LA MASSONERIA E L’INIZIAZIONE FEMMINILE

Mag 3, 2025 | MASSONERIA

di Silvano Danesi

Il tema della compresenza di uomini e donne in un’eteria iniziatica è uno degli elementi di perenne discussione all’interno del mondo massonico, con alcuni ordini che sono misti ed altri che sono o interamente maschili o interamente femminili.

Ci sono narrazioni a dir poco fantasiose con le quali si tenta di giustificare la tesi che la Massoneria è maschile. Una di queste riguarda l’attribuzione al sole e alla solarità del carattere maschile dell’iniziazione, dimenticandosi che l’astro è nelle varie lingue a volte maschile e a volte femminile. Sorte nominale, questa, che il/la sole condivide con il/la luna.

Il dio Sin, ad esempio, da cui Sinai, è un luno. La celtica Igraine è il sole al femminile, come la dea Amaterasu nipponica.

La simbologia massonica che vede i due luminari (sole e luna) ai lati della posizione del Maestro Venerabile andrebbe vista in ben altro modo, ossia in riferimento al processo di conoscenza, che si avvale della razionalità e dell’intuizione, con i due emisferi cerebrali che collaborano a determinare la “seconda vista”, quella del terzo occhio (la pineale) che campeggia dietro il Maestro Venerabile, in corrispondenza della sua testa.

Il sole alla destra del Maestro Venerabile indica la parte destra del corpo, che risponde alla parte sinistra del cervello, sede della razionalità. La luna, posta alla sinistra del Maestro Venerabile, indica la parte sinistra del corpo, che risponde alla parte destra del cervello, sede dell’intuizione.

Le due luci illuminano la conoscenza e, se ben equilibrate, attivano il terzo occhio.

È difficile sfatare le leggende e le fantasie, così come è difficile convincere i soliti sapientoni, dotati di insegne di altissimo grado, che stanno dicendo stupidaggini quando ritengono di essere portatori di verità a fini di potere.

Un esempio preclaro è quello di uno di questi signori, che ho conosciuto, il quale spiega ai suoi “sottoposti” (il vocabolo non è usato a caso) che, arrivati al quarto grado (primo del Rito scozzese antico ed accettato), avendo ucciso Hiram sono rimasti orfani, senza il maestro e, quindi, devono arrangiarsi.

Il poveretto non si rende conto che sta parlando a dei maestri e che nella leggenda massonica che riguarda Hiram, ad uccidere il maestro sono stati tre compagni, mentre tre maestri lo hanno fatto risorgere.

Essendo il quarto grado formato da maestri, non ha alcun senso logico dire che loro hanno ucciso Hiram, in quanto lo hanno fatto risorgere.

Nel quarto grado la leggenda di Hiram continua, incentrata sulla costruzione del Tempio di Salomone, i cui lavori proseguono, nonostante la tragica morte dell’architetto Hiram, sotto la direzione di Adonhiram, con l’introspezione e l’intuizione.

Lasciamo il poveretto alle sue fantasie e proseguiamo.

In Massoneria si inneggia al fuoco, ossia a quel fuoco sempre vivente (Eraclito), luce originante, alla conoscenza della quale aspirano gli iniziati. La luce originante è forse maschile? Evitiamo di dire stupidaggini.

In Massoneria, “Huzzah!” o “Huzzaih” o “Huzza” è un’esclamazione utilizzata per esprimere gioia, approvazione o entusiasmo.

L’esclamazione ci porta al concetto di spina, che troviamo nell’acacia e che, nel suo significato esoterico, ci conduce ad un crocevia semantico.

Samura, la spina aegyptica, incarnava, a Nakla, la dea al-Uzzà e l’albero dell’acacia rappresenta Dhat Anwat, probabile epiteto della stessa divinità.

Nakhla fu il nome di due località del Hijaz, nella Penisola araba, in età preislamica e nel primo periodo islamico, site a sud di Mecca, prima di Tā’if

Le due località si distinguevano per un aggettivo che ne chiariva anche l’orientamento. Quella più meridionale si chiamava infatti Nakhla al-Yamaniyya, in direzione appunto dello Yemen, mentre l’altra si chiamava Nakhla al-Shāmiyya ed era più a nord di essa, in direzione della Siria (chiamata Shām).

