LA VERA LUCE 3 – IL MALE E IL BENE NELL’ARCHETIPO DELL’UNO

Dic 10, 2023 | MASSONERIA

Segue da La vera Luce 2 –

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di Silvano Danesi

Dov’è il male? La domanda è costantemente presente, in quanto gli esseri umani che abitano il pianeta Terra, uno dei tanti presenti nell’universo, di quello che percepiscono come male sentono di dover comprendere le cause e, soprattutto, l’origine.

La risposta non è semplice. Un elemento di riflessione possibile consiste nel considerare che il male e il bene, così come il giorno e la notte, il più e il meno, l’ordine e il disordine siano presenti nel Tutto-Uno.

Per approssimarci all’idea che il Tutto-Uno comprenda in sé tutto, altrimenti non sarebbe il Tutto, partiamo da alcuni dati scientifici.

La fisica ci consegna un’idea di un universo piatto, nel quale l’energia totale è zero, in quanto somma della massa-energia e dell’energia dello spazio-tempo.

“L’energia positiva della massa-energia e l’energia negativa del campo gravitazionale cioè contenuta nello spazio-tempo, – ci spiega Guido Tonelli – si cancellano se l’universo è piatto. Questo significa che la densità dell’universo è pari al valore critico. Un universo di questo genere può espandersi all’infinito e durare in eterno perché la sua dinamica non richiede alcun dispendio di energia”. [1]

In questo universo, in questo Tutto – Uno avvengono infinite trasformazioni, metamorfosi, nessuna delle quali è bene o male.

Questo universo nel quale noi viviamo e che percepiamo, è composto da galassie, soli, pianeti, corpi celesti che si muovono secondo leggi uguali ovunque.

Tutto si trasforma in base a leggi immutabili. Il divenire soggiace a criteri immutabili.

Tutto sarebbe cominciato, secondo alcune teorie – allorquando il big bang, una sorta di esplosione di qualcosa di infinitamente piccolo e di infinitamente denso, diede vita allo spazio, al tempo e a tutto quanto ci circonda. Se proviamo a fare, come hanno fatto fisici e matematici, il processo a ritroso, torniamo ad una densità infinita della materia e a una curvatura spazio temporale infinita, ovvero all’annullamento dello spazio e del tempo e della validità delle leggi che presiedono allo spazio-tempo?

“I matematici – scrive Paul Davies – chiamano singolarità il limite di curvatura infinita dello spazio tempo. In questo quadro, quindi, il big bang ha origine da una singolarità. Il modo migliore per farsi un’idea delle singolarità è di concepirle come frontiere o contorni dello spaziotempo. In questa luce esse non fanno parte, in senso tecnico, dello spaziotempo, nello stesso modo in cui il bordo di questa pagina non fa parte, a rigore, della pagina”.[2] “Se l’universo è delimitato da una singolarità nel passato, il big bang non fu soltanto l’origine dello spazio, ma anche l’origine del tempo”. [3]

Si arriva a quello che è stato anche definito come Punto Zero, zero point energy, un vasto vuoto, che contiene tutte le potenzialità e le possibilità.

Il Tutto-Uno è infinite potenzialità e possibilità e infinita manifestazione. Va da sé che i criteri, le leggi che presiedono alle varie trasformazioni rimangono le stesse.

“Il Big Bang – sostiene il fisico Guido Tonelli – è stato la chiassosa trasformazione di uno stato di vuoto in un altro stato di vuoto, equivalente al primo; una grande metamorfosi che, non richiedendo energia, può avvenire gratuitamente e procedere nel tempo per miliardi di anni”.[4]

La fisica del XX e del XXI secolo si accorda con antiche definizioni dell’origine del mondo, quasi che nella mente dell’uomo, che funziona con le stesse leggi costitutive dell’universo, stesse scritto il codice che oggi gli scienziati declinano in formule e che gli antichi esprimevano in allegorie, metafore, in suggestioni poetiche.

