FREEMASONS IN NAME ONLY

Set 9, 2023 | MASSONERIA

di Silvano Danesi

Massoni solo di nome? E’ una possibilità. E questo è il risultato di chi, anziché sentire la dolcezza del percorso iniziato, sente l’amaro di aver tradito se stesso, rinunciando a quell’invito incontrato sin dal momento nel quale un profano entra nel Gabinetto di Riflessione per iniziare il viaggio: V.I.T.R.I.O.L. (visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem).

Nel Gabinetto di Riflessione il primo degli avvertimenti è: “Se tu tieni alla distinzioni umane, esci: qui non se ne conoscono”.

Chi entra in Massoneria, deve sapere che la condizione professionale, sociale, patrimoniale non conta nulla.

E’ come quando l’imperatore austriaco defunto entra nella Cripta imperiale della Chiesa dei Cappuccini e bussa perché gli sia aperto.

Per ben due volte, quando pospone al suo nome i suoi titoli regali e imperiali, è respinto. Solo quando si presenta con il suo nome privo di ogni orpello è accolto.

 

Conosci il tuo Sé

 

Così è per colui che intende varcare la soglia del Tempio, al fine di rispondere all’imperativo Apollineo: “Conosci il tuo Sé”.

Quell’occultum lapidem che cosa è se non il proprio Sé? Quel Sé che Jung dice che è “immagine della divinità e non può essere da questa disgiunto. Ciò era noto – scrive Jung (Aion) allo spirito dei primi cristiani, altrimenti Clemente Alessandrino non avrebbe mai potuto dire che conosce Dio chi conosce se stesso”.

La conoscenza del proprio Sé è impresa faticosa, dolorosa, sorprendente e, alla fine, gioiosa, ma presuppone costanza di applicazione e disponibilità alla propria trasmutazione.

 

La trasmutazione dei peggiori vizi

 

H.Spencer Lewis, nel suo Manuale rosacrociano scrive: “Trasmutazione significa cambiamento della natura vibratoria di un elemento materiale o dell’espressione vibratoria di una manifestazione spirituale in modo che la manifestazione o espressione sia diversa dopo il cambiamento”.

Se nulla è cambiato, anche se il Massone dice di essere tale, è un freemason in name only; è un Massone solo di nome.

Nella ritualità massonica si afferma continuamente di lavorare a scavare profonde prigioni ai vizi e a edificare templi alle virtù.

Se possiamo scomodare Dante Alighieri, uno dei peggiori vizi è l’iracondia e gli iracondi, immersi nel fango dello Stige, si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni, morsi.

Ancor peggiore è il vizio dell’ignavia, ossia di coloro che nella vita non si schierano mai e che, quindi, non ebbero mai il coraggio delle proprie idee e non presero mai posizione. La loro punizione è nel correre nudi, punti da mosconi e vespe, dietro ad un’insegna che si muove rapidamente. Per la legge del contrappasso, poiché non furono attivi in vita, sono costretti a correre ininterrottamente.

Chi abbia voglia di leggere e di meditare sui versi del Fratello d’Amore, autore della Divina Commedia, può approfondire il vasto ventaglio dei vizi che travagliano l’umanità nell’Inferior.

 

Confrontarsi con l’Ombra

 

Il primo passo verso la conoscenza del proprio Sé è quello di fare i conti con la propria Ombra, ossia di riconoscere come realmente presenti gli aspetti oscuri della propria personalità.

Incontrare l’ombra è riconoscere come realmente presenti gli aspetti oscuri della personalità che vanno risintonizzati e trasmutati.

Come C.G. Jung afferma: «La figura dell’Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta, instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili» (C.G. Jung, Coscienza, inconscio e individuazione,1939).

L’Ombra racchiude tutto ciò che non riusciamo ad accettare, a sopportare, a elaborare, come le pulsioni ritenute dannose o pericolose, le emozioni represse, i difetti ed aspetti grezzi della personalità sui quali non vogliamo lavorare, gli istinti detti “primitivi”, come rabbia e aggressività.

Jung afferma che «L’incontro con sé stessi è una delle esperienze più sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito.»  (C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo).

L’Ombra è personale e collettiva.

Quella personale è legato alla propria storia, mentre quella collettiva è legata al mondo degli archetipi.

Non dobbiamo infatti dimenticare che l’Ombra è un archetipo e come tale è caratterizzato da ambivalenza.

Riconoscere degli aspetti che stanno in Ombra, che erano inconsci, non significa in assoluto diventare più coscienti, ma significa farci toccare dall’esperienza del riconoscere e accettare tali aspetti, azione che può contribuire alla percezione consapevole del processo trasformativo che sta alla base del continuo accadere del Sé.

L’Ombra è costituita non solo da caratteristiche che a giudizio dell’Io vengono qualificate come negative, ma anche da aspetti che semplicemente non sono per niente espressi, realizzati. Essa è l’altro lato nostro, il fratello oscuro, che fa parte della nostra totalità. La sua integrazione alla personalità cosciente, che non sarà mai comunque totale, determina una profonda trasformazione dell’individuo e un allargamento della sua consapevolezza.

 

Ricucire l’Ombra come Peter Pan

 

Quando Peter Pan perde la sua Ombra, questa ne combina di tutti i colori. Solo quando Peter Pan la ricuce a sé, la integra, la sua Ombra torna ad avere un ruolo funzionale.

La fiaba ha qualcosa da insegnarci.

Una notte, quando i signori Darling (tesoro) sono usciti per recarsi a cena, Peter (roccia, pietra) entra nella camera dei bambini accompagnato dalla fatina Trilli Campanellino (TinkerBell, colei che suona il richiamo) per trovare l’ombra perduta la sera precedente poiché presa da Nana. Tuttavia i tre ragazzi si svegliano accorgendosi della loro presenza e Wendy (il nome deriva dal gallese Gwenda dal significato di luminosa), ricuce l’ombra a Peter che, per ringraziarla, decide di portarla con sé all’Isola che non c’è (Neverland), in modo che faccia da madre (Gwuenda la luminosa come Dea Bianca) a lui e ai Bambini Smarriti (Lost Boys), gli eredi della tradizione iniziatica regale celtica.

Così Peter, Trilly e i tre fratelli Darling raggiungono il luogo incantato, ma vengono avvistati dai pirati capitanati dal perfido Capitan Uncino(Captain Hook, dal significato di uncino, ma anche catturare, prendere: un capitano catturante, ma anche catturato), acerrimo nemico di Peter.

Wendy è vittima della gelosia di Trilli che, approfittando di un attimo di smarrimento, per poco non la uccide sfruttando gli ingenui Bambini Smarriti. Wendy fortunatamente viene salvata da Peter, infuriato con la fata. Sull’Isola Wendy e i suoi fratellini vivono incredibili avventure in compagnia di Peter Pan e dei Bambini Smarriti, compreso lo scontro con i pirati nella Laguna delle Sirene (Mermaids Lagoon) e il salvataggio della principessa Giglio Tigrato (Princess Tiger Lily), figlia del Gran Capo Indiano (Indian Chief). Ma dopo un po’ di tempo Wendy inizia a stancarsi della vita sull’Isola che non c’è e della superficialità di Peter decidendo, così, di tornare a casa con i fratelli, poiché preoccupata per i genitori. Scovato il nascondiglio di Peter, Uncino rapisce i ragazzi e tenta di avvelenare Peter, salvato tempestivamente da Trilli. Peter Pan raggiunge il veliero dei pirati, sconfigge definitivamente Uncino e la sua ciurma e riesce a salvare Wendy e gli altri. La ragazza è riconoscente a Peter, ma è ugualmente decisa a tornare a Londra dai suoi cari. Finalmente Wendy, John e Michael si riuniscono ai genitori che adottano anche i Bambini Smarriti.

Wendy vorrebbe rimanesse con loro anche Peter, ma il ragazzo le promette che sarebbe venuto a prenderla ogni anno per le pulizie di primavera, grazie al consenso della signora Darling. Così Peter torna sull’isola e Wendy spera che non si dimentichi di lei.

 

L’Ombra e l’ignoto

 

L’incontro con l’Ombra è un compito arduo in quanto costringe a confrontarsi con una dimensione ignota.

L’ignoto può essere esterno, sperimentabile attraverso i sensi o interno, riguardante l’inconscio personale o collettivo e sperimentabile direttamente.

Dobbiamo scendere nei nostri inferi, con la consapevolezza di varcare la soglia di un luogo misterioso e sacro. Lì dobbiamo osservare la nostra Ombra con pazienza compassionevole, senza giudizio e mettendosi in ascolto. La via dell’incontro con l’Ombra è la via dell’accettazione e vedere la propria Ombra e la propria luce significa raggiungere il proprio centro.

 

Il tema della proiezione

 

La proiezione è il trasferimento di un processo soggettivo ad un oggetto. Un contenuto soggettivo è estraniato dal soggetto e incorporato nell’oggetto.

Un soggetto è spinto a scorgere negli altri quegli impulsi, quelle mancanze e quei difetti che in realtà sono suoi (appartengono alla sua Ombra) e che egli nega di possedere.

Accanto alla paura determinata dal confronto con un’alterità sconosciuta che può far sentire minacciata la nostra identità, si aggiunge la difficoltà di affrontare quei lati della personalità che risultano inaccettabili da parte dell’Io.

Da qui il rifiuto e la proiezione di tali contenuti come operazioni difensive per arginare l’angoscia dell’accesso di tali affetti alla coscienza.

L’Ombra personale si può quindi proiettare in una figura esterna, ossia in un individuo che diviene portatore di uno o più aspetti-ombra nostri, oppure mediante una immagine interna, come nel sogno, quando una figura rappresenti, personificate, una o più particolarità nascoste del sognatore.

Se invece l’Ombra appartiene all’inconscio collettivo può presentarsi nelle sue manifestazioni di gruppo, razziali e universali. Può comparire allora nei sogni come lo zingaro, il negro, il bandito, l’emarginato, o in forma mitica come, ad esempio, Mefistofele, il Briccone, il Diavolo, la Strega, ecc.

Il soggetto che proietta è inconsapevole di tale azione e delle sue proiezioni. Può essere cosciente di sentimenti di repulsione, fastidio, irritazione se le qualità proiettate sono ritenute dallo stesso non accettabili, o minacciose; oppure può provare sentimenti di attrazione e fascinazione, soprattutto se le qualità proiettate sono ritenute desiderabili.

Conseguentemente nel primo caso sarà portato a disprezzare la persona portatrice di queste proiezioni e nel secondo caso a idealizzarla.

In altri casi si può verificare invece una pericolosa collusione con l’Ombra e l’individuo vive i contenuti dell’Ombra come un valore assoluto, con un atteggiamento luciferino ove viene meno il rispetto dell’Altro, prevale un individualismo estremo e l’affermazione di sé è dissociata dalla riflessione critica su sé stessi, eludendo in questo modo la responsabilità personale.

 

L’integrazione dell’Ombra

 

Solo con il ritiro delle proiezioni e l’integrazione dell’Ombra l’individuo si trasforma, percorrendo la via per la propria autenticità e interezza.

Con il termine integrazione si intende l’includere qualcosa in una più ampia entità, che comporta una necessario cambiamento di tale entità e quindi determina una trasmutazione del soggetto.

Chi si è confrontato con successo con la propria Ombra cambia profondamente e solo dopo tale confronto nasce veramente il problema etico.

Chi, dice Jung, abbia ritirato le proprie proiezioni di Ombra dagli altri: «si carica però di problemi e di conflitti nuovi. Egli diviene un grave compito per sé stesso, perché non può più dire che gli altri fanno questo o quello, che essi sono in errore, che contro di loro bisogna lottare. Chi sia giunto a tanto vive nel raccoglimento interiore; sa che i difetti del mondo sono anche difetti suoi; e pur che impari a dominare la sua Ombra, ha fatto qualcosa di reale per il mondo. È riuscito a risolvere almeno una minima parte dei giganteschi problemi irrisolti dei nostri giorni» (C.G. Jung, Psicologia e religione, 1938/1940).

Chi ha integrato l’Ombra ora si prende la responsabilità di ciò che è, anche nei suoi aspetti più discutibili.

Dal punto di vista della problematica morale, integrando l’Ombra, l’individuo sviluppa un’etica che viene da dentro, che non può prescindere dalla propria singolarità, uscendo da un moralismo collettivo e si assume la responsabilità dei propri limiti e delle proprie azioni.

 

L’integrazione necessaria per l’individuazione

 

L’integrazione dell’Ombra come di tutte le parti della nostra vita psichica è necessaria per individuarsi.

L’individuazione è la pulsione archetipica tesa alla realizzazione cosciente della totalità psichica del Sé (Jung – Aion).

La conoscenza del Sé è l’obiettivo fondamentale del percorso massonico.

Nella elaborazione junghiana il Sé è l’agente ordinatore, regolarizzatore, armonizzatore della psiché, alla quale dà significato e senso ed è anche l’axis mundi individuale.

Il Sé è non solo il centro, ma anche la circonferenza.

Del Sé si può dire che sia lo spiritus rector, lo spirito guida.

Il processo di individuazione è un farsi Sé.

