Incantesimi e monoteismo dall’Antico Egitto – Parte 2

Mag 24, 2026 | EGITTO

di Shabbat Menkaura
Akhenaton: oltre il mito del faraone

Quando si posa lo sguardo sul volto di Akhenaton il tempo stesso sembra incrinarsi. Non è un volto umano nel senso comune del termine: è una visione aliena materializzata nella pietra calcarea di Amarna.

Il cranio allungato come un uovo cosmico, la fronte alta e sfuggente, gli occhi enormi e obliqui da divinità felina, gli zigomi affilati, le labbra carnose e sensuali che paiono appartenere più a una regina che a un re, il mento sottile e sfuggente, il collo lungo e sinuoso come quello di un ibis sacro.

Il corpo stesso tradisce un’ambiguità inquietante: spalle strette, vita esile, fianchi larghi e ventre prominente, quasi una gravidanza mistica di qualcosa di non terrestre.

È un’immagine che ha ossessionato generazioni di studiosi, artisti, occultisti e visionari.

Jan Assmann, uno dei più importanti egittologi e studiosi di storia delle religioni del Novecento, ha dedicato una parte significativa della sua riflessione ad Akhenaton.

Nel suo libro più noto su questo tema, Mosè l’Egizio, Assmann interpreta la rivoluzione religiosa di Akhenaton non come un semplice episodio di culto solare, ma come la prima forma storicamente documentata di “contro-religione”: un monoteismo radicale che negava il politeismo tradizionale egiziano e affermava l’esistenza di un’unica verità divina.

Secondo Assmann, Akhenaton non fu il “padre del monoteismo” in senso diretto, ma pose le premesse culturali e concettuali di una religione esclusiva e universale che, attraverso un lungo processo di memoria collettiva e di “inversione normativa”, avrebbe influenzato in modo profondo la nascita del monoteismo biblico.

Sigmund Freud vide in lui il primo grande rivoluzionario monoteista, colui che avrebbe trasmesso all’ebraismo nascente il seme di un Dio unico e geloso, aprendo così la strada alla civiltà occidentale.

Una specie di faraone/Mosè che avrebbe iniziato ogni cosa.

Altri, invece, hanno scorto in quelle fattezze androgine un essere ibrido, mezzo dio e mezzo umano, plasmato dalla luce stessa dell’Aten.

Savitri Devi, la sacerdotessa hitleriana del culto solare, lo elevò a figura quasi messianica: l’ultimo vero adoratore della luce pura prima della degenerazione giudaico-cristiana, un faraone-eroe, che aveva osato imporre la verità solare contro le tenebre della moltitudine.

Alcuni hanno sussurrato di antiche conoscenze genetiche custodite dal clero di On (Eliopoli), di unioni sacre tra sangue reale e presenze ultraterrene, di rituali proibiti che mescolavano essenza divina e carne mortale.

Altri, più audaci e più folli, hanno parlato apertamente di intervento esterno, di discendenza non interamente terrena, di un faraone che non era del tutto di questo mondo.

Nelle cerchie dell’ufologia e dell’antica astronautica Akhenaton è diventato il prototipo del “faraone stellare”: un ibrido genetico, un emissario di civiltà superiori venuto a portare sulla Terra il culto di un D-o unico identificato con il disco solare, una tecnologia divina camuffata da religione.

Alcuni autori fringe arrivano persino a sostenere che le deformità del suo corpo non fossero patologiche, ma il risultato di una manipolazione genetica compiuta da intelligenze non umane per renderlo capace di canalizzare direttamente l’energia dell’Aten.

Quel volto androgino, ieratico e disturbante, non sembra appartenere né al XIV secolo avanti Cristo né alla nostra epoca: sembra sospeso in un tempo mitico, fuori dal continuum umano.

Come se l’Aten stesso avesse preso forma carnale per un breve, folgorante istante, lasciando nella pietra un’impronta che continua a turbare chiunque lo guardi.

È un volto che non concede pace.

Ti fissa dalle statue e dai rilievi con un sorriso enigmatico, quasi sapesse qualcosa che noi abbiamo dimenticato da millenni: che la luce può incarnarsi, che i confini tra maschile e femminile, tra umano e divino, tra terrestre e celeste, possono essere sciolti come cera sotto il sole di mezzogiorno… o forse sotto il raggio di un’astronave proveniente da Sirio o da altre stelle lontane.

C’è chi ha visto in lui il precursore di un nuovo ordine cosmico, chi l’incarnazione di una divinità solare dimenticata, chi, addirittura, l’anticristo egizio venuto a sovvertire l’ordine antico.

Il suo volto continua a generare teorie sempre più estreme: dal collegamento con gli Anunnaki, alle somiglianze con certe rappresentazioni di esseri di luce descritte nelle moderne esperienze di abduction (rapimento da parte degli alieni), fino alle speculazioni su una possibile stirpe divina che avrebbe segretamente influenzato la storia successiva dell’umanità.

Ed è forse proprio da questo volto impossibile, da questa strana bellezza inquietante e non del tutto umana, da questa presenza che sembra appartenere contemporaneamente al passato, al futuro e a dimensioni parallele, che ha avuto inizio la più grande eresia religiosa dell’Antico Egitto.

Alcuni maestri della tradizione ermetica hanno spinto ancora oltre questa intuizione, sostenendo che Akhenaton sia stato la manifestazione terrena di colui che sarebbe poi stato ricordato come Ἑρμῆς Τρισμέγιστος (Hermēs Trismégistos).

Secondo questa corrente esoterica occultista, il corpo androgino e deforme di Akhenaton non sarebbe una semplice anomalia fisica, ma il corpo ermetico per eccellenza: un veicolo sacro progettato per contenere simultaneamente gli opposti (maschile e femminile, cielo e terra, luce e oscurità).

Il cranio allungato sarebbe il recipiente perfetto per accogliere la nous divina, gli occhi obliqui capaci di vedere sia il visibile che l’invisibile, il ventre prominente simbolo della gestazione alchemica dell’Uno a partire dal Molteplice.

In questa lettura, Akhenaton non avrebbe soltanto riformato il culto solare, ma avrebbe ricevuto e incarnato direttamente la prisca theologia – la Teologia Primordiale, quella sapienza unica e originaria che precede tutte le religioni rivelate, la dottrina eterna dell’Uno che si manifesta attraverso la Luce.

La prisca theologia non è una filosofia umana: è la rivelazione originaria consegnata all’umanità all’alba dei tempi.

Secondo gli ermetisti rinascimentali (Ficino, Pico della Mirandola, Agrippa), questa sapienza sarebbe stata trasmessa ininterrottamente da una catena di grandi iniziati: da Enoch a Hermes Trismegisto, da Mosè a Platone, fino ai neoplatonici.

Ma secondo la linea più radicale e segreta dell’ermetismo egizio, il primo anello visibile di questa catena sacra sarebbe proprio Akhenaton, inteso come incarnazione vivente di 𓅝𓏏𓏭𓀭 Thot (Djehuty), il dio della saggezza, della scrittura, della magia e della misura cosmica.

Akhenaton sarebbe dunque Thot fatto carne: il dio-scriba che per un breve periodo storico abbandonò la sua forma di ibis per assumere sembianze umane e rivelare direttamente il mistero della Luce Una.

Il Disco Aten non sarebbe altro che la forma visibile del Verbo creatore di Thot, il suono-luce primordiale con cui il dio della saggezza ordinò il cosmo.

Attraverso Akhenaton-Thot, la prisca theologia entrò per la prima volta nella storia come culto di Stato: il tentativo di trasformare l’intero Egitto in un grande tempio vivente della Luce indivisa.

Il suo fallimento politico non fu che apparente: la rivelazione passò sotterraneamente, fluendo attraverso i templi di On, i sacerdoti fuggiti con la “massa mista” dell’Esodo, fino a raggiungere i futuri compilatori dei testi ermetici.

In questa prospettiva suprema, Akhenaton e Thot sarebbero due aspetti della stessa entità eterna: il Mediatore Cosmico, il Grande Ermete, colui che unisce il Disco visibile della Luce con la Sapienza invisibile dell’Uno.

Il suo corpo androgino e alieno diventa allora il perfetto athanor alchemico, il crogiolo in cui la prisca theologia si incarnò per la prima volta nella storia documentata, lasciando un’impronta indelebile che ancora oggi, attraverso i testi ermetici, continua a illuminare chi sa guardare oltre il velo.

Questo è il mito, ma la verità dove sta?

Assieme cercheremo di scoprirlo e tenteremo anche di individuare quei retaggi che in qualche modo, direttamente o indirettamente, sono giunti fino alla nostra epoca attraverso la mediazione dell’ebraismo fuggito dalla Kemet come ci narra il Libro dell’Esodo.

Senza dubbio, però, nel panorama della storia religiosa dell’Antico Egitto, la figura di Akhenaton occupa certamente un posto del tutto particolare, tanto per la radicalità delle sue scelte quanto per il dibattito che da oltre un secolo accompagna la sua interpretazione.

Iniziamo con l’esaminare la sua titolatura reale completa:

falco Nome di Horus: Sulla facciata del palazzo è raffigurato un falco, simbolo di Horus, che rappresenta la forma più antica del nome di un faraone.

toro possente, adornato di piume Ka nakht qa shuty (kꜢ-nḫt ḳꜢi-šwti), Il toro possente, adornato di piume.

toro possente, amato da Aten Ka nakht mery Aten, kꜢ-nḫt mrꞽ-ꞽtn, Il toro possente, amato da Aten.

toro possente, amato da Aten  Ka nakht mery Aten, kꜢ-nḫt mrꞽ-ꞽtn, Il toro possente, amato da Aten.

toro possente, amato da Aten 3 Ka nakht mery Aten, kꜢ-nḫt mrꞽ-ꞽtn, Il toro possente, amato da Aten.

toro possente, amato da Aten 4  Ka nakht mery Aten, kꜢ-nḫt mrꞽ-ꞽtn, Il toro possente amato da Aten.

Nomi di Horus I nomi di Horus d’oro: Horus era raffigurato in sella al simbolo dell’Oro, che era associato all’eternità, ma il significato di questa immagine è ancora oggetto di discussione.

Colui che porta le corone nella Eliopoli del Sud (Tebe) Wetjes khau em Iunu shemau, wṯs-ḫꜤw-m-iwnw-šmꜤꞽ, Colui che porta le corone nella Eliopoli del Sud (Tebe). Si noti la scelta di denominare Tebe come “Zona meridionale di Eliopoli” perché è lì che si trova la legittimazione del potere solare, non a Tebe che, per giustificare la sua importanza deve diventare un’appendice meridionale della città sacra.

Chi ha esaltato il nome dell’Aten Wetjes ren e Aten wṯz-rn-n-ꞽtn, Chi ha esaltato il nome dell’Aten.

Nomi di Nebty Nomi di Nebty: Le «Due Signore», le dee Nekhbet e Wadjet, che rappresentano rispettivamente l’Alto e il Basso Egitto.

Il Grande Re a Karnak Wer nesyt em Ipet-sut, Ipet-sut wr-nsyt-m-ꞽpt-swt, Il Grande Re a Karnak. Il tempio di Karnak si chiamava Ipet-sut.

Il Grande Re di Akhetaton.  Wer nesyt em Akh et Aten, wr-nsyt-m-Ꜣḫtꞽtn, Il Grande Re di Akhetaton. Ovviamente dopo il trasferimento della capitale il nome cambiò, anche se la nuova titolatura non rappresenta certo una rinunzia al potere su Karnak.

Nome del trono Nome del trono (del Giunco e dell’Ape): Annunciato in occasione dell’incoronazione e sempre riportato in un cartiglio. Il nome «ufficiale» del faraone. Conosciuto anche come Praenomen.

Nefer kheperu Ra  o Nefer kheperu Ra Nefer kheperu Ra, wa en Ra, nfr-ḫprw-rꜤ wꜤ-n-rꜤ, Perfette sono le manifestazioni di Ra, l’unico di Ra.

Nome di nascita  Nome di nascita (Figlio di Ra – Sa Ra) Conosciuto anche come Nomen.

Amenhotep Amenhotepnetjer heqa Waset ꞽmn-ḥtp nṯr ḥḳꜢ wꜢst, Amun è soddisfatto, dio e sovrano di Tebe. Si noti che in questo contesto, non sacrale, Tebe è chiamata con il suo nome corrente Waset.

Amenhotep Amenhotepnetjer heqa Waset aa em ahauef, ꞽmn-ḥtp nṯr ḥḳꜢ wꜢst ꜤꜢ-m-ꜤḥꜤw.fAmenhotep, il dio e sovrano di Tebe, grande nella sua durata di vita, (letteralmente “grande nel suo tempo di esistenza”).

Akh en Aten Akh en AtenꜢḫ-n-ꞽtn, Lo Spirito Vivente dell’Aten.

Akhenaton fu il decimo faraone della XVIII Dinastia.

Figlio del grande 𓇋𓏠𓈖𓊵𓋾𓋆 Amenhotep (III) Nebmaatra (ỉmn-ḥtp nb-mꜣꜥt-rꜥ – “Amun è soddisfatto, Il Signore di Maat è Ra”) e della regina 𓏏𓍯𓇋𓏠𓈖Tiye (tỉy), salì al trono intorno al 1353 a.C., in un momento in cui l’Egitto si trovava all’apice della sua potenza politica, economica e culturale.

Il regno del padre aveva portato l’impero a un livello di ricchezza e influenza senza precedenti, grazie a una rete di alleanze internazionali, un esercito forte e un’amministrazione efficiente.

Fin dai primi anni di regno, tuttavia, il nuovo sovrano manifestò una svolta religiosa di portata straordinaria, destinata a segnare in modo profondo, anche se breve, la storia religiosa egizia.

Abbandonando progressivamente il culto tradizionale degli dèi, e in particolare quello del dio dinastico 𓇋𓏠𓈖𓇳 Amon-Ra (ỉmn-rꜥ) di Tebe, Akhenaton promosse con crescente determinazione l’esclusiva venerazione di un’unica divinità: il disco solare 𓇳𓏠𓈖 Aten (ỉtn – “il Disco”).

Nei primi anni di regno (circa dal 1353 al 1348 a.C.) la trasformazione fu ancora graduale.

Continuò a usare il nome Amenhotep IV e permise ancora il culto degli altri dèi, anche se cominciò a privilegiare nettamente il culto solare.

Intorno al quinto anno di regno, però, la svolta divenne radicale: cambiò il proprio nome in 𓇋𓏏𓈖𓇳𓅜𓐍𓈖 Akhenaton, chiuse molti templi tradizionali (soprattutto quelli di Amon a Tebe), licenziò o esautorò gran parte del potente clero di Amon e trasferì la capitale da Tebe a una nuova città appositamente costruita nel Medio Egitto, chiamata 𓈙𓃀𓏏𓊖 Akhetaton (ꜣḫt-ỉtn – “L’Orizzonte dell’Aten“2), l’odierna Tell el Amarna.

Questa trasformazione, spesso definita appunto “riforma amarniana” dal nome della nuova capitale, rappresentò uno degli esperimenti religiosi più audaci dell’antichità.

Akhenaton elevò l’Aten a oggetto di culto privilegiato e, in una fase più avanzata del suo regno, sostanzialmente unico.

Proibì progressivamente la rappresentazione antropomorfa degli dèi, impose l’uso esclusivo del disco solare con i raggi terminanti in mani che donano la vita (Ank), e fece erigere templi aperti al cielo affinché la luce dell’Aten potesse entrare direttamente.