Nei Vangeli, il regno dei cieli “è più piccolo di un granello di senape che un uomo semina nel suo campo. Il seme è piccolissimo, ma quando è cresciuto diventa la più grande fra tutte le piante dell’orto”. [5]

Nell’Atharva Veda, l’Uno “è più fine di un capello, l’Uno è completamente invisibile; e tuttavia questa divinità a me tanto cara, è più vasta di tutto il grande universo”. [6]

Ecco le metafore spiegate scientificamente: Una fluttuazione quantistica estrae dal vuoto una particella scalare (spin zero), l’inflatone.

Siamo in presenza dell’inflazione cosmica in base alla quale da una fluttuazione quantistica del vuoto nasce una minuscola bollicina che si riempie di una manciata di inflatoni e dà origine ad un universo materiale, dove esistono la coppia-massa energia e quella spazio-tempo, la quale contiene campi (elettromagnetico, ecc.), ossia “luoghi” nei quali agiscono le forze.

“Ad ogni forza – spiega Tonelli – è associata una particella che la trasporta, il quanto di interazione. Nel caso dell’elettromagnetismo è il fotone, la particella di luce”. [7]

Va considerato che il fotone ha due possibili stati di polarizzazione ed è descritto dal vettore d’onda, che determina la lunghezza d’onda e la sua direzione di propagazione.

L’intuizione di Max Planck, basata sull’idea che il corpo nero potesse emettere/assorbire pacchetti di energia luminosa in ‘quanti’, si rivelò corretta e portò Einstein all’idea che la luce fosse composta di particelle/onde, poi chiamate fotoni.

L’energia di un fotone è data dalla formula E=hν dove h è la costante di Planck e ν (ni) denota la frequenza dell’onda elettromagnetica.

Se poniamo attenzione ad alcune formule, abbiamo che:

E=mc2 , ossia che l’energia è uguale alla massa per la velocità della luce al quadrato

c= λν , ossia frequenza per la velocità di propagazione dell’onda della luce

E=m (λν)2

E=hν costante di Planck per frequenza dell’onda elettromagnetica

m=E/(λν)2

m=hν/(λν)2

m= hν/λ2.ν2

m= h/ λ2.ν

La massa è pertanto la costante di Plank divisa dalla velocità di propagazione dell’onda della luce per la frequenza.

La frequenza ν = 1/T, ossia l’inverso del Tempo.

Il numerico della costante di Plank corrisponde a 6,62·10-34 J·s.

Al posto di h, viene spesso utilizzata in fisica atomica la costante h (si legga acca tagliato) che vale: ħ = h/2π =1,0551·10-34 J · s.

Esiste un continuo rapporto tra luce e massa, ossia tra fotoni e fermioni, tra campo elettromagnetico e materia e tra luce e materia è possibile uno scambio, una trasformazione.

“Quando un elettrone incontra un positrone (ettrone a carica positiva) – scrive Guido Tonelli – avviene il fenomeno dell’annichilazione, cioè le due particelle spariscono lasciando il posto a due fotoni. E’ stata assodata l’esistenza anche del fenomeno opposto: cioè, fotoni di alta energia possono produrre coppie di elettroni e positroni e lo stesso può avvenire con gluoni capaci di creare «dal nulla» coppie di quark e di antiquark”. [8]

Vedremo in seguito, in rapporto alla “ghianda” e alla piramide, il motivo di questa insistenza sui numeri e sulle formule.

Va però subito considerato che la frequenza ha un’importanza enorme, in quanto al crescere della frequenza, cresce l’energia.

Possiamo pensare all’anima, in quanto immagine, corpo di luce come corpo elettromagnetico ad altissima energia?

E’ interessante, a questo punto, un inciso relativo alla famosa frase pronunciata da Gesù nel momento nel quale annuncia a Maria Maddalena la sua resurrezione. “Noli me tangere”.

L’episodio dove è scritta l’espressione “noli me tangere” è narrato nel Vangelo di Giovanni, il quale sin dal Prologo sembra contenere informazioni che possiamo definire scientifiche.

Maria Maddalena, recatasi al sepolcro e trovatolo vuoto corre ad avvertire gli apostoli. Dopo che gli apostoli se ne sono andati, Maria Maddalena, che è rimasta accanto al sepolcro, vede due angeli e, voltandosi, vede Gesù, non lo riconosce alla vista, ma lo riconosce dopo che sente la sua voce che la chiama per nome.

