di Silvano Danesi
Il riferimento alla Città del Sole di Tommaso Campanella o alla New Atlantis di Francesco Bacone apre un capitolo interessante sulla cultura rosacruciana e massonica della ritualità scozzese, non solo dal punto di vista dello sfondo utopico di società governate da saggi, ma anche per quanto di criptato e di sotterraneo la letteratura utopistica ci consegna.
La letteratura propositrice di società governate da saggi trae ispirazione dall’Atlantide descritta da Platone, ma anche dai bardi sacerdoti del Sole dei quali narra Ecateo.
In Picatrix si afferma che Hermes costruì una città nell’Egitto orientale, “la lunghezza della quale era di dodici miglia, e nella quale costruì inoltre un castello che aveva ai quattro lati alle quattro porte; nella porta all’Oriente pose una statua a forma di aquila, nella porta verso Occidente una forma di toro, in quella meridionale una forma di leone e in quella settentrionale una con le sembianze di cane. Vi fece entrare solo gli spiriti dediti alle cose spirituali, che parlavano profferendo suoni, né altro poteva varcare le porte del luogo (sacro) senza il loro permesso. Piantò degli alberi in mezzo ai quali vene era uno grande, che portava appese ai rami le generazioni di tutti i frutti. Alla sommità di questo castello fece poi edificare una torre che raggiungeva i venti cubiti di altezza, sulla cui sommità fece porre un pomo rotondo, il cui colore cambiava ogni giorno, fino a sette giorni. Alla fine dei sette giorni riprendeva il colore che aveva assunto il primo; così la città rifulgeva ogni giorno di un determinato colore. Lungo il perimetro della torre vi era grande abbondanza di acqua e in essa vi erano molte specie di pesci. Attorno al perimetro della città ordinò immagini diverse e generi di qualsivoglia fattura, per le virtù dei quali i cittadini erano lì virtuosi ed esenti dalla turpitudine e dai cattivi umori. Questa città si chiamava Adocentyn. Costoro erano poi eruditi nelle scienze degli antichi, nelle loro profondità e segreti, nonché nelle scienze astronomiche” Picatrix.
“I Bardi, secondo Ecateo [250 a.C. ], citato da Diodoro Siculo, erano una casta di sacerdoti del sole, «le cui funzioni erano ereditarie e consistevano nel cantare sulle arpe le azioni gloriose del dio, nel custodire il suo tempio e dare leggi a una città vicinaal tempio»”. [i]
La proposizione, da parte di alcuni autori, ispirati dalla Repubblica di Platone, debitrice del mito atlantideo, di utopistiche società governate da saggi, ad una lettura attenta rivela infatti messaggi criptati, i quali rimandano ad antichi modelli sociali e ad antiche ritualità.
Impossibile, nel ristretto spazio di un breve articolo, andare oltre alcuni cenni significativi inducenti approfondimenti.
Tommaso Campanella (1568 –1639), filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano, ad esempio, nel suo testo “La città del sole”, descrive una repubblica teocratica retta da un principe-sacerdote, detto Sole o Metafisico, capo temporale e spirituale, e da dignitari eletti dal popolo. Tre principi (princìpi) gli sono collaterali: Pon, Sin e Mor, ossia Potestà, Sapienza e Amore. Se traduciamo in linguaggio massonico potremmo dire: Forza, Sapienza e Bellezza (Ercole, Minerva e Venere).
I tre principi hanno sotto di sé vari ufficiali per le arti, per le virtù e per la generazione.
Il Sole, primo dei principi-princìpi richiama il Logos.
Il Metafisico, infatti, “a tutte le scienze comanda, come architetto, ed ha vergogna ignorare cosa alcuna al mondo umano”. E non può “essere Sole se non quello che sa tutte l’istorie delle genti e riti e sacrifizi e repubbliche ed inventori di leggi ed arti”.
Gli abitanti di questa città governata dal Sole-Metafisico, “nulla creatura adorano di latria, altro che Dio, e però a lui serveno solo sotto l’insegna del sole, ch’è insegna e volto di Dio, da cui viene la luce e il calore ed ogni altra cosa” e inoltre “….essi tengono la libertà dell’arbitrio”.
Da una lettura decrittata emerge l’opera del Demiurgo, il Logos del Prologo di Giovanni, alla quale si dovrebbe ispirare l’opera dell’uomo legislatore e governatore dei terreni destini di una società. Anch’egli, come il Logos (potere dell’Arché), dovrebbe essere azione improntante, ordinante e illuminante.
Tommaso Moro, (1478 –1535), umanista, scrittore e politico cattolico inglese, nel suo “Utopia” narra di un’isola dove la base del potere statuale si basa sulle famiglie. Ogni anno ogni gruppo di 30 famiglie elegge un controllore o filarco e ogni gruppo di 10 filarchi elegge un protofilarco, che è un controllore anziano. Ogni città ha 200 controllori distrettuali, che eleggono il principe (carica a vita) tra i nominati dal popolo e raccomandati dal Consiglio degli anziani. E’ immediato volgere il pensiero al sistema dei clan scozzesi, prima che subentrasse la fissità dovuta all’ereditarietà dei ruoli.
In Utopia i “bambini crescono imparando il mestiere del padre, cui sono naturalmente inclinati, ma se un bimbo preferisce imparare un mestiere diverso, viene a questo scopo adottato da una delle famiglie che praticano la professione cui il piccolo è interessato. In questi casi, sia il padre del ragazzo, sia le autorità locali, prestano la massima attenzione affinché il ragazzo venga affidato a una famiglia perbene”.
Non è difficile, in questa descrizione del percorso educativo, identificare il riferimento al celtico istituto del fosterage, che consentiva ad ogni individuo di seguire la propria naturale inclinazione essendo indirizzato presso la famiglia del maestro a lui più adatto.
Esiste in Utopia il ruolo specifico di “studioso”, ma anche chi lavora, studiando nel tempo libero, può assurgere a quel ruolo. Anche in questo caso quanto scrive Moro è chiaramente riferibile alla permeabilità delle classi nel mondo celtico, dove era la propria individuale virtù, corroborata dalla volontà, a stabilire il ruolo nella comunità e il conseguente “prezzo dell’onore”.
In Utopia vi sono varie religioni e vige la tolleranza religiosa, “ma la parte più cospicua e saggia della popolazione crede in un unico Dio, eterno, onnipotente e misterioso, presente in tutto l’universo, non sotto forma di corpo, ma di forza attiva” e ognuno ammette che “egli coincide con la Natura, con quel potere tremendo, da tutti riconosciuto come la sola vera origine di tutte le cose”.
La coincidenza tra la phýsis e il divino richiama i presocratici e il druidismo, così come l’idea che le bestie abbiano un’anima e i morti vivano e siano presenti tra i vivi evoca concetti tipici della filosofia druidica.
A Utopia i sacerdoti, pochi e eletti dalla comunità, sono consacrati dai colleghi, possono sposarsi, vestono con vesti variopinte e adornate da piume d’uccelli, entrano nelle battaglie impedendo massacri e la loro musica induce stati d’animo. Qui il rinvio alla figura del druida e del bardo non può essere più esplicita.
Infine, a Utopia anche le donne possono essere sacerdotesse, esattamente come nell’antichità pagana e, nello specifico, nel mondo celtico.
Francesco Bacone (1561 –1626), nella sua “Nuova Atlantide”, distaccandosi apparentemente dal platonismo, che definisce filosofia fantastica, e dalla cultura umanistica, poiché definisce la magia e l’alchimia saperi fantastici e superstiziosi, propone una restaurazione del potere dell’uomo sulla natura che si realizza attraverso la scienza e la tecnologia e che ha valore, ai suoi occhi, solo se porta al servizio dell’ideale di fratellanza e della «carità».
Il «sapiente» proposto da Bacone assomiglia più a Galilei che a Paracelso o a Cornelio Agrippa e a Nuova Atlantide gli scienziati lavorano isolati e si assumono la responsabilità di tenere segreti i loro lavori o di consegnarli al governo.
Sull’isola governava il re legislatore Solamona, il quale ha fondato l’Ordine o la Società Casa di Salomone (modifica voluta), guida e luce di Nuova Atlantide. Fine dell’istituzione è “la conoscenza delle cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obbiettivo”.
