Parole principiali per accostarsi alla visione che impronta l’anima
Scrivo del Rito Scozzese Antico e Accettato per accondiscendere alla richiesta di un amico fraterno, il quale, essendo un 33° grado, mi chiede cosa ne penso di uno dei riti maggiormente diffusi nell’ambiente massonico.
Con tutta probabilità ne so quanto lui o, forse, meno di lui, ma accedo alla sua richiesta, evitando accuratamente cenni storici per tentare di arrivare al cuore del tema, che riguarda il Principio, ovverossia l’Origine, la Phýsis, quella che il grecista Angelo Tonelli definisce come “invisibile matrice perpetuamente generativa del mondo visibile, insieme Natura Naturans e Natura Naturata, per dirla con Spinoza”. [i]
Origine invisibile, la cui verità è aletheia, disvelamento, non nascondimento.
Per arrivare in prossimità del cuore del tema, sono necessarie alcune premesse.
I riti, tutti i riti, hanno una loro origine e una loro dignità, ma non sono la Massoneria. Nemmeno il Rito Scozzese Antico e Accettato è la Massoneria, ma si appoggia sulla Massoneria in senso proprio (la quale ha una sua storia e una sua singolarità iniziatica), per proporsi come un cammino di approfondimento tematico.
Il Rito Scozzese Antico e Accettato non ha come simbolo del suo percorso una piramide, ma il Campo, ossia un insieme di tende che rappresentano luoghi di apprendimento e sono disposte in modo che il passaggio da una tenda all’altra (i vari “gradi”) faccia convergere il mýstes verso il centro, ossia verso il luogo della conoscenza epoptica, ove dovrebbero dimorare, il condizionale è d’obbligo, i sophoi.

Se ben approfonditi i tre gradi della Massoneria potrebbero portarci, senza bisogno di aggiunte, laddove intende portarci il Rito Scozzese Antico e Accettato.
Un esempio: nella ritualità del secondo grado, Compagno d’Arte, c’è un preciso riferimento alle facoltà dell’anima. Se solo si approfondisse questo tema, a cominciare dal concetto di òchema, si arriverebbe molto vicini al cuore del tema.
Il concetto di òchema (dal greco ὄχημα, che significa letteralmente “veicolo” o “carro”) indica il veicolo luminoso dell’anima o la tunica dell’anima.
Per proseguire a soddisfare la richiesta del mio amico fraterno 33°, credo che, per affrontare il tema del Principio, si debbano usare parole principiali, le quali ci riportano al significato autentico di iniziazione.
Parole principiali che troviamo nelle testimonianze dei sophoi, gli stessi ai quali ci rinviano gli Old Charges della Massoneria, quando indicandoci Pitagora come uno dei riferimenti essenziali, ci riportano, accanto a Pitagora, a Eraclito, a Parmenide, a Empedocle, ad Anassimene, a Talete, ad Anassimandro, ad Anassagora, ossia a coloro che condividevano l’intuizione dell’unità di tutte le cose, in quanto sono espressioni di un unico principio: φύσις (phýsis), l’Origine, “che è noumeno e fenomeno, fine e origine di tutte le cose che mutano, e insieme somma di queste medesime, natura naturans e natura naturata”. [ii]
Phýsis deriva dalla radice bhu, che significa essere ed è strettamente legata alla radice bha, che significa luce.
Abbiamo qui l’esatto rapporto tra Essere e Luce, quella Luce (Vera Luce) che sin dall’inizio del suo percorso il Massone afferma di cercare.
Nel 31° Grado agli iniziandi è detto: “Tu puoi vedere che questo Tempio è tutto bianco. Noi siamo immersi nella luce”. Nel 32° Grado viene dichiarato: “Ci muove la luce interiore”.
Il Massone cerca l’Essere e il suo rapporto con l’Essere, essendo egli un essere (sostantivo) umano (aggettivo indicante l’humus, la sua terretrità).
La luce è Fuoco, Archè (ἀρχή) Stoicheîon (στοιχεῖον), ossia principio generatore (Archè) e contestualmente stoicheia, lettere dell’alfabeto della manifestazione, elementi del molteplice.
Il Fuoco lo troviamo presente come simbolo principiale e fondamentale di tutta la simbologia massonica e di quella del Rito Scozzese Antico e Accettato (esempi: la Pramanta o il “focolare misterioso” del 30° grado).
