciarci condurre dalle parole che ci vengono incontro pensate in modo greco dai pensatori degli inizi.
Credo valga la pena di tentare di pensare in modo greco con le parole dei pensatori dell’inizio per scrivere non una recensione, ma una sorta di dialogo, con Shabbat Menkaura, che recentemente ha scritto: “Thiel e la luna”, un saggio dove, a proposito delle affermazioni sul katechon di Peter Thiel scrive: “Il Katechon […] non è un’invenzione cristiana: è un principio universale che attraversa millenni e continenti”.
Cosa è questo katechon emancipato dalla interpretazione paolina che lo collega all’Apocalisse e alla Parusia?
Nella riflessione di Shabbat Menkaura il katechon è la forza che trattiene il prevalere dell’entropia, la quale misura il disordine in un sistema e tende ad aumentare nei sistemi isolati, definendo la “freccia del tempo”.
A livello macroscopico secondo le leggi della fisica la freccia del tempo non è reversibile, mentre lo è a livello microscopico.
Shabbat Menkaura ci ricorda le parole greche che ci dicono del tempo: kronos, il tempo lineare, soggetto alla freccia cha va dal passato al futuro; kairos, l’attimo fuggente, momento speciale in cui gli avvenimenti accadono e, infine, l’aion, il tempo eterno.
Qui cominciamo a fare i conti con una prima parola iniziale.
Il termine greco antico αἰών (aión) ha un significato che si è evoluto nel tempo dalla letteratura omerica fino alla filosofia e al cristianesimo.
Originariamente, in Omero, aión indica la “forza vitale” che mantiene in vita una persona e si riferisce alla durata della vita di un individuo.
In contesti filosofici e religiosi diventa sinonimo di durata indefinita, perpetuità o eternità.
Il termine αἰών (aión) deriva probabilmente dal proto-indoeuropeo h₂eyu- (“forza vitale, vita lunga, eternità”), collegato ad ἀεί (aeí, “sempre”). Aristotele lo collega a aei ón (“sempre esistente”).
Platone (Timeo) distingue nettamente aión (eternità immobile, atemporale, del mondo delle Idee) da chrónos (tempo cronologico, in movimento, immagine mobile dell’eternità).
Nell’ellensimo diventa una divinità (Aion), personificazione del tempo ciclico, perpetuo e cosmico, contrapposto a chrónos (tempo lineare e divoratore). L’aggettivo αἰώνιος (aiónios) deriva da esso e significa “eterno”, “permanente”.
Abbiamo incontrato già due parole iniziali: αἰών e ἀεί.
Shabbat Menkaura, affrontando il tema dell’entropia scrive: “Eppure, proprio qui emerge un paradosso profondo che attraversa sia la scienza che la fede: l’Universo, pur destinato alla morte termica, ha generato al suo interno esseri capaci di coscienza, di amore, di ricerca del sacro. Ha prodotto creature che possono opporsi, almeno localmente e temporaneamente, all’aumento dell’entropia – attraverso l’arte, la morale, la preghiera, la costruzione di ordine e significato. Questo è il primo, immenso katechon cosmico: la capacità stessa della creazione di generare ordine contro la tendenza naturale al disordine”.
Tuttavia, sostiene Shabbat Menkaura, “l’entropia, alla lunga, vince sempre… a meno che non intervenga qualcosa di trascendente. […]. Se l’Universo è destinato a morire di entropia, allora il senso ultimo della storia non può risiedere nella materia stessa, ma in ciò che la trascende”.
Proviamo a sviluppare questo problema utilizzando il Prologo del Vangelo di Giovanni, testo fondamentale per il pensiero occidentale se pensato con il pensiero dei pensatori greci.
