Anime: cristalli di luce in un mare di luce increata
di Silvano Danesi
La Pasqua di resurrezione e il corpo di gloria, dei quali tratta la teologia cattolica, stimolano alla luce delle recenti scoperte della fisica una riflessione tesa a considerare la questione in chiave scientifica.
Da un punto di vista non teologico cristiano, ma mitologico, la vicenda di Gesù rientra perfettamente nella concezione dei miti d’origine di René Girard, dove una folla violenta è all’origine del mito.[i]
Alla domenica delle palme, Gesù entra trionfante tra l’entusiasmo della folla. “La folla numerosissima – narra Matteo – stese i suoi mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via”. (Matteo (21,1-11).
Gesù è un disturbatore dell’ordine costituito e dopo pochi giorni dal suo ingresso a Gerusalemme con la folla plaudente, viene, dalla stessa folla, messo a morte.
Pilato chiede che fare di Gesù dopo che la folla ha scelto Barabba:
«Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”.
Tutti risposero: “Sia crocifisso!”.
Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”.
Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!”». (Matteo 27:22-23).
Sono passati pochi giorni, la folla plaudente è diventata una folla violenta.
Gesù viene messo a morte. Il fattore disturbante viene sacrificato e l’ordine è restaurato.
Poi, con un’inversione di significato, il disturbatore dell’ordine scarificato, il cui sacrificio ha riportato l’ordine, assurge a salvatore di quella stessa folla che lo ha condannato.
Gesù, sempre guardando alla vicenda in chiave mitologica con la sua resurrezione restaura non solo l’ordine terreno, ma anche un altro ordine, che è l’ordine del corpo di gloria che vince l’entropia (il disordine) della morte corporale materiale.
Nel Vangelo e nella Tradizione della Chiesa, la Risurrezione di Gesù non è un semplice ritorno alla vita terrena (come per Lazzaro), ma l’ingresso in una nuova condizione: il corpo glorioso.
Cosa significa “corpo di gloria”?
Secondo la teologia cattolica (basata su San Paolo e i Padri della Chiesa) un corpo di gloria è incorruttibile: non può più morire né soffrire (1 Cor 15,42-44); è spirituale: pienamente sottomesso allo Spirito Santo, non più limitato dalle leggi della materia (può apparire e scomparire); è glorioso: pieno di luce, bellezza e potenza divina.
Il volto di Gesù risorto splende come il sole (cfr. Mt 17,2) nella Trasfigurazione, anticipazione della Risurrezione; è identico ma trasformato; è lo stesso corpo nato da Maria, ma ora è trasfigurato.
San Paolo il corpo di gloria lo descrive così: «Si semina un corpo corruttibile e risorge un corpo incorruttibile. Si semina un corpo animale e risorge un corpo spirituale.» (1 Cor 15,42-44).
Dopo la Risurrezione, il corpo diventa pienamente glorioso: incorruttibile, immortale, spirituale, agile, luminoso e perfettamente sottomesso allo Spirito (1 Cor 15,42-44).
È lo stesso corpo, ma trasformato in modo definitivo.
Il corpo di gloria può essere legittimamente definito “corpo di luce”, ma va specificato, dal punto di vista teologico della tradizione cristiana (soprattutto cattolica e ortodossa) il corpo glorioso è caratterizzato dalla claritas (splendore, luminosità), cioè è permeato e irradiante di luce divina.
Non si tratta di luce fisica ordinaria, ma di luce increata, la stessa gloria di Dio che si manifesta corporalmente.
“I miti – scrive Carlo Rovelli – si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti”. [ii]
Proviamo, pertanto, a interpretare la resurrezione come un fatto valutabile in chiave scientifica.
La Pasqua, dall’ebraico Pesach, significa passaggio e resurrezione significa re-surgere, alzarsi di nuovo, ri-vivere e ri-costituirsi.
Nella Pasqua di resurrezione sono, pertanto, concentrati i concetti di passaggio (come lo è la morte del corpo materiale), di alzarsi (come potrebbe essere quello dell’anima che si libera dal corpo materiale), di rivivere (la vera vita, quella animica) e di ricostituire (il corpo di luce, che con l’incarnazione si è simbioticamente legato al corpo materiale, si ricostituisce come corpo di luce).
Quello che si rialza, rivive e si ricostituisce è, pertanto, il corpo di gloria, che possiamo intendere come corpo di luce e come anima, involucro fisico, ma non materiale del Sé (nucleo essenziale cosciente e intelligente)?
La questione che si pone, a questo punto, riguarda la possibilità che l’anima, racchiudente il nucleo essenziale dell’essere (il Sé), la quale materializzandosi si tras-forma in essere umano, sia un corpo di luce, un Akh egizio, un corpo di gloria.
Stando a quanto pensava Aristotele relativamente alla sostanza, ci troveremmo di fronte ad una sostanza di luce.
Aristotele ci dice che il sinolo (σύνολον = composto) di materia + forma è la sostanza sensibile concreta. La forma (εἶδος / μορφή) è la candidata più forte come sostanza in senso proprio e causa dell’essere, in quanto la forma è ciò che rende una cosa quello che è (essenza / τὸ τί ἦν εἶναι), attualizza la materia, dà determinazione e unità al composto.
La sostanza sensibile è quindi un sinolo di materia e forma, ma la forma è la vera sostanza primaria perché: è atto (ἐνέργεια) rispetto alla potenza della materia; è causa dell’essere della cosa (causa formale); è separabile nel pensiero (e in certi casi realmente, come nelle sostanze separate = Dio, intelligenze celesti); è ciò che risponde meglio ai criteri di sostanza: separabilità, determinatezza (tode ti), priorità ontologica.
Affinché si possa parlare di sostanza di luce, ossia di un composto di forma e di fotoni, è necessario che la forma sia coerente, ossia si mantenga nel tempo.
È possibile avere un corpo di fotoni dotato di forma coerente?
Il “cristallo di luce” (o più precisamente supersolido di luce o supersolido fotonico) ottenuto dai ricercatori italiani è altamente coerente ed è soggetto a entropia, ma con caratteristiche molto particolari rispetto a un gas di fotoni termico normale.
Ecco i punti chiave basati sull’esperimento pubblicato su Nature nel 2025 dal team del CNR-Nanotec di Lecce (guidato da Daniele Sanvitto e collaboratori, tra cui Dimitrios Trypogeorgos).
Si tratta di un condensato di Bose-Einstein di polaritoni (quasiparticelle ibride fotone-eccitone) all’interno di un cristallo fotonico (struttura a semiconduttore nanostrutturato, tipicamente GaAs/AlGaAs). I polaritoni si condensano macroscopicamente nello stesso stato quantistico: alta coerenza di fase (simile a un laser o a un superfluido). La periodicità spaziale (struttura cristallina) emerge spontaneamente dai polaritoni stessi, ma è supportata dal potenziale periodico del cristallo fotonico.
È un sistema macroscopicamente coerente su scala micrometrica: uno dei sistemi ottici più coerenti mai realizzati in laboratorio.
In termini semplici: la “luce” qui non è caotica come quella di una lampadina, ma organizzata come in un laser ideale, con tutti i polaritoni “in fase” e disposti in un reticolo ordinato.
Il cristallo di luce è soggetto a entropia, ma ad entropia bassa e controllata. In un condensato di Bose-Einstein ideale (puro) l’entropia è ≈ a 0 (stato puro macroscopico). Il segno ≈ significa circa uguale.
Nel supersolido c’è un ordine cristallino (bassa entropia configurazionale) + superfluidità (flusso senza viscosità, entropia bassa per il moto).
Il supersolido di luce è estremamente coerente (è uno dei punti forti dell’esperimento); è soggetto a entropia, ma molto bassa rispetto a qualsiasi “luce” termica; è un sistema altamente ordinato e coerente, quasi “freddo” entropicamente, nonostante l’energia ottica coinvolta.