I membri della Casa di Salomone (Solamona) vengono inviati nel mondo per riferire su usi, costumi, conquiste scientifiche e tengono nascosta la loro origine. Essi portano a Nuova Atlantide libri, sommari ed esemplari delle scoperte di tutti gli altri paesi e sono chiamati «Mercanti di luce».
Un’assonanza del Rito Scozzese Antico e Accettato con questa salomonica istituzione e con i suoi «Mercanti di luce» viene naturale.
Assai interessante, infine, è la ritualità relativa all’ambito famigliare.
La famiglia costituisce la base portante della società di Nuova Atlantide ed è governata da un rito dove il padre è il Tirsano e il figlio prescelto, che starà accanto al padre e gli succederà, è il “figlio della vite”. A questo figlio prescelto viene consegnato un grappolo d’uva d’oro e nella cerimonia di iniziazione ha un ruolo importante l’edera. Tirsano, inoltre, offre ai suoi figli eccellenti, per meriti e per particolari virtù, un gioiello raffigurante una spiga di grano. Il rimando a Dioniso e Demetra e ai riti eleusini è evidente.
Meno evidente, in quanto poco conosciuto, è il possibile rinvio ai riti della celtica Ceridwen, assai simili a quelli di Cerere e di Demetra.
I misteri di Ceridwen, segnalati da Artemidoro (simili pare a quelli di Cerere) e trasformati dal bardismo, conservavano ancora i loro fedeli nel VI secolo, al tempo di Taliesin ed erano vivi nel XII secolo. “Il re stesso, come si vede dai canti di Hoël o Hywel, re del Galles, morto nel 1171, era onorato di esservi ammesso. Esiste una preghiera curiosa, nella quale, già ammesso ai gradi inferiori dell’iniziazione, sollecita al Collegio di Ceridwen con espressioni di fervente pietà, il favore dell’iniziazione superiore”. (Jean Rainaud, L’esprit de la Gaule, Firne, Paris, 1864).
Nella Nuova Atlantide, Francesco Bacone scrive: “Regnava in quest’isola circa 1900 anni fa un re, la cui memoria più di quella d’ogni altro veneriamo, non superstiziosamente, ma come uno strumento divino, sebbene si sia trattato d’un mortale; il suo nome era Solamona, e lo consideriamo il legislatore del nostro paese. Questo re aveva un grande cuore inscrutabile per bontà, ed era completamente dedito a far felice il suo regno e la sua gente”.
Più avanti nel testo si legge: “Dovete sapere, miei cari amici, che tra le opere eccellenti di quel sovrano una sopra tutte ha la preminenza. Questa fu la creazione e l’istituzione di un ordine, o società, che chiamiamo Casa di Salomone, che noi crediamo sia la fondazione più nobile che mai sia stata sulla terra e il faro di questo regno. Essa è destinata allo studio delle opere e delle creature di Dio. Alcuni pensano che porti il nome del fondatore un poco alterato, in quanto dovrebbe chiamarsi Casa di Solamona. Ma i documenti lo scrivono come è pronunciato. Perciò io lo considero derivato dal re degli Ebrei, che è famoso presso di voi e per nulla ignoto a noi; infatti noi abbiamo alcune parti delle sue opere che per voi sono perdute, vale a dire quella Storia Naturale ch’egli scrisse di tutte le piante, dal cedro del Libano al muschio che spunta sui muri, e di tutte le cose che hanno vita e movimento”.
In modo criptato e volutamente inserito in un ambito giudaico cristiano, ci viene detto che Salomone potrebbe essere, in effetti, Solamona.
L’alterazione del nome, volutamente sottolineata da Francesco Bacone, ci dà la chiave necessaria a capire chi sia in effetti Salomone, ossia Sol- Amona, Amon Ra.
Nella Casa di Salomone (o di Solamona) governa Sol Amona, Amon Ra.
Possiamo pertanto, a questo punto, comprendere meglio lo sfondo egizio che merge dal rivestimento biblico della ritualità scozzese.
© Silvano Danesi
[i] Citazione in Hersart de la Villemarqué, Les Baredes bretones, Didier, Paris, 1860