In questo proposito ci avvaliamo della interpretazione di alcune parole iniziali che Heidegger fa nell’analizzare i frammenti di Eraclito: ἀρχῇ (arché) intesa come l’origine, l’essere, il principio, φύσισ (phýsis) intesa come il sorgere, ζωὴ (zoé) intesa come il sorgere, λόγος inteso come “la riunificazione originaria che custodisce l’ente in quanto esso è l’ente […]. Questo Λόγος è l’essere stesso nel quale ogni ente dispiega la propria essenza”. [iii]
“La logica intesa in modo più originario – scrive Heidegger – è un «agire» [Tun] che è nello stesso tempo un «lasciare» [Lassen]: è lasciare che l’essere dispieghi la propria essenza [wese] a partire dalla sua verità”. [iv]
Quando incontriamo ζωὴ (zoé), “con questa parola – ci suggerisce Heidegger – analogamente alla parola φύσισ, i Greci pensano «il sorgere a partire da sé stesso» […], che è sempre nello stesso tempo un «ritornare in sé stesso» […]”. [v]
Qui possiamo pensare alla φύσισ come il sorgere dell’ἀρχῇ, con la φύσισ che è sé stessa in quanto ἀρχῇ.
Seguiamo ora il testo greco del Prologo (1,1-14, i versetti chiave) passo per passo.
1,1: Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.
La traduzione corrente è: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”.
In greco antico, la preposizione ἐν (en) è una delle più comuni e significa principalmente “in”, “sopra”, “fra” o “presso”. Regge esclusivamente il caso dativo e indica uno stato in luogo o un complemento di tempo (in, durante). Indica posizione all’interno di uno spazio, tempo o circostanza. Viene sempre seguita da un nome al dativo (es. ἐν τῇ οἰκίᾳ – in casa). A volte appare come ἐνί (eni), εἰν (ein) o εἰνί (eini). Usata anche come prefisso nei verbi per indicare “dentro” o “sopra”. Nota: non va confusa con la congiunzione ἤν (se/ecco) o il verbo ἦν (era).
L’archè (dal greco antico ἀρχή) è il principio primo, l’origine e il fondamento di tutte le cose. Centrale nella filosofia greca presocratica, rappresenta sia l’elemento da cui tutto ha origine, sia la forza che governa il cosmo e che permane immutata attraverso i mutamenti della natura.
Il termine greco πρός (pros) è una preposizione polivalente che indica fondamentalmente movimento, direzione o relazione “verso” qualcuno o qualcosa.
La parola θεόν (theón) in greco antico è l’accusativo singolare del sostantivo maschile θεός, -οῦ (theós, theoû) e secondo alcuni trae origine dal termine greco théein (θέειν, infinito presente del verbo théō) significa correre, muoversi rapidamente, fuggire o fluire.
In due brani, rispettivamente un frammento di Sesto Empirico (II-III secolo d.C.) relativo al De philosophia di Aristotele e un passo dell’apologia Ad Autolico di Teofilo di Antiochia (II secolo d.C.), l’idea di divinità viene accostata all’ordine e al movimento della volta celeste.
In particolare, il legame tra la divinità e il movimento regolare dei pianeti sarebbe testimoniato, secondo Teofilo, anche da un punto di vista etimologico: «È chiamato Dio (Theós) perché ha fondato tutte le cose sulla propria stabilità e per il (significato di) théein […] correre, essere in movimento, essere attivo». […]. Egli è senza principio poiché non è stato generato; è immutabile poiché è immortale. È chiamato Dio (Theós) perché ha fondato tutte le cose sulla propria stabilità e per il (significato di) théein. Théein significa correre, essere in movimento, essere attivo, nutrire, provvedere, governare e dare la vita a tutte le cose.[vi]
Fatte queste considerazioni, la traduzione, seguendo il pensare greco che ci suggerisce Heidegger, potrebbe essere la seguente: “Nell’origine era il lógos, e il lógos era verso theón, e theós era il lógos”.
C’è identità tra il lógos e theós. Se colleghiamo theós a théein (θέειν, infinito presente del verbo théō) che significa correre, muoversi rapidamente, fluire, abbiamo il significato di un fluire, quindi di un movimento da a, dove il lógos è l’essere stesso nel quale ogni ente dispiega la propria essenza.
1,2: οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν.
La traduzione corrente è: “Egli era in principio presso Dio”.
Sulla base delle considerazioni precedenti possiamo tradurre come di seguito: “Questo era nell’arché verso sé stesso”.
Il lógos, che è theós, è presso sé stesso come theón nell’origine, essendo egli stesso l’origine.
1,3: πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο, καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν ὃ γέγονεν .
La traduzione corrente è: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”.