La nuova capitale Akhetaton fu progettata come una città ideale dedicata interamente al culto dell’Aten.

Vi furono costruiti grandi templi aperti (tra cui il Grande Tempio di Aten e il Tempio Piccolo), palazzi reali, residenze per la corte, quartieri amministrativi e una necropoli con tombe decorate secondo il nuovo stile artistico, caratterizzato da figure più naturali, espressioni intense e una forte enfasi sulla famiglia reale.

La costruzione di Akhetaton fu un’impresa colossale e rapidissima. Nel quinto anno di regno Akhenaton ordinò di fondare la città su un terreno vergine, in una pianura desertica sulla riva orientale del Nilo, delimitata da alte falesie che formavano un semicerchio naturale, simbolo perfetto dell’orizzonte 𓄿𓐍𓏏𓈌 Akhet (ꜣḫt).

Furono tracciati ampi viali paralleli al fiume, tra cui la Via Reale (che collegava il Palazzo del Nord al Grande Tempio), e furono eretti in pochi anni imponenti edifici utilizzando blocchi di calcare di formato standard (talatat), che permettevano una costruzione molto più veloce rispetto ai grandi blocchi tradizionali.

Il cuore religioso della città era il Grande Tempio dell’Aten (Pr-ỉtn ꜥꜣ – “La Casa di Aten il Grande”), un complesso immenso di oltre 800 metri di lunghezza, completamente aperto al cielo.

A differenza dei templi tradizionali egizi, bui e chiusi, questo tempio era privo di tetto nella maggior parte delle sue aree, in modo che i raggi dell’Aten potessero raggiungere direttamente gli altari.

Al centro si trovava il grande cortile con centinaia di altari per le offerte. I riti non prevedevano statue cultuali nascoste nel sancta sanctorum, ma si svolgevano all’aperto: il faraone, la regina 𓇋𓏏𓈖𓇳𓄤 𓄤 𓄤 𓄤 𓄤𓇍𓏏𓏭 Neferneferuaten Nefertiti e le principesse offrivano personalmente fiori, frutta, pane, birra e incenso al disco solare.

Il nome della famosa regina si traduce con “La bellezza è quella delle Bellezze di Aton, la bella è giunta”. «𓄤» è un fonogramma trilitterale che si traduce in «nfr» (pronunciato nefer), che significa bellezza o bella. Questo è in realtà il modo abbreviato per scrivere “bello”, mentre l’altra forma in cui appare nelle iscrizioni 𓏟𓏛𓏥 è scritta per esteso come “𓄤𓆑𓂋” – si pronuncia comunque allo stesso modo di “𓆑 = f” e “𓂋 = r.”

I raggi dell’Aten, raffigurati con mani che porgono il segno Ankh (vita), scendevano direttamente sui membri della famiglia reale, simbolo della loro funzione di unici mediatori tra l’Aten e il popolo.

Accanto al Grande Tempio sorgeva il Tempio Piccolo, dedicato probabilmente a Nefertiti e alle principesse, e numerosi altri santuari minori.

I riti quotidiani erano estremamente semplici rispetto alla complessità dei culti tradizionali: non vi erano processioni di barche sacre, non vi erano statue da vestire o purificare, non vi erano oracoli.

Tutto ruotava intorno alla contemplazione diretta della luce del sole, alle offerte esposte alla sua luce e alla recitazione di inni composti dallo stesso Akhenaton.

La musica, il canto e le danze delle sacerdotesse accompagnavano le cerimonie, che si svolgevano in un’atmosfera di gioia solare piuttosto che di solennità misterica.

La città intera era concepita come un grande tempio vivente.

Ogni palazzo, ogni residenza ufficiale aveva finestre e cortili aperti per ricevere la luce dell’Aten.

Lo stesso palazzo reale era collegato al tempio da un ponte, permettendo alla famiglia reale di spostarsi senza interrompere il contatto con la luce divina.