A questo punto che Gesù pronuncia la celebre frase: “Noli me tangere”.

La locuzione noli me tangere, che appare per la precisione al versetto 20,17 del Vangelo di Giovanni, in greco è: Μή μου ἅπτου (mê mou haptou).

Nel greco antico haptou ha il significato di: cucire insieme, legare, attaccare, annodare, accendere, dare fuoco, legare, attaccare per sé, toccare, stringere, abbracciare, afferrare, cercare d’impadronirsi, attaccare, assalire, colpire, prendere o usare come cibo, mangiare, mettere mano a una cosa, intraprenderla, cominciarla, attendervi, occuparsene, comprendere, conseguire, raggiungere, accennare in un discorso, fare menzione.

La traduzione di haptou è: tattile.

Se assumiamo come corretto il significato di toccare, Gesù, che viene riconosciuto solo dopo che ha chiamato Maria Maddalena per nome, evidentemente ha un corpo di luce, che non è lo stesso, alla vista, di quello corporeo e che ha una frequenza elevata. L’avvertimento di Gesù: mê mou haptou può avere proprio il significato di una esplicitazione del fatto che il suo corpo non è più corporeo, ma elettromagnetico ad alta frequenza.

Interpretazione che sembra essere confermata da San Paolo.

San Paolo (Lettera ai Corinzi), in merito alla sopravvivenza dell’anima scrive: “Ma qualcuno dirà: «Come risorgono i morti? […] Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità. Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba”.

 

La luce come bene nella percezione ancestrale

Dal punto di vista ondulatorio, un fotone ha una sua frequenza di vibrazione e una sua lunghezza. Il prodotto della frequenza {\displaystyle \nu }ν (ni) con la lunghezza d’onda {\displaystyle \lambda }λ (lambda) è pari alla velocità di propagazione dell’onda, in questo caso della luce: λν=c.

L’interazione elettromagnetica in un universo piatto (il nostro secondo Tonelli) può propagarsi alla velocità della luce e all’infinito, concetto che è associabile all’eternità.

“Atomi e molecole sono tenuti assieme e si combinano tra loro – spiega ancora Tonelli – soprattutto grazie all’interazione elettromagnetica”. [9]

Da qui, probabilmente, la nostra ancestrale intuizione della luce come bene, in quanto l’interazione elettromagnetica consente l’omeostasi e la continuità nello spazio tempo della nostra esistenza corporea.

Da qui anche l’idea che il veicolo dell’anima, intesa come forza animante sia un’immagine, appartenente a quel mondo immaginale che è un foto-gramma, una scrittura di luce, un’interazione fotonica: il corpo di luce.

E’ nella nostra percezione e nella nostra idea di sopravvivenza che associamo il bene alla luce e aneliamo a conoscere la “Vera luce”, la luce dell’anima.

Possiamo collocare in questo ambito di ragionamento anche il neoplatonico ochema, veicolo dell’anima, così come molte altre definizioni, in ambiti culturali tra di loro diversi, dello stesso concetto di veicolo.

Da un punto di vista simbolico, l’Anima Mundi può essere associata al campo elettromagnetico, ossia ad un infinito campo immaginale dal quale emerge l’ologramma, la scrittura dell’Olos, del Tutto.

Rimanendo nel punto di vista simbolico, la luce è associata al fuoco. Qui ci sovviene Eraclito: “Questo cosmo non lo fece nessuno degli dèi né degli uomini, ma sempre era, ed è e sarà. Fuoco semprevivente, che con misura divampa e con misura si spegne”. Fr.22B30DK.

In questo frammento, commenta Angelo Tonelli, Eraclito ci rende edotti del “dispiegamento del Principio-Fuoco immortale, in un assetto quantitativamente ordinato, che ordinatamente si espande e si estingue”. [10]

Nel frammento 22B90 DK Eraclito afferma: “Tutte le cose con contraccambio del Fuoco, e il Fuoco con contraccambio di tutte le cose, come le ricchezze dell’oro, e l’oro delle ricchezze”.

Qui la metamorfosi è evidente.

Frammento 22B64DK: “Sapiente è il Fuoco”. Il Principio, l’Uno-Tutto è sapiente ed è pertanto il corpo di luce, l’anima, veicolo di sapienza.

Stando a quanto si qui asserito, sia pure in estrema sintesi, viviamo in un universo spazio-temporale dove agisce l’energia-massa e dove sono presenti tutte le possibilità, cosicché il bene e il male sono modalità ugualmente appartenenti all’universo stesso, così come il positivo e il negativo, il giorno e la notte, il chiaro e lo scuro.

 

Il bene e il male in René Guenon e in Eraclito

 

 

 

Una teoria il linea con l’idea che il bene e il male siano solo due delle possibilità infinite appartenenti al Tutto-Uno la troviamo nel saggio di René Guenon, “Gli stati molteplici dell’Essere”, laddove viene affrontata la questione del Tutto.

Scrive Guenon: “In effetti, se si considera il «Tutto» in senso universale e assoluto, è evidente che non può essere limitato in alcun modo, poiché potrebbe esserlo solo da qualcosa di esterno, e, se esistesse qualcosa di esterno ad esso, allora non sarebbe il «Tutto»”. [11]

Il Tutto, pertanto, è illimitato e infinito.

“Quanto abbiamo detto del Tutto universale nella sua indeterminazione più assoluta – continua Guenon –, si applica anche quando lo si considera dal punto di vista delle Possibilità” e “la Possibilità universale è necessariamente illimitata”. [12]

E’ evidente che il Tutto, con le sue infinite Possibilità, ha in sé sia quello che noi, dal nostro punto di vista contingente e limitato, consideriamo il Male, così come ha in sé anche quello che noi, dal nostro punto di vista contingente e limitato, consideriamo il Bene.

Di un divino onnicomprensivo “radice comune degli opposti” (Tonelli[13]) è testimone Eraclito con il Frammento 22B67DK. “Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando vi si mescolano aromi, prende nome secondo il gusto di ciascuno”.

A proposito del prender nome secondo il gusto di ciascuno René Guenon suggerirebbe: “punti di vista contingenti che esistono solo in rapporto alla nostra concezione”. [14]

“I vari punti di vista – commenta Tonelli – o angolature rappresentative, attraverso cui il Fuoco-Principio viene colto, concorrono a costituire il Divino in quanto manifestazione di sé: ma è opportuno ricordare che, per la legge di opportunità e di complementarietà degli opposti, il Divino è sia il Principio-in-sé che il Principio-fuori-di-sé, il fuoco nella sua nuda essenzialità e il fuoco arricchito di nomi e di aromi; è l’armonia profonda di queste apparenti polarità”. [15]

Tonelli fa inoltre osservare che il modo con cui viene nominato secondo la predilezione di ciascuno determina anche il suo modo di essere, “come dire che ogni rappresentazione, anche illusoria, interviene a costituire la realtà cosmica, seppur in maniera relativa”. [16]

Dov’è dunque il male?

“Per chi ascolta non me, ma il lógos, sapienza è intuire che tutte le cose sono Uno, e l’Uno è tutte le cose”. Frammento 22B50 DK.

Spiega Tonelli che il lógos (parola dai molti significati) “qui indica il flusso degli opposti e ciò che li unifica”.

Interessante notare che in questo frammento per il verbo intuire Eraclito usa eidénai, ossia conoscenza per immagini.

Ciò che appare essere ingiustizia, essere male, è nel lógos stesso e per la sua stessa natura, non per un difetto che nel lógosè inconcepibile.

Il male, quello che nella nostra percezione è il male, sta, dunque nel Divino.

L‘apeiron, l’immenso, produce infinite combinazioni di contrari che si convertono l’uno nell’altro. Sul piano divino l’eterno dinamismo degli opposti giustifica la figura « provvisoria » con cui l’opposizione si presenta di volta in volta nella storia umana, stante che la coppia bene–male diviene e non si configura mai nella stessa fattispecie.

Se, poi, intendiamo il male in relazione agli uomini, anche gli uomini sono aspetto del Divino e pertanto hanno in sé sia quello che essi percepiscono come bene, sia quello che essi percepiscono come male.

Nella percezione degli umani, la cui mente tende ad analizzare e a catalogare, il male è spesso concepito come privazione del bene.

Ciò che ci priva di quello che riteniamo essere il nostro bene è da noi percepito come male: la nostra percezione è da considerarsi sempre relativa e contingente e se ascoltiamo un antico detto della saggezza popolare: “Non tutto il male vien per nuocere”, possiamo elevare lo sguardo dalla contingenza e osservare gli accadimenti da un punto di vista più elevato e più prossimo a quello che potrebbe essere un disegno altrimenti incomprensibile.

A volte ciò che consideriamo al momento il male si rivela essere una spinta del destino (daimon) a correggere il nostro procedere o l’apparire sul nostro cammino di una possibilità, di un’opportunità.

 

Jung e il male come privatio boni

 

Jung ha riflettuto molto sulla questione del male come privatio boni, concetto che ha radici platoniche e che non riconosce al male un suo statuto ontologico.

Carl G.Jung, nel suo “Risposta a Giobbe” affronta l’archetipo della divinità e scrive di Yahwèh. “Esistevano in lui contemporaneamente ponderatezza e sconsideratezza, bontà e crudeltà, energia creatrice e volontà di distruzione”. [17]

“Yahwèh – afferma Jung – non è diviso in due, egli è un’antinomia[18], una totale opposizione interna, l’indispensabile presupposto della sua mostruosa dinamica, della onnipotenza e della sua onniscienza”. [19]

“Egli [Yahwèh] è ogni qualità nella sua totalità, perciò la giustizia assoluta ma, allo stesso tempo, anche il suo contrario, pure questo altrettanto perfetto”. [20]

“Per l’uomo dell’antichità – afferma ancora Jung – più lontana le cose erano diverse: le sue divinità fiorivano e s’inturpidivano di tutte le virtù e di tutti i vizi. Si poteva perciò punirle, incatenarle, aizzarle l’una contro l’altra senza che, perlomeno a lunga scadenza, il loro prestigio ne soffrisse minimamente. L’uomo di quegli eoni era talmente assuefatto alle contraddizioni del comportamento divino che il loro insorgere non lo turbava eccessivamente”. [21]

Jung introduce una riflessione sul brutale potere del Demiurgo, il quale dice di se stesso: “Ecco cosa sono Io, il Creatore di tutte le invincibili, spietate forze della natura, che non sono state sottomesse a nessuna legge morale; anch’Io stesso sono una potenza amorale della natura, una personalità del tutto fenomenica, che non vede il proprio rovescio”. [22]

 

segue

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Guido Tonelli, Materia la magnifica illusione, Feltrinelli

[2] Paul Davies, Una fortuna cosmica, Mondadori

[3] Paul Davies, Una fortuna cosmica, Mondadori

[4] Guido Tonelli, Materia la magnifica illusione, Feltrinelli

[5] Matteo, 31.

[6] Atharva Veda X,8

[7] Guido Tonelli, Materia la magnifica illusione, Feltrinelli

[8] Guido Tonelli, Materia la magnifica illusione, Feltrinelli

[9] Guido Tonelli, Materia la magnifica illusione, Feltrinelli

[10] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli.

[11] René Guenon, “Gli stati molteplici dell’Essere”, Parole d’argento edizioni.

[12] René Guenon, “Gli stati molteplici dell’Essere”, Parole d’argento edizioni.

[13] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli

[14] René Guenon, “Gli stati molteplici dell’Essere”, Parole d’argento edizioni.

[15] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli

[16] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli

[17] Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, Adelphi

[18] L’antinomia è un particolare tipo di paradosso che indica la compresenza di due affermazioni contraddittorie che possono essere entrambe dimostrate o giustificate. In questa situazione non è possibile applicare il principio di non-contraddizione.

[19] Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, Adelphi

[20] Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, Adelphi

[21] Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, Adelphi

[22] Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe, Adelphi

Silvano Danesi

Silvano Danesi

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