In greco antico, δι’ (di’) è la forma elisa della preposizione διά (dià), utilizzata quando la parola successiva inizia con una vocale. Il suo significato principale è “attraverso”, “per mezzo di” o “a causa di”, a seconda del caso del sostantivo che accompagna (genitivo o accusativo).
Ἐγένετο (egeneto) è la terza persona singolare dell’aoristo indicativo medio del verbo greco γίγνομαι (gignomai), che significa “divenne”, “fu”, “accadde”, “venne all’esistenza” o “si fece”. Spesso usato con il significato di “divenire” o “diventare”. Il verbo greco antico γίγνομαι (gìgnomai) si traduce principalmente con nascere, diventare, essere o accadere. Indica anche il passaggio da uno stato a un altro.
Pertanto potremmo tradurre: “Tutte le cose attraverso di lui sono venute all’esistenza e senza di lui nessuna cosa è venuta all’esistenza”.
Se traduciamo δι’ con attraverso, preposizione (o avverbio) italiana che indica il passaggio da parte a parte, il movimento in mezzo a un luogo, o il mezzo tramite cui si compie un’azione, ritorniamo al concetto di azione verso.
1,4: ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων·
La traduzione corrente è: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”.
Qui ci sono delle parole iniziali che invitano a pensare in greco: Zoé e Phos. I termini Zoé, Zen, Zao, rinviano alla radice ζα (Za), che significa il sorgere stesso. Τò Ζωον (Zoon), il vivente, participio del verbo Zen, significa il sorgere da sé stesso e il dispiegare la propria essenza in quanto sorgere (Heidegger).
Zoé non è vita, in quanto è il sorgere e in questo è φύσισ (phýsis), il sorgere, l’aprirsi, il venir fuori, il sorgere verso l’alto.
L’espressione eraclitea Τò άει ζωον (fuoco sempre vivente, Frammento 22B30 DK), significa il “sorgere eterno” ed equivale, secondo Heidegger a Τò άει φύον, che, sempre per Heidegger, equivale alla locuzione eraclitea Τò μή δύνòν ποτε (ciò che non tramonta affatto per sempre).
La frase «Τὸ ἀεὶ φύον» (pronunciato circa to aei phýon) significa letteralmente «ciò che sempre sorge, cresce, emerge» o «l’eternamente nascente».
Qui c’è la risposta all’entropia introdotta da Shabbat Menkaura.
La frase «Τὸ ἀεὶ φύον» è un’espressione che Martin Heidegger utilizza per interpretare profondamente il pensiero eracliteo, collegandola al concetto centrale di φύσις (phýsis).
Nel Frammento 30 (Diels-Kranz) dice: «Κόσμον τὸν αὐτὸν ἁπάντων, οὔτε τις θεῶν οὔτε ἀνθρώπων ἐποίησεν, ἀλλ’ ἦν ἀεὶ καὶ ἔστιν καὶ ἔσται πῦρ ἀείζωον, ἁπτόμενον μέτρα καὶ ἀποσβεννύμενον μέτρα».
Traduzione: «Questo cosmo, lo stesso per tutti, non lo fece nessuno degli dèi né degli uomini, ma fu sempre, è e sarà fuoco sempre vivente (πῦρ ἀείζωον), che si accende e si spegne secondo misure», dove ἀείζωον (aeizōon) è sempre-vivente. Meglio: sempre sorgente.
Heidegger, sulla base della considerazione che Zoé non è vita, in quanto è il sorgere ed è φύσισ (phýsis), legge in questo «sempre vivente» anche il senso di ἀεὶ φύον (aei phýon): ciò che sempre emerge, che continuamente si dischiude, cresce e si manifesta.
Φύσις non è “natura” nel senso moderno (l’insieme delle cose), ma il sorgere stesso, l’emergere dal nascondimento (ἀλήθεια).
Τὸ ἀεὶ φύον è quindi l’essere inteso come perenne venire alla luce, che però ama anche nascondersi («φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ» – la natura ama nascondersi, Fr. 123).