Michele Psello, filosofo, storico, scrittore, politico e cortigiano bizantino dell’XI secolo, opera una distinzione fondamentale tra l’insegnamento che impegna l’udito e l’iniziazione, che impegna la vista noetica, ossia che avviene attraverso il noûs (νοῦς) stesso, il nostro nucleo essenziale, che riceve, in una dimensione intuitiva profonda, l’illuminazione, ossia un’impronta che si incide profondamente nell’anima.
L’illuminazione in greco è Ἔλλαμψις (éllampsis), termine che deriva da ἐλλάμπω (ellámpō) dal significato di “risplendere su”, “irradiare”, “illuminare”. La radice è la stessa di λάμπω (lámpō) dal significato di “brillare”, “splendere”. Come non pensare alla ziza?
Il rapporto tra ἔλλαμψις (éllampsis) e il fulmine (κεραυνός – αστραπή) è soprattutto etimologico e metaforico, legato al concetto di “lampo improvviso di luce”.
Nella filosofia e nella teologia bizantina – ortodossa l’ἔλλαμψις è l’illuminazione divina che discende sull’anima, spesso descritta con immagini di luce folgorante. È un “colpo” di grazia luminosa, analogo al fulmine che colpisce e trasforma.
Molto di quanto sto per proporre all’attenzione del mio amico fraterno 33° ruota intorno ai concetti di vedere e di luce.
Parmenide, che è uno iatromante ed è, quindi, un iniziato ad Apollo Oúlios, nel suo Perì Phýseos, si definisce “eidota phota” (in greco antico: εἰδότα φῶτα), che significa letteralmente “l’uomo che sa” o “l’uomo che conosce”. Nel suo testo, il filosofo si descrive come “l’uomo che sa” poiché, nella sua visione, è guidato dalle cavalle della Dea lungo una via luminosa del Daίmon, nome della Grande Dea, verso la Verità.
Grande Dea che, scrive Angelo Tonelli, “pervade di sé il cosmo, ed è una scintilla divina del Sé nell’uomo di Sapienza: il termine Daίmon indica il Divino che può avere dimora nell’umano (si pensi al daίmónion di Socrate), e in questo modo il Proemio del Poema parmenideo rivela che l’iniziato è convocato da una divinità che è anche la sua Divinità interiore, ovvero la parte «orficamente» divina dell’uomo, in evidente affinità con l’identificazione orientale tra Atman (Sé individuale) e Brahaman (Sé cosmico)”.[iii]
Il riferimento all’orfismo introduce uno degli elementi più significativi del Rito Scozzese Antico e Accettato, ossia il recupero delle antiche ritualità, come, ad esempio, quella mitraica o quella eleusina alla quale Parmenide, come Pitagora ed Empedocle, solo per fare alcuni nomi di antichi sophoi, erano stati iniziati partecipando ai riti che si tenevano a Eleusi e che terminavano con l’epopteia, ossia con una visione che improntava l’anima come un marchio.
Con alcune parole principiali cominciamo ad avvicinarci al cuore del tema propostoci dall’amico fraterno 33°.
Abbiamo incontrato φύσις (phýsis), ἔλλαμψις (éllampsis), νοῦς (noûs).
Ancora una volta è doveroso ricordare che alcune parole principiali sono presenti sull’Ara del Tempio della Massoneria in tutti e tre i gradi (Apprendista, Compagno, Maestro) nel Vangelo di Giovanni, sia nel fondamentale Prologo, sia in quel passo (capitolo 14, versetto 6) dove, rispondendo all’apostolo Tommaso, che chiedeva dove stesse andando, Gesù pronuncia la frase: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.
Nel prologo troviamo le seguenti affermazioni: [1] Nel principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. [2] Egli era in principio presso Dio: [3] tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. [4] In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; [5]la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.
1Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος. 2οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν. 3πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο, καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν. ὃ γέγονεν 4ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων· 5καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει, καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν.
Abbiamo le parole principiali ἀρχῇ (arché), λόγος (lógos), ζωὴ (zoé), φῶς (phos).
Nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù risponde a Tommaso, se guardiamo al testo mantenendo quell’«io sono» come lógos (λόγος), apprendiamo che il lógos (λόγος) è “ἐγώ εἰμι ἡ ὁδὸς καὶ ἡ ἀλήθεια καὶ ἡ ζωή”, ossia che il lógos è “la via” (ὁδὸς -hodos), è “la verità” (ἀλήθεια – alētheia) ed è “la vita” (ζωὴ – zōē).
La parola principiale ὁδὸς (via), ci conduce ad uno dei grandi sophoi, lo iatromante Parmenide, il quale nel suo Perì Phýseos va incontro alla visione della Grande Dea “che pervade di sé il cosmo, ed è scintilla divina del Sé nell’uomo di Sapienza”[iv], lungo la via (ὁδὸς) del δαίμων (daimon), che coincide la via della ricerca e che è πολύφημος (traslitterato: polýphēmos), in quanto «dice molte cose».
La Grande Dea dice a Parmenide: “E tu devi apprendere ogni cosa, sia il cuore che non trema della ben rotonda Verità che le opinioni dei mortali in cui non è vera certezza”.
Qui incontriamo quell’unità di tutte le cose :il cuore che non trema della ben rotonda verità, che ci rinvia ad un altro dei grandi sophoi: Eraclito, il quale ci dice che «οὐκ ἐμοῦ, ἀλλὰ τοῦ λόγου ἀκούσαντας ὁμολογεῖν σοφόν ἐστιν ἓν πάντα εἶναι», ossia che «ascoltando non me, ma il lógos, è saggio convenire che tutto è uno» (frammento 22B50Dk), ma anche che «εἶναι γὰρ ἓν τὸ σοφόν, ἐπίστασθαι γνώμην, ὁτέη ἐκυβέρνησε πάντα διὰ πάντων», ossia che «una sola cosa è la sapienza: conoscere l’intendimento che governa tutte le cose attraverso tutte le cose» (Frammento 22 B 41).
Potremmo proseguire, ma i due preclari esempi ci indicano già la via sulla quale camminare.
Facciamo, pertanto, una conoscenza ravvicinata con alcune delle parole principiali che abbiamo incontrato, puntualizzando che, come ci ha avvertito Psello, la via dell’iniziato è un vedere noetico, la qual cosa ha delle implicazioni assai significative che tenterò di mettere in evidenza verso la fine di questa riflessione sul Rito Scozzese Antico e Accettato.
Il vedere è strettamente legato alla parola principiale phos (φῶς), che ci presenta un concetto profondo che non si limita al solo fenomeno fisico, ma indica la conoscenza, la verità, la saggezza e lo svelamento. Infatti, la sua radice è strettamente legata al verbo φαίνω (phaìno), che significa “mostrare” o “rendere manifesto”.
Abbiamo incontrato, nel nostro procedere sulla “via”, la parola principiale archè (ἀρχή) accostata alla parola stoicheîon (στοιχεῖον), cosicchè il principio generatore (archè) contestualmente è stoicheia, lettere dell’alfabeto della manifestazione, elementi del molteplice.
Il concetto di στοιχεῖον (stoicheion) nella filosofia greca antica si riferisce a un termine polisemico centrale, che indica un “elemento” o “componente primo” irriducibile di un insieme più complesso. Deriva etimologicamente da stoîchos (fila, riga, ordine), evocando l’idea di unità disposte in sequenza o allineamento.
Come non pensare, in questa nostra attualità, ai quanti della fisica quantistica, laddove il quanto è la più piccola quantità indivisibile di energia o di una grandezza fisica.
A livello microscopico, l’energia non fluisce in modo continuo, ma viene scambiata sotto forma di “pacchetti” discreti, chiamati appunto quanti. Un concetto fondamentale è la quantizzazione dell’energia, descritta matematicamente tramite la costante di Planck (indicata con h).
Molte delle intuizioni dei sophoi stanno diventando conoscenza scientifica, con lo stabilirsi di un bellissimo ponte tra fisica e metafisica. Ponte che la Massoneria dovrebbe praticare in quanto modalità riguardante la restaurazione della chiave della conoscenza che unisce intuizione e razionalità.
Non posso approfondire i molti significati degli stoicheion, ma la loro associazione all’arché ripropone il concetto di natura naturans e di natura naturata.
Abbiamo visto che phýsis deriva dalla radice bhu, che significa essere ed è strettamente legata alla radice bha, che significa luce e che la luce è fuoco, archè (ἀρχή) stoicheîon (στοιχεῖον), acquisendo un rapporto tra ciò che è non manifesto, il fuoco che è nell’arché e ciò che è manifesto, il fuoco-luce che abita gli stoicheion, in quanto ζωή, la natura naturata è luce degli uomini.
Il fuoco-luce è, come affermava Eraclito, semprevivente.
Nel celebre frammento DK 22 B 30 (nella numerazione Diels-Kranz), il testo greco è: “Κόσμον τόνδε, τὸν αὐτὸν ἁπάντων, οὔτε τις θεῶν οὔτε ἀνθρώπων ἐποίησεν, ἀλλ’ ἦν ἀεὶ καὶ ἔστιν καὶ ἔσται πῦρ ἀείζωον, ἁπτόμενον μέτρα καὶ ἀποσβεννύμενον μέτρα”, che nella traduzione in italiano suona così: “Quest’ordine universale (cosmo), che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini, ma sempre era, è e sarà fuoco semprevivente, che si accende secondo misura e secondo misura si spegne”.
“Tutte le cose contraccambio del Fuoco, e il Fuoco contraccambio di tutte le cose, come le ricchezze dell’oro, e l’oro delle ricchezze”. (Fr. DK22B90). “Sapiente è il Fuoco” (Fr. DK 22B64). “Ma tutto governa la folgore”. (Fr. DK22B64).
Qui c’è un punto fondamentale che ci riguarda direttamente in quanto esseri umani.
Nel Frammento 22B16 DK di Eraclito è scritto: “τὸ μὴ δῦνόν ποτε πῶς ἄν τις λάθοι”.
Angelo Tonelli lo traduce con: “e come nascondersi a ciò che non tramonta?”.
“Ciò che non tramonta – commenta Angelo Tonelli – è il Principio, il πῦρ ἀείζωον (fuoco semprevivente) onnipresente anche dentro l’individuum”. [v] La conseguenza è che non tramonta nemmeno l’individuum, ossia un singolo essere vivente, considerato nella sua unicità e distinzione.
“Se in rapporto a ciò che mai tramonta nessun uomo può mai rimanere nascosto – sostiene Heidegger -, si potrà pensare allora che debba dipendere proprio da ciò che mai tramonta il fatto che ogni uomo – vale a dire l’uomo in quanto uomo, l’uomo secondo il suo essere, l’uomo a partire dal centro essenziale del suo esser-uomo – stia all’interno del non nascondimento […], in modo tale che egli è colui che non può nascondersi […] in rapporto a ciò che mai tramonta e per opera di quest’ultimo”. [vi]
I Greci, ci dice Heidegger, “esperiscono in generale l’essere nel senso del «venire alla presenza» […]. Ciò che sorge da sé stesso, e quindi si manifesta e si fa presente si chiama τὰ φύσει ὄντα (ta physei onta) oppure τὰ φυσικά (tà physiká).
Ne consegue che anche l’essere umano viene alla presenza (umano) da sé stesso (essere), per opera di ciò che non tramonta e per questo motivo non tramonta.
Qui ritroviamo alcune parole principiali, presenti già nel Prologo, che ci indicano la via da percorrere per avvicinarci alla conoscenza dell’Uno – Tutto.
Dell’Archè abbiamo scritto supra.
La parola ζωὴ (zoé) condivide la radice ζα (za) con ζη̃ν (zēn), infinito presente del verbo záō, (ζάω), che significa, secondo Heidegger, il sorgere stesso. Così come “to zoon” (τò ζω̂ov), sempre per Heidegger significa il sorgere da sé stesso e il dispiegare la propria essenza in questo sorgere.
Riferendosi all’ ἀείζωον (aeízoon) del frammento di Eraclito DK 22 B 30 (vedi supra) Heidegger dell’espressione τò ἀείζωον (tò aeízoon) ci consegna il significato di “sorgere eterno” e ne considera l’equivalenza a quella τὸ ἀεί φύον (to aiei phion), l’eternamente nascente.
Φύον participio presente neutro di φύω (phýō) dà l’idea di un processo in atto, non statico: qualcosa che sta crescendo in continuazione. Quindi τὸ ἀεί φύον (tò aeίphýon) è: ciò che non smette mai di crescere o di manifestarsi.
Trova qui un significato quel «Πάντα ῥεῖ» (Panta rhei), celebre espressione attribuita a Eraclito e ricavabile concettualmente da alcuni suoi frammenti.
Se consideriamo che nell’individuum è onnipresente ciò che non tramonta mai, il concetto di individuum va posto nell’ambito della identità di sorgente, di sorgere e di sorto, ossia l’individuum è distinto, ma non separato, dalla sorgente.
Il τò ἀεί φύον ci conduce alla parola principiante phýsis (φύσις) che Heidegger riconduce al concetto di sorgente, di sorgere e di sorto.
“Phýsis – scrive Angelo Tonelli – è l’Origine, invisibile matrice perpetuamente generativa del mondo visibile, insieme Natura Naturans e Natura Naturata, per dirla con Spinoza”. [vii]
In questo sorgere ha una funzione fondamentale il lógos (λόγος), altra parola principiante.
In Heidegger, il termine lógos (λόγος) perde la sua traduzione tradizionale di “ragione”, “logica” o “giudizio” ed è riportato alla sua radice greca originaria, il verbo légein (λέγειν), che significa “raccogliere”, “collezionare” e “lasciare che qualcosa si mostri da sé stessa”.
Heidegger sottolinea il senso eracliteo del lógos come forza suprema che unisce. Il lógos mette insieme i diversi aspetti della realtà e li custodisce in un insieme unitario e armonioso.
La vera essenza del lógos è l’apofansi (ἀπόφανσις) che deriva dal verbo apophainesthai, che significa “mostrare”, “far vedere qualcosa a partire da sé stessa”.
Possiamo dire che il nostro lógos è il nostro mostrare noi stessi.
Lógos ha il significato di tirare fuori un ente dal suo nascondimento (alétheia) per rivelare ciò che è davvero.
Il rapporto tra apofansi-lógos e aletheia (ἀλήθεια) è il cuore della teoria della verità di Heidegger in “Essere e tempo”. Per il filosofo, la verità non è un semplice accordo logico tra una frase e la realtà (la critica di Heidegger alla verità come corrispondenza – adaequatio rei et intellectus), ma è l’atto stesso di portare alla luce ciò che era nascosto.
Heidegger analizza la parola greca a-letheia, che significa letteralmente “non-nascondimento”. Il discorso apofantico ha il compito di realizzare concretamente questo disvelamento. Quando diciamo qualcosa su un ente, stiamo strappando quell’ente dal suo iniziale nascondimento, lo stiamo mostrando nella sua luce per “lasciarlo vedere da sé stesso”.
L’apofansi è la modalità del linguaggio che permette all’aletheia di accadere. Senza questo far-vedere, l’essere rimarrebbe per noi nell’oscurità.
Molte parole principianti, ossia parole che riguardano il Principio, ci hanno parlato dell’Essere, Einai (εἶναι).
Einai (εἶναι) è l’infinito presente del verbo greco antico eimí (εἰμί), che significa appunto “essere”.
Il participio presente del verbo greco eimí (essere) è ōn, ousa, on (ὤν, οὖσα, ὄν).
La parola participio significa letteralmente “che partecipa” o “che prende parte”. Il nome deriva dal latino participium (da partem capere, cioè “prendere parte”). Si chiama così perché è una parte del verbo che “partecipa” a due nature diverse: quella del verbo e quella dell’aggettivo o del nome.
To on è l’ente che partecipa dell’essere e all’essere rinvia.
Questo participio cambia forma in base al genere (maschile, femminile o neutro): maschile è ὤν (ōn), colui che è; femminile è οὖσα (ousa), colei che è; neutro è ὄν (on), ciò che è ossia l’ente.
L’Essere (eĩnai) è l’esistenza stessa, il principio generale, mentre l’Ente (tò ón) è tutto ciò che ha l’esistenza, cioè le singole cose che esistono (un albero, una persona, una pietra).
Troviamo un’altra parola principiante, che ci riporta all’essere: nóos, spesso contratto in noûs (νόος forma classica o νοῦς forma contratta), che significa intelletto, mente, ragione o, meglio, intuizione.
Questo termine filosofico indicava non solo la facoltà di pensare, di intuire, di comprendere, ma in origine anche l’intelligenza ordinatrice dell’universo, come nel caso del filosofo Anassagora per il quale nóos non è solo la mente umana, ma soprattutto un principio cosmico, una forza intelligente che governa l’universo. Nóos esprimeva un’azione intenzionale, un proposito o ciò che spinge all’azione.
Per Platone era affine alle idee, mentre per Aristotele rappresentava l’intelletto divino.
Il frammento di Eraclito 22B113 DK (Diels-Kranz): ξυνόν ἐστι πᾶσι τὸ φρονέειν (xynón esti pâsi tò phronéein) tradotto da Angelo Tonelli: “conoscenza dell’immediato è unione di tutte le cose” ci propone la questione dell’immediatezza.
Il termine ξυνόν (xynón), in greco antico significa “comune” o “condiviso”, mentre phronéein, in greco antico, significa “pensare”, “avere senno”, “comprendere” o “essere saggi”, ma in Eraclito è la capacità profonda di sintonizzarsi con il lógos, cioè con la verità oggettiva e comune a tutte le cose.
Ed ecco che ci stiamo avvicinando al significato profondo del cammino iniziatico.
“Sapienza – sostiene Angelo Tonelli – è vivere nel flusso, accogliendo il perpetuo scorrere di tutte le cose, che è figura della loro immutabilità nel profondo, e tutto trasformare in fluido lógos umano che è scintilla del più vasto Fuoco, lógos divino, τὸ σοφόν (ciò che è sapienza)”. [viii]
Il percorso iniziatico induce gli umani a riconoscere la loro intima connessione con il lógos divino che è conoscere l’immediatezza, ossia l’immediato “in tutte le forme in cui esso si manifesta: in primis l’essere (eĩnai) di cui si decreta l’identità con noeίn «intuire», ovvero il modo di conoscere più diretto che elide la distinzione soggetto-oggetto propria della ratio”. [ix]
Identità di essere e intuire è quel conoscere sé stessi in quanto esseri, provvisoriamente umani, che è anche il conoscersi come individui distinti, ma non separati, dall’Essere.
Il 4° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato (di fatto il primo) riguarda quella capacità di unificare l’emisfero destro con quello sinistro, per vedere con il terzo occhio, ossia per attivare lo sguardo noetico, che è un vedere l’immediato, essendo marchiati nell’anima dalla visione e capaci anche di farsene una ragione.
Parmenide, ricordato come colui che ha introdotto un modello per il pensiero razionale (principio di non contraddizione, terzo escluso) era, come detto supra, un sacerdote di Apollo Oύlios, uno iatromante e un maestro sciamano e “per lui la ratio e la «scienza» erano ancelle della conoscenza che si ottiene per visione e contatto: il culmine conoscitivo è frutto del noûs, l’intuizione metafisica, che è il vero centro: il resto, pur significativo, è periferia”. [x]
Alla “radice noetica, pacificata, della mente allude il temine «hesychίa», «quiete della mente», che è lo scopo delle pratiche meditative di ogni latitudine e longitudine”. [xi]
Concludo con due aneddoti.
Mi è capitato di conoscere due personaggi che si fregiavano del 33° Grado. Il primo mi disse che il Rito risaliva a Federico II di Svevia. Il Rito è attribuito a un Federico, ma si tratta di quello di Prussia. Che dire?
Il secondo diceva ai poveretti che iniziava al 4° Grado, “Maestro Segreto: “Avete ucciso il Maestro Hiram e ora siete orfani e dovete arrangiarvi”. Siamo, se ci va bene, nel campo della psicologia: l’allievo “uccide” simbolicamente il maestro per emanciparsi dalla dipendenza, elaborare il senso di colpa e interiorizzare gli insegnamenti in modo autonomo. Niente a che fare con Hiram e tanto meno con il 4° Grado.
Eppure, caro amico fraterno 33°, può anche essere che noi, nonostante i nostri sacri numeri, non abbiamo capito alcunché del Rito Scozzese Antico e Accettato e che i due personaggi di cui sopra abbiano capito tutto.
Infine, caro amico fraterno 33°, mi chiedi dei gradi intermedi. Vedrò di scriverne in altre riflessioni, in quanto argomento di somma importanza.
[i] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[ii] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[iii] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[iv] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[v] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[vi] Martin Heidegger, Eraclito, Mursia
[vii] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[viii] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[ix] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[x] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[xi] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli






