MASSONERIA, DALLE PATENTI AI FONDAMENTI (10)

Giu 18, 2025 | MASSONERIA

di Silvano Danesi

L’Ara, cuore del temenos

 L’Ara è il cuore del temenos, è il cuore dell’Antropocosmo ed è il simbolo vivente della manifestazione; è, infatti, per la sua forma triangolare il simbolo dell’estensione spaziale (il triangolo è la prima forma spazialmente definita) e, in quanto simbolo dell’estensione, lo è anche del tempo (per il rapporto spazio tempo vedi Einstein) ed è anche simbolo della dinamicità manifestativa.

Lo spazio-tempo è il campo gravitazionale, la cui espressione simbolica è rappresentata dal filo a piombo che pende sopra l’Ara.

Il campo gravitazionale è il luogo degli eventi, la cui esistenza è dovuta ad una rete relazionale della quale il Lógos, in quanto relazione, è l’artefice.

Un concetto che troviamo espresso anche nell’Antico Testamento, laddove in Sapienza (11,20) è scritto: “Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso”.

L’Ara è la sintesi simbolica della legge dell’esistenza dell’Essere e degli esseri e, non a caso, sull’Ara è collocato il Libro della Legge, ossia il Prologo del Vangelo di Giovanni, che la Legge enuncia per chi ha la qualificazione per capire, la volontà di capire e la perseveranza nella conoscenza.

Il Logos si pone come Demiurgo, Grande Architetto dell’Universo.

Il Prologo di Giovanni, scritto in greco, ha una corrispondenza significativa nel Libro della Genesi, che inizia con la parola Bereshit. Beit ha il significato di forma, di casa, di recipiente: è la prima lettera della Torà, la lettera della creazione. Reshit ha il significato di primazia, di principio di qualcosa (resh è testa, rosh è capo). Barà (infinito brò), tradotto nella Bibbia dei Settanta con creare, è dividere, differenziare. Giuseppe Flavio lo traduce con “porre un fondamento”.

Bereshit, quindi, ha in sé il concetto del contenitore di un principio, di casa di un principio. Bereshit è la potenza del pensiero contenuta in un contenitore. La seconda parola della Bibbia è il verbo barà, ossia dividere. Il puro pensiero si stacca dal suo contenitore.

Il significato autentico delle prime parole della Torah riguardanti la “creazione” è, pertanto: “Nel principio Elohim divise, differenziò”, oppure: “pose un fondamento”.

Il Prologo del Vangelo di Giovanni, posto sull’Ara, comincia con due parole greche: en arché (Ἐν ἀρχῇ), tradotto solitamente e malamente con: “In principio”.

Martin Heidegger scrive che in “deriva da innan-abitare, habitare, soggiornare; an significa: sono abituato, sono familiare con, sono solito…: esso ha il significato di colo [latino, ndr], nel senso di abito e diligo”. [i]

Conseguentemente, il Prologo ci dice che il Logos abita, soggiorna nell’Arché, ossia nel Principio.

Nella Torah (Genesi), abbiamo il contenitore di un principio e un agente separatore plurale, Elohim, che determina i mondi secondo un interagire momentaneo di forze, un processo che, per un più o meno lungo tempo, rimane in equilibrio e in condizioni di stabilità.

Equilibrio e stabilità sono concetti che afferiscono al Neter egizio Maat.

Il riferimento all’Egitto è appropriato, in quanto Elohim è un sostantivo ebraico maschile e plurale, che può essere tradotto con potenze, dèi, angeli, giudici, ossia Neteru.

In altri termini, potremmo dire che il puro pensiero che abita in sé stesso, si manifesta nel molteplice, rimanendo sé stesso, in relazione con il molteplice e in relazione con sé stesso.

Come può essere collegata una pluralità di potenze con il Lógos?

Il mondo, secondo la meccanica quantistica, è una rete di eventi che interagiscono e l’interazione è relazione, ossia lógos.

Lógos, spiega Martin Heidegger, “può anche significare qualcosa che diviene visibile mediante la sua relazione a qualcosa, mediante la sua «relazionalità»” e, conseguentemente, “assume il significato di relazione e rapporto”. [ii]

Che lógos abbia il significato e il valore di rapporto è convinzione anche di Paolo Zellini, il quale scrive: “L’infinito era assenza (stéresis), potenzialità pura, e qualsiasi cosa, per esistere e per durare doveva opporsi alla negatività del senza-limite. Era questo, nella matematica greca, il compito del lógos, del rapporto in cui si trovano i prodromi del numero moderno”.[iii]

“L’enumerazione – aggiunge Zellini – era una prerogativa del lógos, che alludeva a un’operazione di scelta e di raccolta, di aggregazione ordinata di diverse entità in un unico insieme”. [iv]

Logós, in quanto relazione, può essere considerato una “rete relazionale”, ossia un insieme di potenze: Elohim.

Se consideriamo che la phýsis è dýnamis (potenza generativa) del Principio cosmico Fuoco, il Lógos la attraversa come senso.

Il Lógos, in quanto senso, orienta.

Abbiamo un Principio (Fuoco – Luce) che ha in sé una potenza generatrice (dýnamis), che è attravaersata da un senso, un lógos che la orienta, quindi le conferisce un ordine.

Un’ulteriore conferma di quanto sin qui affermato ci viene dalla funzione del termine lógos in quanto discorso che «lascia vedere». Lógos è azione “del trarre fuori l’ente di cui si discorre dal suo nascondimento e lasciarlo vedere come non nascosto”[v], dove legein (λέγειν) significa apophàinestai, manifestare, ossia fenomenizzare.

In questo fenomenizzare è il rapporto lógos-luce.

“L’espressione greca phàinomen, a cui risale il termine «fenomeno» – scrive Heidegger  (Essere e Tempo) – deriva dal verbo phàinestai, che significa manifestarsi; phainomenon significa quindi ciò che si manifesta, il manifestarsi, il manifesto; phàinestai stesso è una forma media di phàino, illuminare, porre in chiaro; phàino deriva dalla radice phà come phòs, la luce, il chiaro, ossia ciò in cui qualcosa può manifestarsi, rendersi visibile in se stesso”.

Nella traduzione dei Settanta Elohim è tradotto con theós, secondo la modalità che singolarizza il plurale per farne un unico dio. Theós deriva dai verbi theeîn, correre e theâsthai, vedere, da cui deriva il sostantivo theós, che andrebbe tradotto non con Dio, ma con “colui che corre verso l’evidenza”: l’agente manifestativo.

Theós, nel Vangelo di Giovanni, è Lógos. Ed ecco che il Prologo acquista il suo insostituibile ruolo nella ritualità massonica, in quanto sull’Ara non c’è un libro sacro, ma la sintesi estrema del divenire al mondo, ossia il Libro della Legge del farsi mondo del Principio.

ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος

 En archê ên ho Lógos, kai ho Lógos ên pros ton Theón, kai Theòs ên ho Lógos.

Nel Principio era il Lógos,
il Lógos era presso Theón
e il Lógos era Theós.

 Siamo in presenza, pertanto, di un’azione plurale: gli Elohim, tradotto con theós che è lógos. Un’azione plurale che rischiara e rende evidente, manifesta, ossia trae l’ente dal suo nascondimento, così come nella meccanica quantistica avviene per l’evento, che è interazione di forze, di potenze.

R.B. Onians ci avverte che per i Greci antichi, “il «pensare» si definisce come un «parlare», la cui sede è individuata nel cuore, ma più spesso nella φρήν [phren](o nelle φρένες ), tradizionalmente intesa come «precordi» o «diaframma». Ritenere, essere di un certo avviso, è janai [phanai] o jasqai [phastai]. Così il sogno mendace lascia Agamennone solo «a pensare (φρένεhonta) nella sua mente (θυμός) cose non destinate a compiersi. Poiché riteneva (jh, lett. “diceva”) che avrebbe preso la città di Priamo quello stesso giorno». La riflessione interiore è per l’uomo conversazione dell’io con il θυμός [týmos], o del θυμός con l’io…”. [vi]

“Tale concezione del pensiero come parola – continua Onians – contribuì al successivo uso di λόγος [lógos] come equivalente sia di ratio che di oratio”. [vii]

Il pensiero, definito come parola, è nel cuore o nei precordi, nel θυμός, che è mente, ma anche respiro.

Il termine lógos, che assume alla luce di quanto sin qui scritto, il significato di azione, di parola, di discorso, di azione illuminante e, soprattutto, di relazione e di rapporto, è, nella ritualità massonica, collocato (Prologo) sull’Ara, che è il cuore dell’Anthropos e che nel canone egizio è il cuore metafisico JB.

L’Ara, nei suoi significati simbolici, si pone pertanto come la sede del segreto della manifestazione e della vita, come dimostra, ulteriormente, il candelabro a sette bracci, che sull’Ara è posto e la cui accensione è parte integrante della ritualità massonica.

Il candelabro a sette bracci è tradizionalmente denominato Menorah, in conseguenza dell’assunzione della terminologia e della simbologia ebraiche da parte dei compilatori dei rituali (nel XVII e nel XVII secolo l’unica lingua antica conosciuta e ritenuta sacra era l’ebraico).

Il candelabro ha una valenza universale, non solo in quanto simbolicamente legato al settenario, ma anche perché la sua accensione rituale, in base alle serie numeriche usate, si accorda con i movimenti del sole, della luna e degli astri.

Prima di entrare nel merito dell’accensione è opportuno ricordare il significato geometrico del numero 7, in quanto Platone allude alla diagonale razionale di 5, meglio: alla diagonale effabile, esprimibile della diagonale del quadrato di lato 5, che è irrazionale, ossia segreta, indicibile.

Perché ci occupiamo del quadrato di lato √5? Per il suo rapporto con il quadrilungo (l’area del temenos massonico).

Le due radici

Il quadrato costruito sulla diagonale del quadrilungo ha come lato √5, ossia un numero irrazionale.

La geometria vedica, ripresa da Euclide nei suoi Elementi, ci dice che l’area di un quadrato costruito sulla diagonale di un rettangolo è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui due lati.

Quadrato costruito sulla diagonale: √5 per √5=5

Quadrato costruito sul lato 1: 1 per 1= 1

Quadrato costruito sul lato 2: 2 per 2=4

Somma dei quadrati costruiti sui lati: 1+4=5

Diagonale di cinquanta

Il 3,14 viene espresso come 22/7.

Da notare che un’ottava è composta di 7 note, più il Do finale (Do-Re-Mi-Fa-Sol-La-Si-Do), il quale ha il doppio della frequenza del primo. Tre ottave danno 22 note.

Abbiamo qui un accenno al concetto di vibrazione e a quello di frequenza. Due concetti fondamentali per comprendere la dinamica manifestativa.

Il 7, pertanto, esprime il concetto di approssimazione, così come i concetti di rapporto (lógos) e di limite (peras), con i quali la geometria supera la questione dei numeri irrazionali.

“I concetti di rapporto e di limite, uniti al calcolo di approssimazioni la cui distanza dal limite decresce progressivamente – scrive Paolo Zellini -, permettono di aggirare l’inconcludenza dell’ápeiron. Anche se aperto e potenziale, l’ápeiron è, per così dire, perfezionato dal limite, e ubbidisce a una regolarità di svolgimento da cui si deducono conclusioni finali. Nel concetto matematico di rapporto si trovava così l’antidoto all’indefinitezza dell ápeiron…”. [viii]

È opportuno ricordare che Anassimandro chiama l’Archè ápeiron: illimitato, imperituro, indistruttibile, immortale, inesauribile, ciò che si muove interminabilmente, il senza morte e senza distruzione. L’Archè è ápeiron e l’ápeiron di Anassimandro è, scrive Fink, “il theion inteso come physis, la natura onnipresente, sempre assente, inesauribile, che racchiude in sé morte e vita, che genera ed annienta…”. [ix]

To theion, ci ricorda Fink, è quel neutro che non è un’astrazione degli dèi personali, bensì ciò di cui gli dèi sono simbolo e riflesso. “Gli dèi – scrive Fink – sono potenze dell’Essere che, nel loro vigere, vengono percepite dal pensiero…”. [x]

Ecco tornare il concetto di Elohim: potenze.

L’ ápeiron di Anassimandro è l’abisso che fa uscire tutte le cose e che di nuovo le riprende in sé.

L’ ápeiron compie interminabilmente l’ekkrinesthai, la disseparazione delle cose, spingendole nell’esserci.

Disseparazione. Ecco di nuovo il concetto espresso dalla seconda parola della Bibbia: il verbo barà, ossia dividere.

Ed è in questo dividere che l’illimitato entra nel limite e nel misurabile, ossia nel campo gravitazionale, nello spazio-tempo, così che possiamo dire, con le parole della Sapienza (11,20): “Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e pesoo”.

 

menorah

Consideriamo ora l’accensione delle stelle (candele) secondo le sequenze evidenziate nella figura accanto. Nel primo caso si ha un’accensione spiraliforme destrorsa, solare (segue il corso apparente del sole).

Nel secondo caso, si ha un’accensione spiraliforme sinistrorsa, polare (segue il moto apparente delle stelle polari e di quelle zodiacali).

Nel caso di un’accensione dal centro verso l’esterno con movimento destrorso e di uno spegnimento dall’esterno verso l’interno con movimento sinistrorso, si ottengono due spirali denominate “occhi di serpente”.  In questo caso la doppia spirale può rappresentare le fasi lunari crescenti e calanti (dalla luna nera alla luna piena e dalla luna piena alla luna nera), ma anche la forza vitale e l’energia rigenerante della Dea Madre nella sua doppia natura celeste-solare e ctonia (serpente). In questo caso gli “occhi” rappresentano, sia le spire del serpente, sia il sole. In irlandese il súil è l’occhio e Sulis nella Gallia romana è la Dea identificata con Minerva. Il suo epiteto era Suleviae, ossia “soli gemellata”. Nel caso, infine, di un’accensione dall’interno verso l’esterno con movimento destrorso e di uno spegnimento dall’esterno verso l’interno, sempre con movimento destrorso, si ottengono il tracciato del sole durante l’anno, da solstizio a solstizio o le corna dell’ariete.

Sia nella disposizione dei segni zodiacali astrologica, sia in quella antropocosmica l’ariete è all’inizio della serie.

Nella serie astrologica l’ariete è il punto vernale.

Nella disposizione dei segni zodiacali relativi all’Antropocosmo, l’ariete è la testa, Amon, il Nascosto.

Il simbolo dell’ariete, teromorfizzazione di Amon (il dio nascosto) e di Khnum, “Colui che plasma” (il dio vasaio che modella sul tornio l’umanità il cui culto era ad Elefantina) serve a scrivere in egizio la parola Ba, che significa manifestazione. La testa d’ariete è inoltre simbolo della dignità che incute timore. Testa d’ariete in egizio è šft, dal quale origina il determinativo e abbreviazione šft, dal significato di prestigio e dignità e šftšt, dal significato di timore rispettoso ispirato da Dio.

In sanscrito ariete si dice uranah, che significa fuoco, luce originaria ed è l’antico segno di Ram, Rama (avatara di Vishnu), chiamato anche Hari, il creatore di tutte le cose, altro nome di Agni (fuoco) e di Indra (fulmine).

Hari-Ram richiama Hi-Ram. Hiram, scritto in inglese nella leggenda massonica che lo riguarda, potrebbe essere scomposto in Hi (gh) – Ram, Grande Ariete.

Comunque sia, si torna al rapporto Ariete-Fuoco.

Le sette luci che “orientano” ricordano le stelle dell’asterismo della stella polare e delle Pleiadi.

Nel primo caso siamo in presenza di un riferimento polare (l’Orsa minore) e nel secondo caso, con le Pleiadi, di un riferimento zodiacale, ossia degli asterismi che si posizionano sull’eclittica.

Le Pleiadi stabilivano, nell’antichità, con la loro levata eliaca (maggio) e il loro tramonto eliaco (novembre) l’inizio dell’estate (Cetsamain) e la fine dell’estate (Samain).

In un determinato periodo, fa notare Guénon, il nome di Sapta Riksha (Sette Saggi) per la stella polare,  fu applicato non più all’Orsa maggiore, ma alle Pleiadi, con il passaggio da un simbolismo solstiziale ad un simbolismo equinoziale, dove il tempo d’inizio è in Ariete (punto vernale).

Il riferimento celeste si sposta dal Polo all’eclittica, ovvero dalle stelle polari a quelle zodiacali.

Il passaggio dal riferimento polare a quello solare comporta anche quello dal numero sette, al numero dodici (zodiaco).

La fissazione definitiva dello zodiaco con 12 case come percorso del sole porterà, successivamente, a molti riferimenti numerici in base 12.

La Menorah, avendo i bracci che possono ruotare su se stessi di 360 gradi e, pertanto, posizionarsi con varie angolature, secondo quanto suggerisce Ivan Mosca, serviva, per il popolo nomade degli Ebrei, come lunario e calendario perpetuo. Con la Menorah si potevano leggere i giorni, le settimane, i mesi, le stagioni, gli anni, i sette anni ciclici, l’anno giubilare, le fasi della luna.  Anche questa osservazione ci conforta nell’asserire come primario il rapporto tra il candelabro a sette bracci, il cosmo e le sue misure.

L’accensione del candelabro a sette bracci, dunque, ha un particolare significato che riguarda il temenos del cielo riprodotto sulla Terra nel temenos massonico e nell’Antropocosmo.

Non entro nel merito dei vari possibili significato della Menorah, dei suoi numeri, dei riferimenti a pianeti, metalli e via discorrendo. Quel che importa ai nostri attuali fini è stabilire che l’accensione rituale dell’inizio dei lavori corrisponde allo schema 1726354 (somma 28 – ciclo della luna) costruisce una spirale che va dall’esterno all’interno: dal mondo essoterico solare (ragione), al mondo esoterico lunare (intelletto).

Ovviamente, lo spegnimento, che segue il processo inverso, ci riporta, alla fine dei lavori, dal mondo esoterico, al mondo essoterico.

Tuttavia, dei sette luminari, che troviamo nel temenos massonico, la tradizione egizia, così come attestata nel Libro dei Morti (il Per em Ra), ci consegna il significato iniziatico. Essi sono, infatti, sette Neteru, sette potenze, strettamente connesse con il viaggio del morto (iniziato).

Mesti o Amsit Hapi Duamutef Kebsennut o Qebehsenuf Maatef Kherbekef Kher heb kef Hor- Khenti-Amenti.
Figlio di Horus, Vaso canopo, antropocefalo, sud, fegato Figlio di Horus, Vaso canopo, Cinocefalo, nord, polmoni e cuore. Figlio di Horus, Vaso canopo, Sciacallo, oriente, stomaco. Figlio di Horus, Vaso canopo, ieracocefalo, ovest, intestini Una forma di Maat, dea della giustizia, della verità, ordine Sacerdote addetto all’apertura della bocca Anubis – Signore degli Occidentali – Il Primo degli Occidentali –

Nel Capitolo XVII del Libro dei Morti (Per-em-ra, per salire alla luce del giorno), è scritto: “Eliminate il male che è in me, come avete fatto per i Sette Luminari che vengono al seguito del loro signore, colui che computa e i cui posti sono stati fatti da Anubis il giorno di”Vieni a noi!”. E per quanto concerne Hotep- kuis è quest’occhio di Ra (variante): è la Fiamma che si trova al seguito di Osiride per bruciare le anime dei suoi avversari. Riguardo ai sette Luminari sono: essi sono Mesti, Hapi, Duamutef, Kebsennuf, Maatef, Kherbekef, Ho-Khent-ammati”.

“Allo stesso ordine di idee vanno ricondotti i sette «Geni» della visione di Ermete e i sette «Deva» dell’India, mentre nei capitoli XVII e LXXI del Libro dei Morti si parla di sette «Spiriti» che «fanno i decreti» e che sono collegati con l’occhio del Sole”. [xi]

I divini Capi dietro a Osiride sono Mesti, Hapi, Duamutef e Kebsennuf e sono coloro che si trovano dietro la costellazione della Coscia del Nord.

L’Ara, altare del fuoco centrale, del Principio che si manifesta, è, pertanto il cuore pulsante del temenos massonico e insostituibile riferimento simbolico per chi intende percorrere la via del processo di individuazione, che consiste nel diventare sé stessi.

segue

 

[i] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[ii] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[iii] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[iv] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[v] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[vi] R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[vii] R.B. Onians, Le origini del pensiero europeo, Adelphi

[viii] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[ix] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[x] Eugen Fink, Le domande fondamentali della filosofia antica, Donzelli editore

[xi] Boris de Rachewiltz, Egitto magico e religioso, Edizioni deolla Terra di Mezzo

Silvano Danesi

Silvano Danesi

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