La più interessante appare senza dubbio essere stata Nakhla al-Shāmiyya, nella quale si venerava al-‘Uzzā, divinità dei Banū Kināna e, quindi, adorata anche dai Quraysh di Mecca. Nelle vicinanze sorgeva anche un santuario della divinità pagana chiamata Suwā.

Al ‘Uzzā è la principale espressione di una divinità triplice composta anche da al Lat e al Menat. Le tre divinità erano chiamate i begli astri e rappresentavano i tre volti di Venere.

Venere è associata e, nella mitologia, spesso confusa, con Sirio, la egizia spdt, detta la Puntuta (il suo geroglifico è un triangolo isoscele). Una denominazione che richiama la spina. Sirio era associata in Egitto antico a Iside.

La spina è un simbolo caro ai Templari. Le loro commanderie erano collegate a “luoghi spina” (da cui Epinay, Pinay, Epinac, Courbépine) tramite cunicoli e in quei luoghi avvenivano le iniziazioni.

Per un gioco di parole (la Lingua verde è fatta di omofonie, analogie, enigmi) che vale sia per il francese, sia per l’italiano, spina e spiga sono molto simili: épine ed épi. En épi è la pannocchia. Spina, spiga, spica (latino). Spica è la stella più luminosa della costellazione della Vergine, che è rappresentata come una signora con una spiga in mano.

La forma antica dell’aculeo vegetale della spina è akantha, parola che per estensione diventa la pianta stessa con le spine: l’acanto, l’acacia, connessa con Al-Uzza o Huzzai, in altri termini: Venere, Sirio, Iside.

Il ramo d’acacia è uno dei simboli dei quali si fregiano i massoni, i quali, nonostante la fantasiosa storia dell’iniziazione maschile solare, mostrano come segno di riconoscimento un simbolo femminile che pare dire: sono iniziato ai misteri della Dèa.

Strani giochi dei simboli.

Veniamo ai nostri giorni.

Nel 1956 il filone massonico italiano che si riferisce alla scissione feriana, ossia la Gran Loggia d’Italia, mette carne al fuoco della querelle aprendo alle donne.

Frutto della Gran Maestranza di Giovanni Ghinazzi, eletto nel 1953 ai vertici della Comunione di Piazza del Gesù, l’entrata delle donne nelle file della Massoneria è anche il risultato di una ricomposizione di una delle tante sotto scissioni che nel corso degli anni avevano travagliato la vita delle organizzazioni latomistiche italiane. Nel 1955, infatti, era stato accolto nell’Obbedienza il gruppo di Giuseppe Zuccarello, che “dopo varie peripezie aveva deciso di rientrare nella Serenissima Gran Loggia. Questa Famiglia che già aveva statuito l’iniziabilità delle donne, era quasi esclusivamente costituita da Fratelli siciliani”.[i]

Il rientro del gruppo Zuccarello era stato l’occasione per accelerare un processo che già stava maturando e che porta nel 1956 all’istituzione della prima loggia tutta femminile, la R.L. Teresa Confalonieri.

“Fu questa la premessa –scrive Luigi Pruneti – per la creazione di Logge miste, infatti nei due anni successivi le prime donne entrarono in Logge ordinarie”.[ii]

Il femminile e il sacro

A distanza di anni, il 4 e 5 giugno del 1994 a Firenze, la Gran Loggia d’Italia, al tempo guidata dal Gran Maestro Renzo Canova tenne un convegno sul tema: “La Donna, il Sacro, l’Iniziazione”.

Molto tempo dopo, l’1-2 maggio 2009, a Lecce, il Renzo Canova, al tempo Sovrano Gran Commendatore del “Supremo Consiglio d’Italia e di San Marino”, introdusse un analogo convegno dal titolo: “La Donna, il Sacro, l’Iniziazione – Passato, presente e futuro”, ricordando come, dalle relazioni del primo convegno, “il discorso delle presunta non iniziabilità delle donne” risultasse “fuorviante”. “Dogmi ritenuti intoccabili si sfaldarono- aggiunse Canova – alla luce delle verifiche filosofiche, biologiche, storiche e logiche”.

Nell’ambito del convegno Renato del Ponte tenne una relazione dal titolo: “Il femminile nel fondamento dei misteri dell’antichità e il suo recupero nella dimensione attuale”, nel quale ci ricorda i Misteri di Eleusi, i Misteri di Lerna e come, nella Villa dei Misteri di Pompei, una giovane donna che si sta acconciando, vesta un chitone. “Il chitone di velo che veste questa donna – scrive Renato del Ponte – è la sindone mistica dei misteri dionisiaci, la veste sacra del neofita orfico”.

La giovane donna si appresta ad un matrimonio mistico.

Sala del triclinio dopo il restauro 3 opt

Sala del triclinio della Villa dei Misteri di Pompei

“La figura che solennemente troneggia nella scena guardando la sposa – commenta Dal Ponte – è certamente una sacerdotessa che presiede alla vestizione rituale degli iniziandi”. [iii]

“Con ciò – scrive Dal Ponte – siamo tornati ad Eleusi, le cui sacre cerimonie furono preservate nel 364 dall’intervento di Vettio Agorio Pretestato, che ottenne non s’applicassero ad esse le norme volute da Valentiniani I sul divieto dei sacrifici notturni. Pretestato, pontefice e iniziato a tutti i grandi Misteri dell’area mediterranea, era il marito di Fabia Aconia Paolina, iniziata come lui ad Eleusi, ma anche agli antichi riti di Lerna e di Egina e «tauroboliata»”. [iv]

“Il Compagnonaggio – scrive sempre Del Ponte – è una forma di iniziazione strettamente legata alla pratica di determinati mestieri e pare che al suo interno sussistano riti di trasmissione iniziatica validi per chi abbia appreso ed eserciti con perizia determinate attività artigianali. Ora, tra i mestieri suscettibili di servire da base per una iniziazione femminile René Guénon cita la tessitura e l’arte del ricamo, facendo riferimento al notevole simbolismo ad esso connesso”. [v]

La tessitura veste l’invisibile

L’azione della tessitura (tayt), secondo il principio egizio che ci riporta all’analogia del verbo, del sostantivo e dell’aggettivo, è anche il tessuto.

Il Neter femminile Renenunet offre una bandella (striscia di tessuto), essendo essa stessa la bandella, al Neter Amon, Mn (nascosto) la cui parte femminile e manifestante è Amonet.

Renenunet rivolge ad Amon le seguenti parole: “Parole dette da (Ren n) unet, Signora di … Tu ricevi questa tua bella (bendella), tu, ricevi questo tuo tessuto mâr, tu ricevi questo tuo tessuto menkhebet. Tu appartieni a lei, tu sei perfetto in lei, in questo suo nome dei quattro tessuti-menkhebet. Essa si unisce a te in questo suo nome di stoffa-idmi”.

Amon appare ad Amonet, il suo aspetto femminile; è compiuto in lei ed è unito a lei.

La vestizione con una tessitura-tessuto è un rivestire l’invisibile (il nascosto) rendendolo visibile; è un legare l’imponderabile a una materia ponderabile: uno spirito ad un corpo.

In termini generali possiamo dire, usando una metafora, che l’incorporazione è un vestire lo spirito di pelle; è il tessere attorno allo spirito un corpo.

Nei Testi delle Piramidi è scritto:

“Ti ho vestito con l’occhio di Horo, questa Renenunet.

Ti ho portato l’occhio di Horo che è in Tayt, questa Renenunet”.

Nel testo si afferma che l’occhio di Horo è nella tessitura. Un’affermazione che ha un’implicazione sorprendente alla luce delle attuali scoperte scientifiche.

L’Occhio di Horo, vero scrigno scientifico, ha, tra i suoi molteplici significati, anche quello che ci riporta al Dna, in quanto lo schema dell’occhio è un insieme di frazioni che riguardano un intero, formato da 64/64.

Fulcanelli scrive: “La nostra anima non è forse il ragno che tesse il nostro corpo?”[vi] L’essere umano non è, pertanto, concepibile come un reticolo di poteri dell’anima che si serve del corpo come sostegno?

Il concetto di tessitura lo ritroviamo rappresentato nel canestro egizio, che è il campo elettromagnetico (anima) del corpo umano.

Le donne trovaritz

Durante il convegno di Lecce, Wanda Gianfalla, in un contributo assai interessante, dal titolo: “La donna in musica: un’iniziazione” ricorda come alle corti di Eleonora d’Aquitania e delle sue figlie Maria e Aelis sia nato il movimento musicale dei “trovieri” (sec XIII), continuazione dei “trovatori”, cantori del “fin’amore”.

“I codici manoscritti dell’epoca – scrive in proposito Wanda Gianfalla – riportano inoltre i nomi di una ventina di donne “trovaritz”, che accompagnavano i loro versi con musiche di propria invenzione, eseguite estemporaneamente con strumenti musicali semplici ma espressivi. Spiccano, tra esse, i nomi di Maria di Ventadorn, Isabella di Periugord, Iselda, Garsenda, Beatrice contessa de Dia e, nel secolo successivo quelli di Clara d’Anduza, Castelloza, Carenza, e Blanche de Castille, regina di Francia, che alla perfetta conoscenza delle forme musicali univa, con istintivo gusto, un assoluto dominio delle leggi della versificazione”. [vii]

“Figure femminili provenienti dalle classi meno colte erano, poi, sempre in epoca medievale, le “Joungleresses” o giullaresse, equivalente femminile degli “Joculatores” di corte. Al prevalente nomadismo dei giullari, esse opponevano una più stabile residenza presso le corti dei signori, con ilo compito di diffondere testi e musiche di trovatori e trovieri”. [viii]

Le donne e il druidismo

Al convegno di Lecce ho partecipato con un contributo dal titolo: “L’eterno femminino nella cultura druidica”. [ix]

Nel mio lavoro citavo Théodore Hersart de La Villemarque, il quale scrive: “Il druidismo aveva un collegio di druidesse in un’isola situata all’imbocco della Loira e la loro scienza aveva lasciato delle profonde tracce nelle menti che a metà del quattordicesimo secolo non erano ancora sparite. Il numero delle streghe si era tanto moltiplicato di giorno in giorno che il vescovo diocesano credette di dover emanare contro di loro una bolla di scomunica, con tutte le cerimonie d’uso, in piena cattedrale, al suono delle campane, accendendo e poi spegnendo le fiaccole e calpestando con i piedi il messale e la croce. Le druidesse della Loira, come le vergini dell’arcipelago armoricano erano considerate come dotate di spirito sovraumano; senza dubbio si credeva che potessero sollevare con i loro canti il mare e il vento, prendere a loro piacimento la forma d’animale diversi, guarire le malattie incurabili, conoscere e predire l’avvenire”. [x]

La questione del ruolo delle donne come druidesse è controversa, anche se non mancano in merito studi affermativi.

Walter Ruterford[xi] ritiene che il druidismo sia eminentemente maschile e che esistano dei riferimenti “tardi” a druidesse. “Si dice – scrive – che una di loro avesse fornito a un giovane subalterno romano, di nome Diocleziano, l’improbabile informazione che un giorno sarebbe stato imperatore” e accenna alla credenza bretone che le corrigan, ovvero le fate, fossero un tempo druidesse, come le nove vergini profetesse che vivevano sull’Île de Sein.  Ruterford ricorda inoltre che nella conquista dell’isola di Môn (Oggi Anglesey), Tacito descrive le donne vestite di nero, dai capelli scarmigliati come Furie, che brandivano fiaccole, distinguendole dai druidi e sostiene che non vi sono druidesse nei miti e che ogni associazione tra druidismo e le donne sia gratuita.

Di parere totalmente opposto è Joseph Vendryes[xii], il quale sostiene che in Irlanda si è a più riprese posta la questione della ban-filid (donne-filid) e delle ban-fàithi (donne profetesse). “Così Fedelm, che gioca nel Tàin Bó Cualnge presso i guerrieri del Connacht  il  ruolo che aveva Cassandra presso i Troiani, è chiamata talvolta ban-fili (L:U: [Lebor na h Vidre, Libro della vacca bruna] L.4525) e talaltra ban-fàith (ib., L 4535); era andata in Gran Bretagna ad apprendere l’arte della profezia. Il femminile dell’irlandese file (gen. filed) appare certamente sotto la forma Veleda. E’ il nome ben conosciuto che dà Tacito ad una profetessa dei Bructeri (Hist. IV, 61 e V, 24) che, ai tempi di Vespasiano, era onorata come una divinità (Germ. 8) …. Questa Veleda doveva essere semplicemente una druidessa”.[xiii] “L’esistenza delle druidesse è assicurata – conclude Joseph Vendryes – nell’Histoire Auguste”[xiv] e ricorda che secondo Lampride Alessandro Severo ne incontrò una, secondo Vopiscus, Numeriano e Aureliano avevano consultato una druidessa e che Pomponio Mela parla di sacerdotesse. Va tuttavia notato che probabilmente le druidesse dell’Histoire Auguste erano delle chiromanti, a dimostrazione della decadenza progressiva del ruolo che ha coinvolto l’insieme della classe druidica, costretta a nascondersi.

In Irlanda, fa notare Joseph Vendryes, il termine ban-drui, donna druida, è conosciuto e nel Tàin Bó Cualnge si trova riferimento a “tre druidi uomini e tre druidi donne”, mentre nel Lebor na h-vidre si parla di “tre druidi e delle loro tre donne”. Tuttavia, asserisce Joseph Vendryes, “si incontra ban-drui altrove dove non si può che tradurre con druidesse”.[xv] “Non v’è dubbio – conclude pertanto l’autore – che presso i Celti alla professione di druido come a quella di filé sono ammessi dall’inizio le donne e gli uomini”.[xvi]

Di druidesse illustri come Velleda, Aurimie e Arébé, parla Jaques Bonvin.[xvii]

In “Leggende della Bretagna misteriosa” si narra della Groac’h dell’isola del Lok e il curatore del testo, Gwenc’hlan Le Scouëzec, in una nota scrive che il termine Groac’h o Grac’h significa propriamente “vecchia” e che questo era il titolo dato alle druidesse che avevano i loro collegi su un’isola vicina alle coste d’Armorica e che per questo l’isola era chiamata Isola di Groac’h, da cui per corruzione viene Groais o Groix. A poco a poco, fa notare Gwenc’hlan Le Scouëzec, il termine, che significa “vecchia” perdette il primitivo significato e invece di indicare una vecchia finì per designare una donna dotata di poteri sugli elementi e abitante in mezzo alle onde, come le druidesse dell’isola e successivamente una fata dell’acqua.[xviii] Anche le leggende relative alle streghe ci possono essere utili per capire quali ruoli potessero avere avuto le druidesse. Nel testo “Elfi e streghe di Scozia”[xix] la strega Cailleach Mhor Chlibhrich getta incantesimi sugli animali, Caitir Fhranagach è “esperta in ogni sorta di magie e stregonerie” e può scatenare in un batter d’occhio la tempesta sulle colline, oppure far traboccare di fango giallastro i torrenti, mandandoli in piena anche quando non cade una goccia d’acqua. Le streghe dell’isola di Mull sono chiamate a raccolta per combattere un capitano spagnolo che vuole invadere l’isola e che si ritiene dotato di poteri magici. Le Doideagan Muileach, le streghe grigie, si radunano e costruiscono un potente incantesimo intrecciando una corda di foglie verdi di felce aquilina alla quale appendono una macina alzando la quale si scatena la tempesta. La macina, scaraventata in cielo, scatena una tempesta marina che fa naufragare la nave dell’invasore.

J.A. Mac Culloch, membro della Chiesa Episcopale, uno dei primi a studiare, agli inizi del Novecento, il mondo celtico uscendo dalle precedenti interpretazioni romantiche, per nulla tenero con i druidi, che vede più come sciamani e maghi, che come sapienti, scrive che gli autori classici del III secolo parlano di Dryades o di “druidesse” e che queste possono essere assimilate più che a delle sacerdotesse a delle profetesse. Ricorda, tuttavia,  come anche San Patrizio si sia armato contro “gli incantesimi delle donne” (brichta ban) e dei druidi e come sia possibile che in Irlanda tali donne fossero chiamate “druidesse” dal momento che si incontra il termine ban-drui. Scrive poi di donne dedite alle pratiche magiche e del fatto che la progressiva scomparsa dei druidi (a causa delle continue persecuzioni, ndr) abbia visto conservare dalle donne i loro poteri. “Tuttavia – scrive J.A. Mac Culloch – si supponeva che molte delle capacità dei druidi fossero in possesso anche dei santi e dei chierici, sia in passato che in tempi recenti. Ma le donne continuarono ad essere delle maghe quando i druidi furono scomparsi, in parte per lo spirito conservatore femminile, in parte perché, in epoca pagana, il loro lavoro si era svolto più o meno in segreto. Infine la Chiesa le mise al bando e le perseguitò”. [xx]

Le badesse della chiesa cristiano celtica

Le streghe, dunque, hanno come i druidi il potere di interagire con la natura. Ed è quanto fanno anche le badesse dei primi conventi della chiesa cristiana celtica. “Lucenti dei mistici chiarori della santità, pudiche nei candidi panni, monache e badesse dagli occhi vivaci – scrive Renata Zanuzzi – sono pur sempre le temprate guerriere dei Celti che, con l’avvento della fede cristiana, non hanno perso la loro onorata prerogativa di esuberanti custodi della fecondità terrena e delle strette porte del soprannaturale. Le donne, al pari dei loro fratelli, ereditano beni che sanno difendere con le armi in pugno. Non soffrono minacce maschili ai loro diritti sociali, intellettuali, sessuali. Quando un uomo reca ingiuria ad una donna, per la legge dell’Isola [l’Irlanda, ndr] reca offesa alla donna stessa, oltre e prima che al di lei padre, o sposo o fratello. Poiché ogni danno arrecato  ad altri è riparabile con una negoziazione, il colpevole è condannato a farne ammenda pagando il giusto risarcimento sia alla donna che ai suoi parenti. Forti di una inveterata autorità sacerdotale pagana, le risolute badesse provvedono ai compiti pastorali con il medesimo fervore e pari aggravio di responsabilità degli abati. Predicano con voce sicura e squillante, impongono le mani per guarire gli ammalati. Ricche di carisma, ascoltano le confessioni, stabiliscono nei singoli casi le adeguate penitenze, a volte celebrano Messa e ordinano nuovi sacerdoti. Trascorsa l’ora del trapasso, saranno allora sepolte in pace con la dignità dei vescovi”.[xxi]

Le confraternite dell’antica religione

Una ritualità che contempla la compresenza di uomini e donne è quella delle confraternite dell’antica religione, conservatasi nei luoghi meno penetrabili dal cristianesimo, i cui segni di riconoscimento erano la cintura e giarrettiera erano. Cintura per gli uomini e giarrettiere per le donne.

Le confraternite erano composte da 13 persone (uomini e donne) e guidate da un uomo. Furono considerate confraternite di streghe e pertanto perseguitate. Per proteggere la contessa che al ballo con lui aveva mostrato la giarrettiera, Edoardo III, verso il 1348 istituì l’Ordine della Giarrettiera e il motto “Honi soit qui mal y pense” .

Margaret A. Murray[xxii] fa notare come nelle congreghe di streghe, composte da 12 membri più il Maestro, di fatto il clero dell’Antica Religione, il laccio o la cordicella avesse una grande importanza perché era il segno distintivo del loro rango. Di solito venivano portati intorno alla gamba e servivano da giarrettiera. Accanto al Maestro era sempre presente una Fanciulla (Pucelle). Non è improbabile, pertanto, che quando Edoardo III, dopo il ballo di Calais con la contessa di Salisbury e dopo la caduta della sua giarrettiera, istituì l’Ordine che si proponeva di restaurare la Tavola Rotonda (nel 1344 convocò una Tavola rotonda dei bardi – Vedi Pietro Boitani, introduzione a Sir Gawain e il Cavaliere verde, Adelphi – e Michel Raoult, Les druides – Les sociétés initiatiques celtiques contemporaines, Edition du Rocher), con il motto “Honi soit qui mal y pense” intendesse  evitare ogni possibile illazione sul ruolo di Pucelle della contessa di Calays e sulla sua possibile appartenenza all’Antica Religione.

Potremmo proseguire con altri esempi, ma lo spazio di un articolo non lo consente.

Rimane il fatto che parlare di Massoneria in chiave prettamente maschile riguarda la tradizione dei club inglesi e, conseguentemente, quella visione dell’eteria iniziatica che è tipica del vulnus degli Hannover che si sono inventati la nascita della Massoneria nel 1717 per affermare il loro potere politico.

 

[i] Luigi Pruneti, Storia della Gran Loggia d’Italia, Edimai, Roma, 1991

[ii] Luigi Pruneti, Storia della Gran Loggia d’Italia, Edimai, Roma, 1991

[iii] Renato del Ponte,“Il femminile nel fondamento dei misteri dell’antichità e il suo recupero nella dimensione attuale”, in: Atti del convegno: La donna, il sacro, l’iniziazione, passato presente e futuro, acadèmia editrice d’Italia e di San Marino.

[iv] Renato del Ponte,“Il femminile nel fondamento dei misteri dell’antichità e il suo recupero nella dimensione attuale”, in: Atti del convegno: La donna, il sacro, l’iniziazione, passato presente e futuro, acadèmia editrice d’Italia e di San Marino.

[v] Renato del Ponte,“Il femminile nel fondamento dei misteri dell’antichità e il suo recupero nella dimensione attuale”, in: Atti del convegno: La donna, il sacro, l’iniziazione, passato presente e futuro, acadèmia editrice d’Italia e di San Marino.

[vi] Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Mediterranee

[vii] Wanda Gianfalla, La donna in musica: un’iniziazione, in: Atti del convegno: La donna, il sacro, l’iniziazione, passato presente e futuro, acadèmia editrice d’Italia e di San Marino.

[viii] Wanda Gianfalla, La donna in musica: un’iniziazione, in: Atti del convegno: La donna, il sacro, l’iniziazione, passato presente e futuro, acadèmia editrice d’Italia e di San Marino.

[ix] Silvano Danesi, L’eterno femminino nella cultura druidica, in: Atti del convegno: La donna, il sacro, l’iniziazione, passato presente e futuro, acadèmia editrice d’Italia e di San Marino.

[x] Théodore Hersart de La Villemarque, Le Barzhaz Breizh, Coop Breizh

[xi] Walter Ruterford, Tradizioni celtiche, Tea

[xii] Joseph Vendryes, La religion des Celtes, Coop Breizh

[xiii] Joseph Vendryes, La religion des Celtes, Coop Breizh

[xiv] Joseph Vendryes, La religion des Celtes, Coop Breizh

[xv] Joseph Vendryes, La religion des Celtes, Coop Breizh

[xvi] Joseph Vendryes, La religion des Celtes, Coop Breizh

[xvii] Jaques Bonvin, Vierges Noires, Dervy

[xviii] Leggende della Bretagna misteriosa, Arcana

[xix] Elfi e streghe di Scozia, a cura di Lorenzo carrara, Arcana

[xx] J.A. Mac Culloch, La religione dei Celti, Neri Pozza

[xxi] Renata Zanuzzi, San Colombano d’Irlanda, Pontegobbo edizioni

[xxii] Margaret A. Murray, Il dio delle streghe, Ubaldini

Silvano Danesi

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