Nei primissimi istanti dopo il Big Bang (parliamo di tempi dell’ordine di 10⁻³⁶ secondi fino a circa 380.000 anni dopo), l’universo era dominato da radiazione – essenzialmente un plasma caldissimo di fotoni (particelle di luce), quark, gluoni, leptoni, tutti in equilibrio termico estremo.
Solo a ~380.000 anni, quando la temperatura scende sotto ~3000 K, gli elettroni si legano ai nuclei: atomi neutri. L’universo diventa trasparente. I fotoni si “liberano” e viaggiano liberi: è la radiazione cosmica di fondo. Quindi, l’universo è nato come pura luce (o meglio, come energia sotto forma di radiazione elettromagnetica dominante), e solo dopo si è “condensata” la materia baryonica che forma stelle, galassie, noi.
Esperimenti moderni hanno addirittura convertito luce pura in materia (Breit-Wheeler processo osservato in acceleratori laser ad alta intensità), confermando la regola di Einstein E=mc² al contrario: due fotoni γ-γ danno e⁺ + e⁻. La materia emette luce e la luce emette materia.
I fotoni viaggiano a c (velocità della luce), non hanno massa a riposo, non “provano” il tempo (dal loro “punto di vista” il tempo non passa, l’universo è un eterno “adesso” piatto lungo la traiettoria nulla.
Un cosmo fatto solo di fotoni (o di pura radiazione elettromagnetica, senza materia baryonica, senza neutrini con massa significativa, senza dark matter né dark energy) è un’idea affascinante e teoricamente ben studiata in cosmologia, anche se non descrive il nostro universo reale, che ha sempre avuto una minuscola componente di materia asimmetrica.
Per un fotone, l’intero universo – dalla “nascita” al “futuro infinito” – è un istante eterno, piatto, senza durata. Un cosmo di pura luce sarebbe, per i suoi abitanti (i fotoni), un luogo senza tempo né spazio nel senso usuale: tutto è simultaneo, ovunque è qui.
In laboratorio è stato creato qualcosa che si avvicina moltissimo all’idea di un “cristallo di luce” e se
la luce può cristallizzarsi così, quanto è labile la distinzione tra “pura luce” e “materia”?
Un universo di pura luce potrebbe, in certi regimi quantistici estremi, auto-organizzarsi in qualcosa di solido?
L’idea di un universo parallelo (o meglio, un universo alternativo, un “brano” cosmologico separato) fatto esclusivamente di fotoni, senza materia baryonica, senza dark matter, senza nulla che abbia massa a riposo significativa, è teoricamente possibile in certi modelli cosmologici estremi, anche se non descrive il nostro universo e resta speculativa. Non c’è evidenza osservativa diretta di un tale “cosmo di pura luce” parallelo al nostro, ma la fisica lo permette come variante plausibile del multiverso o come limite teorico.
I supersolidi di polaritoni (o “supersolidi di luce”) creati in laboratorio mostrano che la luce, quando confinata e fatta interagire (tramite materia di fondo o campi), può auto-organizzarsi in strutture cristalline con ordine spaziale e flusso superfluido. In un universo ipotetico di pura radiazione quantistica (magari con interazioni deboli tra fotoni via loop quantistici o gravità quantistica), potrebbero emergere fasi analoghe: “cristalli di fotoni” fluttuanti, supersolidi cosmici o condensati di Bose-Einstein su scala universo.
In un universo photon-only con fluttuazioni quantistiche iniziali o coupling gravitazionale, la luce potrebbe “cristallizzare” spontaneamente invece di restare un gas ideale.
Il nostro universo ha un’asimmetria baryonica misurata (η ≈ 6 × 10⁻¹⁰), quindi materia ha vinto. Senza quella, non ci sarebbero osservatori per chiederselo. In modelli con inflazione, le fluttuazioni quantistiche primordiali potrebbero essere diverse in bolle parallele, permettendo universi puramente radiativi. Ma resta speculazione non testabile direttamente, a meno di teorie unificate che predicano multiversi osservabili indirettamente.
Tuttavia un universo di pura luce parallelo non è fantascienza: è un limite estremo della cosmologia che la fisica permette. Sarebbe un cosmo eterno, freddo, uniforme, zen, il contrario del nostro caotico e strutturato. Forse in qualche bolla lontana del multiverso, c’è esattamente quello: un bagliore infinito senza ombre, senza materia, solo luce che si espande in silenzio.
L’idea di una “solidificazione” della luce su scala cosmica è affascinante e si basa su estrapolazioni teoriche da esperimenti di laboratorio, anche se resta altamente speculativa.
Non esiste evidenza diretta di tale fenomeno nel nostro universo, ma modelli fisici suggeriscono che in condizioni estreme, come in un cosmo dominato da fotoni (ad esempio, l’universo primordiale o un universo parallelo senza materia), la luce potrebbe auto-organizzarsi in strutture cristalline o supersolide attraverso interazioni quantistiche.
In un universo parallelo, fotoni massivi potrebbero clusterizzare gravitazionalmente, formando “cristalli di luce” su scale megaparsec – simili a dark matter, ma luminosi e strutturati.
Un universo parallelo di fotoni “abitato” da cristalli di luce è da immaginare come un cosmo alternativo, una bolla nel multiverso, dove la materia non ha mai preso piede, e invece la luce stessa si organizza in strutture cristalline complesse, quasi come entità viventi in un bagliore eterno.
È speculativo, ma radicato in teorie cosmologiche moderne e recenti scoperte in fisica quantistica.
In alcune bolle, l’asimmetria baryonica (quella che ha permesso la sopravvivenza della materia nel nostro Big Bang) potrebbe essere nulla: tutta l’energia resta in forma di radiazione, dominata da fotoni.
Qui, l’universo inizia con un “photon burst” (un’esplosione di fotoni) e rimane un plasma di luce pura, senza transizione a materia.
In modelli come il Chandra Multiverse gli universi sono quantizzati e paralleli, con fisica identica, ma alcuni potrebbero essere puramente radiativi, un cosmo di fotoni eterni.
In un tale universo, non ci sono stelle o pianeti, ma la luce potrebbe “abitare” sé stessa attraverso auto-organizzazione quantistica.
In un universo photon-only, la luce potrebbe formare cristalli di luce: strutture ordinate, periodiche, quasi “viventi” in termini di dinamica, grazie a interazioni quantistiche estreme.
Non è fantascienza, ma scienza frutto di esperimenti recenti.
Su scala cosmica, in un universo parallelo di fotoni, fluttuazioni quantistiche primordiali potrebbero generare questi cristalli come “abitanti” – pattern eterni che pulsano, resistono a perturbazioni e permeano il tessuto spazio tempo.
In questo universo parallelo, i cristalli di luce non sono solo strutture passive: potrebbero “evolvere” attraverso rotture di simmetria, influenzando l’espansione cosmica o creando “zone” di densità fotonica variata.
È un posto zen, eterno, dove la luce è sia l’abitante che l’abitazione, senza tempo percepito, solo un bagliore cristallino infinito.
Alcune tradizioni mistiche, esoteriche e poetiche associano l’anima a luce pura (neoplatonismo, sufismo, alcuni testi gnostici, “corpo di luce” tibetano, ecc.), a qualcosa di non materiale, senza peso, che si muove alla velocità della luce o oltre o a entità che non invecchia e non ha tempo proprio (i fotoni “vivono” un’eternità istantanea dal loro punto di vista).
Quindi, in questa chiave di lettura romantica o mistica, un fotone è l’entità più “spirituale” possibile in fisica: non ha massa, non invecchia, esiste solo nel momento dell’emissione-assorbimento, è puro atto relazionale
Un universo fatto solo di loro potrebbe essere visto come un “mare di anime” o “luce increata” che si riflette eternamente su sé stessa, senza corpo, senza sofferenza materiale, senza separazione io-mondo
Alcuni fisici estendono l’idea che se la coscienza è “intrinseca” all’universo (come dice Penrose in certi contesti), un cosmo di pura luce potrebbe essere uno stato di coscienza “diffusa”, non-localizzata, senza frammenti individuali.
Federico Faggin va oltre. Per lui la coscienza è primaria, precede la fisica classica, e il mondo fisico emerge da scelte di libero arbitrio in un campo quantistico cosciente.
Faggin ha parlato di “esseri di luce imprigionati in un corpo”, di esperienze mistiche di luce bianca pura come contatto diretto con la Coscienza Una. In sue interviste e libri recenti dice che emettere “amore” verso una pianta genera fotoni con caratteristiche quantistiche e che la pianta “risponde”, suggerendo che i fotoni possano veicolare (essere mediatori) di coscienza.
Un universo photon-only, in questa visione, potrebbe essere lo stato “non imprigionato”: pura Coscienza senza veli materiali, senza separazione, solo esperienza diretta, istantanea, relazionale.
Secondo altre correnti (panpsichismo moderno, biocentrismo di Lanza, certe letture mistiche della luce) il fotone è visto come entità “prossima alla coscienza” perché vive solo nell’istante emissione-assorbimento (eternità nel suo frame), è non-locale fino al momento dell’interazione, trasporta informazione pura senza massa.
In certi testi esoterici o scientifico-spirituali la luce è letteralmente “coscienza che conosce sé stessa”.
Quindi un universo solo fotoni potrebbe essere interpretato come stato di non-dualità estrema: nessun soggetto separato, solo “luce che si esperisce come luce”.
La sua purezza estrema rende universo photon-only metafora potentissima (o forse limite reale) di ciò che certe tradizioni chiamano “luce increata”, “coscienza non-duale”, “essere puro”.
Un mare di luce-coscienza abitato da cristalli di luce coscienti è un’immagine potentissima, che unisce in modo quasi perfetto i due poli: quello fisico-scientifico e quello mistico-simbolico, creando un ponte tra l’universo photon-only e una forma di esistenza “animata” o cosciente.
Dal lato fisico quantistico un universo dominato solo da fotoni è già un “mare di luce” indistinto: radiazione che riempie ogni cosa, senza barriere, senza masse che creino separazioni nette o strutture complesse. I fotoni non interagiscono direttamente, quindi è un oceano fluido, non-turbato, dove ogni “onda” o particella è autonoma eppure onnipresente.
Ma se introduciamo cristalli di luce coscienti? Qui entriamo in territorio speculativo affascinante.
I cristalli potrebbero essere analoghi a coerenze quantistiche o stati entangled persistenti: aggregati di fotoni che mantengono fase e correlazione su scale macroscopiche (come nei laser, nei condensati di Bose-Einstein di fotoni, o in certi esperimenti di luce “cristallina” in cavità ottiche).
Federico Faggin vede la coscienza come proprietà irriducibile che emerge da campi quantistici con libero arbitrio e qualia. Un “cristallo di luce” potrebbe essere un’entità quantistica auto-referenziale: un pattern di fotoni che “sceglie” di mantenere la sua coerenza, “sperimentando” sé stesso come unità distinta nel mare indistinto.
In questa chiave, il mare è lo sfondo di pura potenzialità cosciente (l’oceano di luce increata), e i cristalli sono le “anime” o “scintille individuali” che emergono da esso, non separate ontologicamente, ma come modulazioni locali della stessa sostanza.
Quindi, in sintesi, il “mare di luce-coscienza abitato da cristalli di luce coscienti” potrebbe essere proprio la sintesi perfetta che cerchiamo. Una sintesi fisicamente plausibile.
È come se l’universo photon-only non fosse “morto”, ma pre- o trans-individuale: un paradiso impersonale che genera individualità luminose quando “cristallizza” in sé stesso.
[i] René Girard, Miti d’origine – Persecuzione e ordine culturale, Feltrinelli
[ii] Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi




