© Silvano Danesi
“Secondo la leggenda del 30° grado [del Rito Scozzese Antico ed Accettato, ndr], l’Ordine dei Cavalieri del Tempio comprendeva pure un collegio di “Santi” (in ebraico Kadosch) che professavano una dottrina segreta, appresa in Oriente. Dopo la dispersione dell’Ordine, questo collegio si perpetuò, per via di iniziazione, sia fra i Cavalieri di sant’Andrea di Scozia [vedi 29° grado], sia come organismo indipendente”. [i]
Le conoscenze dei Cavalieri del Tempio e dei “Santi”, secondo varie tradizioni massoniche, sarebbe poi passata alla Massoneria e il 30° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato sarebbe pertanto la continuazione della catena iniziatica.
Rintracciare gli anelli della catena è compito arduo, ma non impossibile. Vediamo, dunque, alcuni elementi che ci possono essere utili.
“Una volta, in tempi così antichi che l’umanità ne ha quasi perso il ricordo, degli esseri eccezionali abitavano una regione meravigliosa che offriva tutte le ricchezze della vita. Eccezionali, perché avevano affrontato vittoriosamente molte difficili prove prima di raggiungere quell’Eden e perché avevano saputo trovare la strada che conduceva in quel luogo paradisiaco dove il sole dolce e benefico non tramontava mai. Ebbene, questa confraternita non è un’istituzione del tutto scomparsa. Ancora oggi esiste un collegio iniziatico che tramanda l’antica saggezza e la rende attuale attraverso vari livelli delle nostre società”.[ii] “La misteriosa confraternita – si chiede Jacq – faceva quindi parte della «catena» simbolica che, partendo dal Vicino Oriente, e più precisamente dall’Egitto, attraversò il mondo greco-romano, assunse molteplici volti dell’ellenismo, della gnosi, e conobbe il suo apogeo nel medioevo delle cattedrali?”.
“Nella civiltà greca, Apollo – scrive ancora Jacq – si afferma come Maestro spirituale dei Saggi del Nord. Ebbene, Latona, madre di Apollo, apparteneva alla prima generazione degli dèi ed era nata nel paradiso nordico”.
Latona, la Notte, la Grande Tenebra, era madre di Apollo e di Artemide.
Un mito narra che Apollo ritorna nel paradiso nordico, in Iperborea, ogni diciannove anni.
“Apollo – aggiunge ancora Jacq – prototipo dell’iniziato ai misteri del sole nascosto, ci trasmette altri messaggi. Uno degli epiteti del dio, Loxias, è particolarmente importante, perché ci ricorda che Apollo fu cresciuto da Loxo, sacerdotessa della comunità femminile che aveva trovato rifugio nel paradiso nordico”.
“Tra gli autori dei vecchi racconti mitologici, Ecateo e qualche altro – scrive Diodoro Siculo – dicono in effetti che nelle regioni che si trovano di fronte alla Celtica, vi è un’isola che non è meno importante della Sicilia. Essa è situata al nord ed abitata da quelli che vengono chiamati Iperborei perché sono al di là del soffio del Boreo; quest’isola ha un suolo fertile che permette ogni tipo di produzione ed il clima considerevole produce due raccolti per anno. Secondo i mitologi, è là che Leto venne al mondo; anche Apollo è onorato presso di loro, più che gli altri dei. Vi sono per così dire dei preti di Apollo perché questo dio è onorato quotidianamente senza sosta con dei canti e onorato in modo notevole. Nell’isola si trova anche uno splendido santuario di Apollo ed un tempio considerevole ornato di numerose offerte e che ha forma di una sfera. Si trova anche una città consacrata a questo dio e la maggior parte dei suoi abitanti sono citaristi, essi suonano continuamente la cetra nei templi, indirizzando degli inni al dio per glorificare le sue imprese. Gli Iperborei possiedono una lingua particolare… (…) Si dice anche che dopo quest’isola la luna sembra molto poco distante dalla terra e che si possono vedere le gibbosità del terreno sulla sua superficie. Si dice anche che il dio si reca nell’isola ogni diciannove anni, tempo nel quale gli astri portano a termine il loro ciclo… (…) [E’ il ciclo di Metone, ndr]. Al momento della sua apparizione, il dio suona la cetra e balla senza sosta ogni notte, dall’equinozio di primavera al sorgere delle Pleiadi, affascinato dai suoi successi. I re di questa città ed i reggitori dei santuari sono coloro chiamati i Boreadi, essendo discendenti di Boreo, e si trasmettono il loro poteri continuamente di generazione in generazione.” – Diodoro Siculo, Biblioteca storica, II,XLVII, 1-7
Non tutti sono d’accordo con questa versione.
Strabone (Geographia, I, 4, 3), ad esempio, scrive: “L’uomo che riferisce di Tule, Pitea, è stato riconosciuto come un bugiardo matricolato; e coloro che hanno visitato la Britannia e Ierne non dicono niente di Tule, tanto che essi citano delle altre isole, di poca estensione, al largo della Britannia. La stessa Britannia… (…) …[è] della medesima lunghezza della Celtica, di fronte alla quale essa si estende…”.
Giovenale (Satire, XV, 110-112), al contrario, scrive: “Ora tutto il mondo possiede l’educazione greca e romana, la Gallia eloquente ha educato degli avvocati in Britannia, e in Tule si parla già di stipendiare un retore.”
Il mito iperboreo, che ritroviamo in molte culture, è strettamente legato alla Stella Polare, all’Orsa minore e all’Orsa maggiore e alle stelle che girano intorno all’asse polare senza mai tramontare. Sono le stelle che gli Egizi chiamavano imperiture. Artio, la Dea Orsa, era venerata dai Celti e i ricordi polari, secondo Marjia Gimbutas[iii], ci dicono che l’orsa fu un’antenata e una madre generatrice.
René Guenon riteneva “che i Celti avessero preservato qualcosa della grande tradizione iperborea e che la figura di Re Artù avesse lì le sue radici: egli ampliò l’etimologia di Artu/Arktos figlio di Uther Pendragon, il cui nome, a sua volta, ricorda la costellazione polare del Drago. Notiamo che la stella più importante Alpha Draconis fu per secoli la Stella Polare attorno al 3000 a.C.”.[iv]
Inoltre, va notato che la “trasformazione di Artù da eroe polare a eroe solare è analoga a quella di Apollo, che giunse in Grecia come iperboreo e finì come dio del sole”.[v]
John Michell [vi]propone per Artù un’assonanza con Arcturus, tuttavia, se seguiamo per un attimo Guénon, potremmo assegnare ad Arcturus, della costellazione di Boote, guardiano dei buoi, “Septem Triones”, ossia del Settentrione, del Nord, un collegamento con Merlino.
Nella leggenda è, infatti, Merlino, il Guardiano del Settentrione, ossia del Polo, colui che assiste al movimento delle Stelle Imperiture, che consente a Uther Pendragon (Alpha Draconis) di tramutarsi nel re e di concepire con Igraine (nel cui nome è contenuto il significato di luce, di sole) Artù, ossia la nuova Stella Polare, l’Orsa.
La terra sacra polare, sede del centro spirituale primordiale di questo ciclo, è chiamata anche Vârâhî o Terra del Cinghiale e i druidi, come è noto, erano associati al cinghiale.
La radice var, fa notare Guénon[vii] diventa nelle lingue nordiche bor, per cui Vârâhî è sinonimo di Borea. Arianrohd è aurora boreale. Borea, dunque, ovvero la terra dell’Aurora, è la Terra del Cinghiale.
Nella mitologia greca Borea è la personificazione del Vento del Nord, figlio del titano Astreo e di Eos, dea dell’aurora, e fratello di Noto, Apeliote e Zefiro. Viene raffigurato come un uomo barbuto alato, con due volti e con la chioma fluente. Borea si innamorò di Orizia, figlia del re Eretteo e la rapì. Da lei ebbe Calaide e Zete, che parteciparono alla spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro, e Cleopatra. In ricordo del presunto aiuto dato da Borea nella Battaglia di Capo Artemisio agli Ateniesi per sconfiggere la flotta persiana, furono istituite le Boreasmi, feste in suo onore. Nella mitologia romana equivale ad Aquilone.
Var o vri, scrive sempre Guénon, ha anche il significato di “coprire”, “proteggere”, “nascondere”. Il vedico Var-una e il suo equivalente greco Our-anos, sono dunque i “nascosti” i “coperti”, i “protetti”, come l’egizio Amon, il celtico Ceugant (Oiw), ossia il cielo dei mondi superiori, nascosti ai sensi. [viii]
La medesima radice ha anche il significato di “scelta”, “elezione” (vara), per cui la Terra del Cinghiale diventa la Terra degli eletti, dei santi, dei beati.
I druidi, come i sacerdoti egizi, usavano il linguaggio omofonico, analogico, enigmatico per cui il vocabolo essoterico “cinghiale” nasconde quelli esoterici di “boreale”, “nascosto” ed “eletto”.
Sempre Guénon fa notare come il nome bor, ad un certo punto, possa essersi trasferito all’Orso, bear in inglese e bär in tedesco, durante un periodo di predominio della classe guerriera (che si identificava nell’orso) su quella sacerdotale (che si identificava nel cinghiale). Gli “eletti”, i “nascosti”, i “cinghiali” sono stati sostituiti dagli orsi. Al potere della Saggezza si è sostituito quello della Forza.
Procediamo nel ragionamento.
Nella tradizione indù il nome più consueto dell’Orsa maggiore è sapta-riksha. Il sanscrito riksha (orso) è l’equivalente del celtico arth, del greco arto e del latino ursus. Riksha è anche in generale una stella, ossia una luce (archis, dalla radice arch o ruch, “brillare” o “illuminare”). [ix]
Il cinghiale è legato a Brighit, la Scrofa Bianca, e L’Era del Cinghiale corrisponde a quella dell’Acquario.
Nella tradizione indù, ci fa notare René Guenon[x], il cinghiale è varâha e il nostro kalpa, ossia l’attuale ciclo della manifestazione, è Shwêta- varâha-kalpa, ovvero il ciclo del cinghiale bianco, che è iniziato nella Costellazione del Cinghiale (Acquario).
La nuova Era del Cinghiale, ovvero dell’Acquario, sarebbe dunque l’inizio di un nuovo ciclo di manifestazione.
Paolo Diacono, nella sua famosa Historia Langobardorum, parla di sette saggi che dormono in una caverna a nord del mondo. “Nell’estremo lembo della Germania, a tramontana e proprio sulle rive dell’oceano, si può vedere un antro sovrastato da una rupe, e lì, non si sa da quanto tempo, sette uomini dormono immersi in un lungo sonno: così integri non solo nei corpi, ma anche nelle vesti, e da si lungo volgere d’anni, da essere diventati oggetto di venerazione per quelle genti incolte e barbare”.[xi]
[i] Salvatore Farina, Il libro dei rituali del Rito Scozzese Antico ed Accettato, Piccinelli Edizioni.
[ii] Christian Jacq, La confraternita dei saggi del Nord, Età dell’Acquario
[iii] M.Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia
[iv] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee
[v] Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee
[vi] Citato in: Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee
[vii] René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi
[viii] Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi
[ix]Vedi René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi
[x]René Guenon, Simboli della scienza sacra, Adelphi
[xi] Paolo Diacono, Storia dei longobardi, Tea






