MASSONERIA, DALLE PATENTI AI FONDAMENTI (6)

Mag 18, 2025 | MASSONERIA

di Silvano Danesi
Il cantiere come paradigma

“Nella Massoneria antica – scrive Christian Jacq – una linea di condotta coerente radunava gli iniziati attorno ad un unico centro di interesse: costruire i templi alla gloria di Dio e tradurre l’esperienza spirituale con dei simboli”. [i]

“La Massoneria del 1717 – aggiunge Jacq – ha obliato la massima medievale: «Quando lo spirito regna, non c’è bisogno di leggi”. [ii]

Il paradigma della Massoneria non è solo la corporazione, ma anche, e soprattutto, il cantiere.

La corporazione è un insieme di uguali, o quanto meno di simili, che affermano la loro uguaglianza o similitudine e ne normano le caratteristiche essenziali.

Il cantiere è un insieme di diversi, per quanto affini, che unendo e armonizzando le loro diversità collaborano ad un’opera comune.

Il cantiere, come la loggia costruita al suo interno, accanto alla costruenda cattedrale, è zona franca, libera da vincoli e da sguardi indiscreti.

Dopo il crollo dell’Impero romano e fino al XII secolo i centri culturali sono sostanzialmente concentrati, con qualche rara eccezione, nei monasteri, dove è forte l’influsso del monachesimo irlandese e anglosassone. “Nelle loro biblioteche, nei loro scriptori e nelle loro officine – scrive Arnold Hauser – si compie la parte più importante della produzione intellettuale”. [iii] “Ancora nel tardo Medioevo, nell’etica borghese del lavoro, quale si esprime, ad esempio negli statuti delle corporazioni – aggiunge Hauser – riecheggia lo spirito della regola conventuale”. [iv]

Nei conventi lavorano e imparano a lavorare miniatores (pittori), antiquarii (esperti in calligrafia), rubricatores (pittori di capolettere), ma anche altri artigiani, alcuni dei quali laici, che poi possono anche diventare ambulanti. I monasteri non sono solo scuole di arti e mestieri, ma anche luoghi di invenzioni, come, nella produzione del vetro, le vetrate dipinte a fuoco, o, nel campo della pittura, le misture di colori a olio.

Importante, fino alla fioritura delle città, il contributo dei monaci allo sviluppo dell’architettura sacra. I monaci sono quasi sempre a capo delle maggiori imprese architettoniche, anche se gli architetti sono laici, liberi nei loro movimenti. Di solito l’ecclesiastico è il committente o il fabbriciere, mentre all’architetto, uomo dotato della cultura e della competenza necessarie, è affidata la progettazione e la direzione dei lavori.

Le cattedrali romaniche sorgono accanto alle grandi abbazie, che hanno le ricchezze necessarie per finanziare le opere; sono opere imponenti e massicce, espressione di potenza.

Il rapporto sotteso alle cattedrali romaniche che sorgono accanto ai monasteri è quello fra una committenza ecclesiastica, che fornisce anche gran parte della manodopera artigianale, e un architetto, che progetta e dirige i lavori.

Tale rapporto cambia nell’ XI secolo, con la vita sociale che si sposta dalla campagna alla città e con il sorgere dei nuovi ceti professionali: artigiani e mercanti. L’artigiano urbano è indipendente, libero e si organizza in corporazioni di mestiere. Nasce la borghesia e urbana e borghese è l’arte delle cattedrali gotiche, mentre la romanica era monastica e nobiliare.

“Il secolo XI – scrive Hauser – è un’epoca d’oro per l’architettura sacra, mentre fiorisce la filosofia scolastica e, in Francia, l’epopea d’ispirazione ecclesiastica. Questo rigoglio intellettuale, e specialmente il fiorire dell’architettura, sarebbe inconcepibile senza l’enorme incremento del patrimonio ecclesiastico”.  [v]

“Nei secoli XII e XIII – scrive ancora Hauser – il cantiere era la comunità degli artisti e degli artigiani addetti alla costruzione di una grande chiesa, perlopiù di una cattedrale, sotto una direzione artistica e amministrativa imposta o approvata dai fabbricieri”.[vi]

“L’«operaio» (magister operis), a cui toccava provvedere i materiali e le maestranze, e l’architetto (magister lapidum) responsabile del lavoro artistico, della distribuzione dei compiti e della coordinazione delle singole attività – aggiunge Hauser -, furono certo, in molti casi, una persona sola; ma di regola tali funzioni toccavano a due individui distinti […]. Una parte degli operai costituiva il personale stabile del cantiere e rimaneva fedele all’architetto anche dopo l’esecuzione di un incarico; una parte si avvicendava nel corso stesso dei lavori. Si sa – sottolinea Hauser – che gli artigiani costituivano gruppi di lavoro già presso gli Egizi; i Greci e Romani arruolavano nelle maggiori imprese intere corporazioni di lapidei; ma nessuna di queste associazioni aveva il carattere edile conchiuso in sé e con amministrazione propria”. [vii]

Per avere un’esperienza simile, con tutte le opportune differenze, a quella del cantiere, dobbiamo spostarci a Pa Demi in Egitto, nei pressi della Valle dei Re e della Valle delle Regine, nel tempo del Nuovo Regno (1540-1070), che comprende le dinastie XVII, XIX e XX.

Il cantiere medievale è una comunità che si evolve e accanto ad un’azienda edilizia regolarmente funzionante, con personale stabile, accoglie un numero maggiore o minore di artisti e artigiani. Quando il lavoro è terminato o interrotto, artisti e artigiani se ne vanno, sotto la guida dell’architetto, ad assumere nuovi incarichi. La costruzione di una cattedrale gotica implica un cantiere che dura anni e il cantiere è necessariamente un luogo dove l’ammissione, la retribuzione e l’istruzione della manodopera avviene secondo i criteri di una gerarchia fissa che comprende l’architetto, i maestri muratori, i manovali.

Il singolo artista poteva aggregarsi ad un cantiere che, scrive Hauser, “possedeva l’elasticità richiesta dalle circostanze; s’impiantava in un luogo e vi restava finché c’era lavoro, se ne andava appena non c’era più nulla da fare, per stabilirsi nuovamente dove trovava nuova occupazione. Per quei tempi, esso offriva un ampio margine di sicurezza; un abile operaio poteva restarvi quanto voleva, ma era libero di passare ad un altro cantiere o, se gli piaceva la vita sedentaria, di aggregarsi a una grande Opera del Duomo, come quelle di Chartres, Reims, Parigi, Strasburgo, Colonia o Vienna”. [viii]

Il cantiere per la cattedrale di Strasburgo, per fare un esempio, durò dal 1277 al 1439.

La committenza rimane ecclesiastica, ma il rapporto con chi costruisce la cattedrale è cambiato. Il cantiere è ora composto di un architetto, di muratori, di manovali, di artigiani che seguono una regola propria, con una gerarchia fissa e strutturata. Il cantiere è divenuto una comunità autonoma.

Teofilo (XII secolo) nel suo trattato: “De divertibus artibus” descrive le tecniche in uso, consegnandoci uno spaccato della tecnologia del periodo.

“Un solo tecnico – scrive a commento Jaques Le Goff – si eleva forse a un grado superiore: l’architetto. E’ vero che il suo campo è certamente l’unico che abbia avuto nel Medioevo un innegabile aspetto industriale. A dire il vero, non è così in tutta la Cristianità ed è soltanto all’epoca gotica che l’arte di costruire diventa una scienza e l’architetto uno scienziato. Questo architetto, che si fa d’altra parte chiamare maestro, che tenta anche di farsi chiamare magister lapidum, maestro delle pietre, come altri sono maestri nelle arti e nelle leggi (dottori in diritto), che calcola secondo delle regole, si contrappone all’architetto-artigiano, che applica delle ricette, cioè il muratore. La contrapposizione e talvolta il confronto fra i due tipi di costruttore durerà come sappiamo fino al termine del Medioevo”. [ix]

In molti casi gli architetti sono monaci o addirittura abati. Di alcuni di questi architetti conosciamo i nomi, come quelli che edificarono la cattedrale di Reims: Giovanni di Orbais, Giovanni le Loup, Gaucher di Reims e Bernardo di Soissons. In altri casi emergono i nomi dei committenti, come nel caso di Sugero, che volle la costruzione della basilica di Saint Denis, divenuta paradigmatica e che indusse papa Nicolò III, nel 1277, a conferire ai costruttori il diploma dal quale deriva la denominazione di Liberi Muratori.

Un ulteriore chiarimento dei rapporti gerarchici che si instaurano all’interno del cantiere ci è dato da Marie Madeleine Davy, la quale scrive: “Il capomastro (maître d’oeuvre) svolge un ruolo di primo piano: egli è l’architetto che presiede alla costruzione della chiesa. Ma si tratta di un termine piuttosto generico che non si applica soltanto a colui che fa i progetti. L’architetto, nel senso in cui lo intendiamo oggi abitualmente, è spesso indicato nel Medio Evo con il nome di mastro muratore (maître maçon). Secondo Boezio, la mano d’opera deve essere sottomessa all’architetto. E’ lui che utilizza il compasso. Gli arnesi di approssimazione corrispondono ai cinque sensi e gli strumenti di precisione alla ragione. Non è forse il logos che nell’età romanica possiede la giusta percezione dei rapporti? Anche la cazzuola, con il suo aspetto, presenta un simbolo trinitario”. [x]

Il rapporto tra committenza, in gran parte ecclesiastica, e gli architetti, con i loro collaboratori, consente di chiarire anche la questione riguardante la scomunica comminata dalla Chiesa cattolica romana a chi si affilia alla Massoneria. La prima scomunica è del 1738 con la Bolla “In eminenti apostolatus specola”; è posteriore alla fondazione della Gran Loggia di Londra, voluta dagli Hannover protestanti, le cui costituzioni sono scritte da protestanti e interviene in un periodo nel quale in Europa nascono gli alti gradi (i discorsi di Ramsay sono del 1736 e 1737), ossia a fronte di movimenti che intervengono nel dibattito religioso in atto e che porteranno al proliferare di sette sedicenti massoniche e che si arrogheranno il diritto di controllare le logge.

La scomunica, pertanto, non riguarda le logge antiche, le quali operavano a stretto contatto con le gerarchie ecclesiastiche, che rappresentavano la committenza. Va inoltre osservato che i cantieri medievali, con le logge che riunivano architetti, maestri, operai, artisti e artigiani, rappresentano la concreta realizzazione, nelle arti e nell’architettura, del dibattito che percorre tutto il Medioevo sulle Arti liberali e che si confronta con il pensiero classico di Marciano Capella, introdotto da Severino Boezio e con le correnti neoplatoniche ed ellenistiche, prima, e con quelle aristoteliche poi.

Non c’è, dunque, alcun contrasto tra Chiesa e Cantiere, tra Chiesa e Massoneria medievale, ma rapporto fecondo, che si inserisce produttivamente nel dibattito filosofico e teologico che percorre l’intero Medioevo.

Poiché ritengo che la Massoneria tragga il suo fondamento rituale e statutario dal Medioevo dell’Europa occidentale, non vedo come possa esserci contrasto tra la Chiesa cattolica e la Massoneria, mentre può esservi dialogo e confronto, come del resto v’è stato confronto tra filosofi e teologi cristiani lungo tutto il Medioevo su temi che non coinvolgono solo chi appartiene alla religione cristiana ma, più in generale, chi considera l’essere umano come complesso spirituale, animico e materiale.

 

[i] Christian Jacq, La Franc Maçonnerie, J’ailu

[ii] Christian Jacq, La Franc Maçonnerie, J’ailu

[iii] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi

[iv] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi

[v] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi

[vi] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi

[vii] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi

[viii] Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi

[ix] Jaques Le Goff, La civiltà dell’Occidente medievale, Mondadori

[x] M.M. Davy, Il simbolismo medievale, Mediterranee.

 

Silvano Danesi

Silvano Danesi

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