Parallelamente alla fondazione della nuova capitale, Akhenaton promosse una vera e propria rivoluzione artistica, conosciuta come “stile amarniano”, che rappresenta una delle rotture più radicali nella storia dell’arte egizia.

L’arte tradizionale era rigida, idealizzata, gerarchica e immutabile: i faraoni venivano rappresentati in pose statiche, con proporzioni canoniche, muscoli perfetti e volto sereno e atemporale.

Lo stile amarniano spezzò completamente queste convenzioni.

Le figure umane, soprattutto quelle della famiglia reale, vennero raffigurate con tratti fortemente espressivi e naturalistici: crani allungati, fronti sfuggenti, occhi enormi e obliqui, zigomi pronunciati, labbra carnose e sensuali, colli lunghi e sinuosi come steli di fiori, spalle strette, vita esile, fianchi larghi e ventri prominenti, quasi androgini.

Questa deformazione intenzionale non era un errore o una malattia, ma una scelta stilistica deliberata per esprimere la natura divina e trascendente del sovrano, che incarnava in sé sia il principio maschile che quello femminile della creazione, simboleggiando la fertilità e la completezza cosmica dell’Aten.

Le scene di vita familiare divennero centrali e rivoluzionarie: Akhenaton e Nefertiti vengono mostrati mentre si baciano teneramente, giocano con le figlie, si accarezzano sotto i raggi dell’Aten o siedono insieme in atteggiamenti intimi e affettuosi.

L’arte amarniana introdusse emozione, movimento, tenerezza, spontaneità e intimità domestica, elementi quasi sconosciuti nell’arte ufficiale egizia precedente. I rilievi mostrano i raggi dell’Aten che scendono con mani che offrono il segno Ankh direttamente alle narici dei membri della famiglia reale, sottolineando il loro ruolo esclusivo di intermediari.

Anche le principesse vennero rappresentate con crani allungati e corpi stilizzati, in un’armonia familiare mai vista prima.

Questo stile, pur essendo estremamente espressivo e innovativo, fu percepito dai contemporanei come sovversivo, quasi sacrilego e caricaturale.

Dopo la morte di Akhenaton venne sistematicamente rigettato e in gran parte distrutto, tanto che oggi le opere amarniane sopravvissute sono relativamente poche, ma di eccezionale forza emotiva e modernità.

La regina Nefertiti, Grande Sposa Reale di Akhenaton, ebbe un ruolo di eccezionale importanza.

Di origini probabilmente non regali (forse figlia di un alto funzionario), divenne una delle figure più potenti e visibili del regno.

Venne rappresentata con una corona unica a forma di elmo blu (la “corona di Nefertiti“), spesso in dimensioni uguali o addirittura superiori a quelle del marito, e partecipò attivamente ai riti religiosi, offrendo personalmente all’Aten.

Ebbero insieme sei figlie: Meritaton, Maketaton, Ankhesenpaaton (che diventerà poi Ankhesenamon, sposa di Tutankhamon), Neferneferuaton TasheritNeferneferure e Setepenre.

La famiglia reale venne costantemente raffigurata come unità sacra, quasi una triade divina (Aten – Akhenaton – Nefertiti), con le principesse che completavano il quadro di fertilità cosmica.

Akhenaton regnò circa 17 anni. Negli ultimi anni di regno, probabilmente in co-reggenza con il figlio Smenkhkara (smnḫ-kꜣ-rꜥ) e poi con il giovane Tutankhaton (che poi cambiò nome in Tutankhamon), la situazione interna divenne sempre più difficile: tensioni con il clero tradizionale, problemi economici, possibili epidemie e un lento declino dell’influenza egizia in Asia.

Morì intorno al 1336 a.C.. Dopo la sua morte, la riforma fu rapidamente smantellata.

Sotto Tutankhamon la capitale tornò a Tebe, i templi di Amon furono riaperti, e il nome di Akhenaton venne sistematicamente cancellato dai monumenti (damnatio memoriae).

La città di Akhetaton fu abbandonata e in gran parte smantellata.

Silvano Danesi

Silvano Danesi

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