L’Odissea di Ulisse-Odisseo nel Mediterraneo, il leggendario ritorno a casa dopo la guerra di Troia, è un’avventura epica attraverso 14 tappe principali, costellate da incontri con mostri mitologici, divinità e regni fantastici, prima del tanto atteso arrivo a Itaca.
La tappa nella quale Ulisse incontra Polifemo e dove abbiamo trovato parole iniziali è la quarta, ma un’analisi attenta delle altre tappe potrebbe darci, in questa direzione, altre importanti indicazioni.

Le Tappe Principali del Viaggio
1. Troia
La partenza dopo la fine della guerra. Da qui ha inizio il lungo viaggio. Troia è simbolo della guerra, della hýbris (tracotanza, sfida agli dei e alle leggi morali, violazione del senso di misura) e dell’empietà (mancanza di rispetto verso il sacro). Troia è il simbolo dell’ira funesta di Achille e dell’empietà verso Apollo di Agamennone, così come è narrato nell’Iliade.
2. Terra dei Ciconi alleati di Troia (Ismara)
Ulisse e i suoi uomini saccheggiano la città, ma subiscono un contrattempo che costa la vita a molti compagni. La violenza gratuita e brutale blocca la via del ritorno.
3. Isola dei Lotofagi
Una tempesta spinge la flotta nel paese dei mangiatori di loto. Chi mangia il fiore dimentica la patria e il desiderio di tornare. La dimenticanza fa perdere la nostalgia, quel dolore che stimola al ritorno.
4. Terra dei Ciclopi
Ulisse approda nell’isola dei giganti monocoli. Qui affronta Polifemo, accecandolo per fuggire, inimicandosi così il dio Poseidone. L’uso della metis, intesa come intelligenza astuta, rende nemici gli dèi.
5. Isola di Eolo
Il dio dei venti dona a Ulisse un otre che racchiude tutti i venti contrari per facilitare il ritorno. A causa della curiosità dei compagni, l’otre viene aperto e le navi vengono respinte.
La curiosità è lo stato di desiderio, di inquietudine cognitiva, di attrazione verso l’ignoto. È una forza propulsiva, una tensione verso ciò che non si sa (o non si capisce ancora); è orientata al futuro e al possibile, ma se è leggera può causare gravi danni.
Se, al contrario, è profonda, allora è la meraviglia filosofica (la thaumazein degli antichi greci). Θαυμάζειν (thaumázein) significa meravigliarsi, stupirsi o provare meraviglia ed è un termine filosofico fondamentale, soprattutto legato alla tradizione greca antica, in quanto deriva da deriva da thaûma (θαῦμα), che significa “meraviglia”, “stupore”, “prodigio”. Indica uno stato di stupore ammirato di fronte al mondo, ai suoi fenomeni e ai suoi misteri.
Platone (nel Teeteto, 155d) fa dire a Socrate: «Il pathos del filosofo è proprio questo: thaumazein. E la filosofia non ha altro principio che questo». La meraviglia è l’inizio e l’essenza del filosofare.
Aristotele (nella Metafisica, 982b) afferma: «È per via della meraviglia [dia to thaumazein] che gli uomini, sia ora che in principio, hanno cominciato a filosofare». Thaumazein è lo stupore che ci spinge a domandarci: “Perché le cose sono come sono?” ed è considerato la scintilla iniziale di ogni autentica ricerca filosofica.
6. Terra dei Lestrigoni
Un luogo abitato da giganti antropofagi che distruggono quasi tutte le navi di Ulisse, lasciando intatta solo la sua. Dopo aver usato la metis per vincere la rozza narrazione del ciclope Polifemo, Odisseo è stato vittima della curiosità leggera che crea disastri e impedisce la conoscenza. Da qui l’incontro con i fenomeni mangiatori di uomini che lo privano della flotta lasciandolo solo con la sua nave.
I Lestrigoni sono il pericolo dell’“altro” e la violazione della xenia. I Lestrigoni incarnano l’estremo “altro” rispetto alla civiltà greca per la quale l’ospitalità era sacra. Come i Ciclopi, i Lestrigoni simboleggiano la forza primordiale e incontrollata (la violenza della natura o della barbarie) contro la metis di Ulisse.
Ulisse sopravvive solo perché, per prudenza, tiene la sua nave fuori dal porto. È un momento in cui l’eroe impara la prudenza, a non fidarsi ciecamente delle apparenze e non seguire ciecamente il gruppo. Il passaggio nella terra dei Lestrigoni simboleggia anche i pericoli della hybris collettiva (i compagni che entrano tutti nel porto) rispetto alla prudenza individuale.
Simbolicamente, segna, soprattutto, il passaggio da un’avventura collettiva a un percorso più individuale e interiore. Ulisse porta con sé il senso di colpa e il dolore per i morti, elementi che arricchiscono la sua umanità (non è solo un eroe astuto, ma anche un uomo che soffre). Questa tappa rappresenta le prove che “riducono” l’uomo, spogliandolo del superfluo per farlo rinascere più saggio.
7. Isola di Eea (Dimora di Circe)
La maga Circe trasforma i compagni di Ulisse in porci. Con l’aiuto di Ermes, Ulisse resiste all’incantesimo e rimane sull’isola per un anno, concependo un figlio ed esplorando l’ignoto. I restanti compagni di Odisseo, sono trasformati in porci, in quanto si abbandonano ai sensi e perdono il senso vero dell’essere umano. Chi cede alla seduzione immediata perde il nous e l’identità e pertanto perde la via.
Odisseo, invece, resiste, grazie alla protezione divina, e, ancora una volta, alla sua metis.
Circe è una delle grandi figure femminili ambivalenti del mito greco: seduttrice e distruttrice, iniziatrice e soccorritrice, rappresenta la Grande Dea nelle sue molteplici espressioni.
In chiave junghiana è una classica Anima: l’immagine dell’inconscio femminile nell’uomo. Odisseo deve confrontarsi con lei, dominarla senza distruggerla e integrarla per completare il proprio viaggio di individuazione. Non a caso Odisseo e Circe si uniscono in un’unione sacra.
Circe (preludio alla tappa successiva) rivela a Odisseo il rito per evocare i morti (Nekyia) e lo avverte dei pericoli futuri (Sirene, Scilla e Cariddi). La Dea diventa maestra di saggezza.
A differenza dei suoi compagni, Ulisse riesce a tornare perché sa attraversare il femminile senza esserne inghiottito.
Interessante qui un inciso su Giordano Bruno, il quale, nel primo dialogo del Cantus Circaeus (Il canto di Circe), opera filosofica e mnemotecnica pubblicata in latino nel 1582 a Parigi, narra che Circe, con l’aiuto della sua ancella Meri compie un incantesimo che trasforma gli uomini in animali, rivelandone così la vera natura bestiale nascosta sotto l’apparenza umana.
Il dialogo è strutturato come una serie di “questioni” (domande) poste da Meri a Circe, che risponde descrivendo le caratteristiche ferine di vari tipi di persone (avari come porci, aggressivi come cani, ostinati come muli o galli, ecc.), seguendo anche un ordine alfabetico utile per la memoria.
Meri interroga Circe su questi “uomini – bestie” e la maga spiega come riconoscerne la natura vera.
Ecco la parte del testo che ci interessa:
Circe: «Sole che illumini il tutto. Apollo, inventore del canto, cinto della faretra, arciere potente nello scagliare i dardi, Pizio, ornato di alloro, divinatore, pastore, vate, augure e medico […]».
Circe invoca i pianeti e gli dei, compie rituali (incensi, sigilli, preghiere) per strappare le false sembianze umane e rivelare le nature bestiali. Poi esclama: «Ecco che sotto una scorza umana sono celati animali ferini. Conviene forse che un’anima bestiale abiti un corpo di uomo come se questo fosse una dimora cieca e ingannevole? Dove sono le leggi che per diritto governano la natura?… Vi scongiuro […] strappando da ciascuno individuo di specie bestiali le sembianze umane, fate sì che questi esseri si mostrino nelle loro figure esteriori e veritiere.»
Meri: «Sono scossa dal terrore, mia dea e regina, giacché adesso belve terribili a vedersi ci minacciano».
Circe: «Avevi paura poco fa?».
Meri: «In verità no».
Circe: «Adesso hai dunque meno ragione di preoccuparti».
Meri: «Com’è possibile?»
Circe: «Questi che adesso vedi (come hai riconosciuto tu stessa) nel loro aspetto di animali bruti e di bestie non sono per niente diversi da quelli che poco fa vedevi come uomini, se non perché ora soltanto hanno reso evidenti quelle unghie, quei denti, quegli aculei e quelle corna che prima celavano. Anzi, voglio che ti sia ben chiaro questo: poiché adesso sono privi di quell’organo che è efficacissimo nel ferire l’intimo stesso degli animi, sono divenuti tutti quanti meno nocivi e temibili».
Il riferimento è alla lingua, simbolo della parola.
8. Il regno dei Morti (Ade)
Su consiglio di Circe, Ulisse scende nell’Oltretomba per consultare l’indovino Tiresia, che gli rivela il suo futuro e le difficoltà del viaggio. Odisseo qui va oltre la metis e incontra il nous, l’intuizione, che è il modo con il quale ci si incammina sulla via (hodós) della Dea parmenidea.
Tiresia simboleggia la saggezza interiore che va oltre i sensi. Odisseo impara che l’intelligenza astuta non basta: serve anche la conoscenza profonda del destino e del divino.
Tiresia, ossia lo sguardo noetico, vaticinante, gli svela i pericoli che ancora lo aspettano nel suo viaggio del ritorno. Il nostos (ritorno) non è solo geografico, ma esistenziale e spirituale.
La Nekyia è una catabasi (discesa) che prelude a una rinascita. Odisseo “muore” metaforicamente (perde i compagni, affronta l’ignoto) per poter “rinascere” come re (Sé, re di sé stesso) a Itaca.
9. Isola delle Sirene
Ulisse riesce ad ascoltare il loro canto letale facendosi legare all’albero maestro, mentre i suoi compagni si tappano le orecchie con la cera. Le sirene rappresentano la seduzione della conoscenza proibita, del piacere irresistibile e di tutto ciò che può allontanare l’essere umano dal proprio percorso.
Il loro canto promette: sapere assoluto; soddisfazione dei desideri; fascino e bellezza irresistibili.
Odisseo simboleggia l’uomo ormai intelligente e consapevole dei propri limiti; non fugge dalla tentazione e sceglie di affrontarla con prudenza. Per questo ordina ai marinai di tapparsi le orecchie con la cera e di legarlo all’albero della nave. L’albero maestro della nave diventa il simbolo della propria maestria, dell’autocontrollo raggiunto. Inizio modulo
10. Scilla e Cariddi
La nave deve passare attraverso uno stretto pericoloso: da un lato il mostro a sei teste Scilla, dall’altro il terribile gorgo di Cariddi.
Nell’Odissea, Scilla e Cariddi sono molto più che mostri marini: rappresentano simbolicamente una situazione in cui qualsiasi scelta comporta una perdita o un rischio. Scilla è un mostro che vive su uno scoglio e divora i marinai che passano troppo vicino. Cariddi è un enorme vortice che inghiotte intere navi.
Per evitare Cariddi, Odisseo deve avvicinarsi a Scilla; per evitare Scilla, rischierebbe di essere inghiottito da Cariddi. Non esiste una soluzione perfetta. Scilla e Cariddi rappresentano i dilemmi della vita, le scelte tragiche tra due mali, la necessità di accettare perdite inevitabili, i limiti dell’azione umana.
A differenza dell’episodio delle sirene, qui non si tratta di resistere a una tentazione, ma di affrontare una situazione in cui la ragione non può eliminare completamente il pericolo.
In questo episodio, Odisseo simboleggia il capo che deve prendere decisioni difficili. La sua saggezza non consiste nel trovare una soluzione ideale, ma nello scegliere il male minore.
11. Isola del Sole (Trinacria)
Nonostante gli avvertimenti, i compagni affamati macellano i buoi sacri al dio Sole. Per punizione, una tempesta distrugge la nave e tutti gli uomini muoiono, tranne Ulisse. Trinacria è il nome antico della Sicilia.
Nell’Odissea è l’isola sacra al dio Helios (il Sole), dove pascolano le sue mandrie di buoi e greggi sacri, animali che non devono assolutamente essere toccati.
Quando Odisseo e i suoi compagni approdano a Trinacria, ricevono l’ordine di non uccidere il bestiame sacro. A causa della fame, però, i compagni di Odisseo disobbediscono e sacrificano alcuni buoi del Sole. Per punire questo sacrilegio, Zeus scatena una tempesta che distrugge la nave: tutti i compagni muoiono e solo Odisseo si salva.
Odisseo è l’unico che ha superato le prove, ora è definitivamente solo.
12. Isola di Ogigia (Ninfa Calipso)
Unico superstite, Ulisse approda a Ogigia e viene trattenuto per sette anni dalla ninfa Calipso, che gli offre l’immortalità in cambio del suo amore. l nome greco Calipso (Καλυψώ, Kalypsṓ) significa “colei che nasconde”, “la nascosta” o “colei che copre/cela”. Il nome deriva dal verbo greco antico καλύπτω (kalýptō o kalyptō), che significa “coprire”, “nascondere”, “celare” o “velare”.
Alcune fonti medievali (come l’Etymologicum Magnum) lo interpretano anche come “colei che nasconde la conoscenza” (kalýptousa to dianooúmenon). Ancora una volta Odisseo è sottoposto ad una prova riguardo all’immortalità che non è il dono di un amore terreno, per quanto magico, come è quello di una ninfa, ma quello del raggiungimento della propria meta che è la piena conoscenza noetica del proprio Sé.
13. Isola dei Feaci (Scheria)
Liberato per volere degli dei, Ulisse naufraga sulle coste di Scheria. Soccorso dalla principessa Nausicaa, viene accolto dal re Alcinoo, al quale racconta tutte le sue avventure. Il nome greco Ναυσικάα (Nausikáa) significa letteralmente “bruciatrice di navi” o “colei che brucia le navi”.
Naus (ναῦς) significa “nave”. Kaio / kāō (κάω) significa “bruciare” o “incendiare”. La navigazione è finita e Odisseo raggiungerà Itaca grazie all’aiuto dei Feaci. I Feaci accolgono Odisseo e gli forniscono una nave per il rientro in patria.
Il mito li vuole una stirpe molto cara a Poseidone, del quale si diceva fossero discendenti e dotati di navi prodigiose che non avevano bisogno di vele e di remi, ma si muovevano con il pensiero, guidate da una sorta di “intelligenza” e orientate attraverso le mappe mentali dei naviganti.
14. Itaca
Grazie all’aiuto dei Feaci, Ulisse torna finalmente nella sua patria, dove sconfigge i Proci e si riunisce alla moglie Penelope e al figlio Telemaco.
Il nome Penelope (dal greco Penelópeia) deriva probabilmente da pene filo (tessitrice) o pênops (anatra).
Penelope è la tessitrice e la tela. Questa interpretazione si lega perfettamente al famoso mito omerico in cui Penelope tesse il sudario per Laerte di giorno e lo disfa di notte.
Durante i vent’anni di assenza del marito per la guerra di Troia e il lungo viaggio di ritorno, Penelope fu assediata dai Proci, pretendenti che volevano costringerla a sposarne uno e usurpare il trono di Itaca.
Per prendere tempo, Penelope promise che avrebbe scelto un nuovo sposo solo dopo aver terminato di tessere un sudario per il suocero Laerte. Di giorno tesseva la tela, ma di notte la disfaceva di nascosto.
La tela di Penelope è un lavoro che non finisce mai, come quello della Dea.
Sull’isoola ad attendere Odisseo c’è il figlio Telemaco, ilo cui nome deriva dal greco antico Τηλέμαχος (Tēlémachos), composto da têle (lontano) e mákhomai (combattere).
Il suo significato letterale è quindi “colui che combatte da lontano” o “guerriero lontano”.
Nel poema Telemachia si narra del viaggio di Telemaco alla ricerca di notizie del padre.
Telemaco è una figura che rappresenta la tensione dell’Io verso il Sé ed è, anche per Odisseo, il paradigma dell’approdo a Itaca.
Se usiamo il linguaggio della psicologia analitica di Carl Gustav Jung, il Sé rappresenta la totalità della psiche, il principio che orienta il processo di individuazione e integra coscienza e inconscio. In questo quadro Telemaco può essere visto come l’Io in cerca di una direzione e di una pienezza che ancora non possiede. In questo senso, Telemaco è il cercatore del Sé.
Tuttavia, in una lettura più simbolica, si potrebbe sostenere che Telemaco incarni una manifestazione nascente del Sé: è la parte della personalità che si muove verso la propria realizzazione, che tenta di ricomporre un ordine perduto e di integrare un’eredità ancora assente.
Se consideriamo l’Odissea come il racconto di un processo di trasformazione interiore, allora Odisseo non torna semplicemente a casa: torna cambiato. Il guerriero della guerra di Troia è all’inizio definito soprattutto dall’azione, dall’astuzia e dalla conquista. Attraverso il lungo viaggio incontra i propri limiti, la perdita, la tentazione, la fragilità umana. In questa prospettiva, il ritorno a Itaca può essere letto come un ritorno a sé stesso, ma su un piano superiore.
Telemaco, allora, potrebbe rappresentare qualcosa di più del semplice figlio. Potrebbe essere visto come una sorta di immagine speculare dell’Odisseo giovane.
In questo senso, Telemaco “chiude il cerchio” perché mostra che il percorso non termina con Odisseo. Ciò che Odisseo ha conquistato attraverso il viaggio viene trasmesso alla generazione successiva. Il figlio si trova all’inizio di un cammino analogo a quello che il padre ha già attraversato.
Da una prospettiva junghiana, si potrebbe persino dire che Odisseo e Telemaco rappresentano due momenti dello stesso processo: Odisseo è il soggetto che attraversa il viaggio di individuazione e Telemaco è il nuovo inizio del ciclo, la possibilità che quel processo continui e si rinnovi.
Telemaco è la figura che testimonia il compimento e al tempo stesso la riapertura del percorso verso il Sé. È quasi una figura circolare: ciò che Odisseo era prima della partenza riappare in Telemaco, ma arricchito dall’esperienza che il padre ha ormai integrato.
Si potrebbe formulare così: Telemaco non è il Sé raggiunto da Odisseo; è il punto in cui il viaggio del Sé diventa eredità e ricomincia sotto una nuova forma.
È una lettura che si avvicina più a una visione archetipica e generazionale del mito che a una strettamente filologica, ma proprio per questo può essere molto feconda sul piano simbolico.
E, così, il viaggio ricomincia.