Il collegamento essenziale tra phýsis, zoé e «luce» è attestato dal fatto che in greco per il termine per dire «luce» ha la stessa radice di phýsis e suona come Pahao, Phos. [vii]
La luce φως-φαο e φύσις, “lo schiudersi e il verbo φαίνω, vale a dire il rilucere e il manifestarsi, si radicano nell’unica e medesima essenza”. [viii]
Possiamo tradurre a questo punto in questo modo: “In lui (nel Lógos) era il sorgere stesso da sé stesso e il sorgere stesso da sé stesso era la luce degli uomini”.
Nel lógos era il sorgere eterno e il sorgere eterno è la luce degli uomini. Il sorgere eterno è φύσισ ed è ζωὴ.
1,5: καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει, καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν.
La traduzione corrente è: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.
Il verbo greco originale katelaben (κατέλαβεν) ha una doppia sfumatura. Tradizionalmente veniva interpretato come “comprendere, accogliere”, mentre oggi è più comunemente tradotto come “vincere, sopraffare”.
Il sorgere non è sopraffatto dal tramonto.
Qui vale il riferimento di Heidegger al Frammento 22B16 DK di Eraclito: “«Τὸ μὴ δῦνόν ποτε πῶς ἄν τις λάθοι;» che Heidegger, in considerazione della doppia negazione (μὴ e ποτε) traduce in questo modo: “Di fronte al non tramontare (a ciò che non tramonta) affatto per sempre, come potrebbe qualcuno (ad esso) nascondersi?”.
La luce φως-φαο, vale a dire il rilucere, e φύσις, “lo schiudersi e il verbo φαίνω (il manifestarsi), si radicano nell’unica e medesima essenza, la luce non soggiace al tramonto, non è sopraffatta dall’ oscurità, cosicchè nessun ente che è sorto ed è stato illuminato può più nascondersi, passare inosservato.
Possiamo pertanto tradurre con: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno sopraffatta”.
Tutt questo insieme di parole pensate secondo il pensiero dei pensatori greci dell’inizio, ossia parole iniziali, ci riporta anche ai concetti di vergine e di orgasmo.
Vergine deriva dalla radice varg (sanscrito urg), dal significato di spingere, gonfiare, essere turgido, essere rigoglioso, lussureggiante. Dalla stessa radice nasce orgasmo, dal significato di esuberanza, forza, energia, rigurgitare.
Vaurg e Vurg sono un muovere, un agire, un rigurgitare.
Siamo di fronte al sorgere di una forza che è esuberante e che continuamente sorge.
Possiamo a questo punto tentare un azzardo, ossia tradurre il famoso enunciato di Baruch Spinoza: natura naturans e natura naturata con sorgente sgorgante e sorgente sgorgata. Nel mezzo c’è lo l’azione dello sgorgare, il lógos della sorgente.
Il pensiero puro dei pensatori greci ci dice, con Eraclito: “οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας ὁμολογεῖν σοφόν ἐστιν ἓν πάντα εἶναι”, tradotto con: “Ascoltando non me, ma il lógos, è saggio convenire che tutto è uno” (Frammento 22B50 DK).
La frase ἓν πάντα εἶναι, tutto è uno, è il nucleo di una serie di parole che troviamo completata da quel divenire che ci dà l’idea dell’eterno sgorgare: tutto scorre, ma anche tutto sgorga.
In questa dinamica del sorgere non c’è entropia, non c’è morte.
Si tratta ora di vedere come il lógos dell’anima dell’essere sorto da sé stesso nell’umano sia distinto ma non separato dal Lógos.
Argomento che merita una riflessione a parte.
[i] Heidegger, Eraclito, Mursia
[ii] Heidegger, Eraclito, Mursia
[iii] Heidegger, Eraclito, Mursia
[iv] Heidegger, Eraclito, Mursia
[v] Heidegger, Eraclito, Mursia
[vi] Vedi: Sesto Empirico, Adversus mathematicos, IX, 20-23, riportato fra i frammenti su Aristotele in Aristotele, Opere, Laterza, Roma-Bari 1988, vol. XI, p. 208.
Teofilo di Antiochia, Ad Autolico, I, 1-3, in Gli apologeti greci, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 376-377.
[vii] Heidegger, Eraclito, Mursia
[viii] Heidegger, Eraclito, Mursia