Jung ci parla dell’individuazione come “causa prima della vita, e cioè la piena realizzazione dell’uomo integrale”. [1]

 

Davanti San Guido

 

Mi piace concludere con la splendida poesia di Giosuè Carducci, dove i cipressi sono le colonne del Tempio, nonna Lucia è la Luce che parla il sirventese, ossia il linguaggio della Tradizione iniziatica dei Fratelli d’Amore e dove i rosignoli parlano con la lingua iniziatica, la “Lingua degli uccelli”.

 

 

 

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti

van da San Guido in duplice filar,

quasi in corsa giganti giovinetti

mi balzarono incontro e mi guardar.

Mi riconobbero, e— Ben torni omai —

Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —

Perché non scendi ? Perché non ristai ?

fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate

ove soffia dal mare il maestrale:

ira non ti serbiam de le sassate

tue d’una volta: oh non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:

deh perché fuggi rapido cosí ?

Le passere la sera intreccian voli

a noi d’intorno ancora. Oh resta qui! —

— Bei cipressetti, cipressetti miei,

fedeli amici d’un tempo migliore,

oh di che cuor con voi mi resterei—

Guardando lor rispondeva — oh di che cuore !

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ire:

or non è piú quel tempo e quell’età.

Se voi sapeste!… via, non fo per dire,

ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,

e scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:

non son piú, cipressetti, un birichino,

e sassi in specie non ne tiro piú.

E massime a le piante. — Un mormorio

pe’ dubitanti vertici ondeggiò

e il dí cadente con un ghigno pio

tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole

una gentil pietade avean di me,

e presto il mormorio si fe’ parole:

— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse

che rapisce de gli uomini i sospir,

come dentro al tuo petto eterne risse

ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare

l’umana tua tristezza e il vostro duol.

Vedi come pacato e azzurro è il mare,

come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,

com’è allegro de’ passeri il garrire!

A notte canteranno i rusignoli:

rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

i rei fantasmi che da’ fondi neri

de i cuor vostri battuti dal pensier

guizzan come da i vostri cimiteri

putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,

che de le grandi querce a l’ombra stan

ammusando i cavalli e intorno intorno

tutto è silenzio ne l’ardente pian,

ti canteremo noi cipressi i cori

che vanno eterni fra la terra e il cielo:

da quegli olmi le ninfe usciran fuori

te ventilando co ‘l lor bianco velo;

e Pan l’eterno che su l’erme alture

a quell’ora e ne i pian solingo va

il dissidio, o mortal, de le tue cure

ne la diva armonia sommergerà. —

Ed io—Lontano, oltre Apennin, m’aspetta

la Tittí — rispondea; — lasciatem’ire.

È la Tittí come una passeretta,

ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;

né io sono per anche un manzoniano

che tiri quattro paghe per il lesso.

Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! —

— Che vuoi che diciam dunque al cimitero

dove la nonna tua sepolta sta? —

E fuggíano, e pareano un corteo nero

che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,

giú de’ cipressi per la verde via,

alta, solenne, vestita di nero

parvemi riveder nonna Lucia:

la signora Lucia, da la cui bocca,

tra l’ondeggiar de i candidi capelli,

la favella toscana, ch’è sí sciocca

nel manzonismo de gli stenterelli,

canora discendea, co ‘l mesto accento

de la Versilia che nel cuor mi sta,

come da un sirventese del trecento,

piena di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com’era bella

quand’ero bimbo! ditemela ancor,

ditela a quest’uom savio la novella

di lei che cerca il suo perduto amor!

— Sette paia di scarpe ho consumate

di tutto ferro per te ritrovare:

sette verghe di ferro ho logorate

per appoggiarmi nel fatale andare:

sette fiasche di lacrime ho colmate,

sette lunghi anni, di lacrime amare:

tu dormi a le mie grida disperate,

e il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

— Deh come bella, o nonna, e come vera

è la novella ancor! Proprio cosí.

E quello che cercai mattina e sera

tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

sotto questi cipressi, ove non spero,

ove non penso di posarmi piú:

forse, nonna, è nel vostro cimitero

tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggía la vaporiera

mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;

e di polledri una leggiadra schiera

annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo

rosso e turchino, non si scomodò:

tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo

e a brucar serio e lento seguitò.

Davanti San Guido, Giosue’ Carducci (1835 -1907)

 

[1] C.G.Jung, L’applicabilità pratica dell’analisi dei sogni, in Realtà dell’anima, Bollati Boringhieri

Silvano Danesi

Silvano Danesi

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