LA MASSONERIA È TRINITARIA

Set 29, 2024 | MASSONERIA, ORDINE

di Silvano Danesi

Recentemente Jorge Mario Bergoglio ha affermato che c’è un solo dio e che tutte le religioni sono un cammino per arrivare a dio e ha chiarito che possono essere considerate come “diverse lingue, diversi idiomi per arrivare a lui”.

In questa ottica, evitando di allargare il campo all’insieme delle divinità del mondo, sembrerebbe che il dio degli ebrei e il dio dei cristiani siano lo stesso dio.

Non è così.

Il malinteso riguarda la presunta, e non scontata, continuità tra la tradizione ebraica e quella cristiana o, meglio, riguarda l’idea che i cristiani sarebbero coloro che hanno portato a compimento la religione ebraica, in quanto Gesù il Cristo sarebbe il messia atteso dagli ebrei, inteso però come dio incarnato.

Nella narrazione cristiana corrente si scrive di Vecchio e Nuovo testamento, come se il secondo non fosse altro che il compimento del primo.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, il Nuovo Testamento, così come lo usano i cristiani, non è la Torah ebraica, intraducibile, ma la cosiddetta Bibbia dei Settanta, ossia una possibile traduzione in greco effettuata da esperti che, con onestà, Benedetto XVI ha detto non essere il testo ebraico.

Nel suo famoso discordo nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg di martedì 12 settembre 2006, Benedetto XVI ha affermato: “Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell’Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la “Settanta” –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio”.

Siamo ad un punto fondamentale: il logos.

Il logos è relazione, azione, ragione e incardina inequivocabilmente il cristianesimo nell’orizzonte concettuale della filosofia greca.

“E’ a questo grande logos, a questa vastità della ragione – ha detto sempre a Regensburg Benedetto XVI – che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori”.

Siamo distanti anni luce dalle affermazioni di Jorge Mario Bergoglio.

Ed è a questo invito che è necessario rispondere da parte di chi è sulla via della ricerca e della conoscenza come è (o dovrebbe essere), la Massoneria.

Per la tradizione cristiana Gesù il Cristo (traduzione greca del termine mašíakh מָשִׁיחַ, «unto», da cui l’italiano messia) è il logos incarnato ed è un elemento relazionale di una trinità.

Il dio ebraico non è una trinità. Può essere inteso come uno (Yahweh) o molti (Elohim), ma non come trinità.

La teologia ci dice che la Trinità è fatta di “relazioni sussistenti”: cioè tre persone sono in intima e costante relazione tra loro e in questa relazione trovano la loro natura e la loro forza e dignità.

Per inciso, la parola “persòna” deriva, per deformazione, dal greco “pròsopon”, composta dalla preposizione ‘pròs’ e dal suffisso ‘opon’, legato alla radice *op del verbo politematico ‘orào’, ‘vedere’.

Pròsopon è volto, faccia, viso.

Dio è quindi un insieme di relazioni: del Padre verso il Figlio, del Figlio verso il Padre, del Padre e del Figlio verso lo Spirito Santo e viceversa.

Se vogliamo farcene, per quanto possibile, un’immagine possiamo pensare ad un triangolo equilatero.

 

Non si può capire il Dio dei cristiani se non in questo sistema complesso di continuo e reciproco scambio.

In questo ambito di ragionamento la vita sulla terra, fatta di molteplici relazioni di elementi, di viventi, di suoni e di immagini, non è che una riproduzione di ciò che la Trinità, cioè Dio, è al suo interno. La struttura relazionale interna della natura riflette la struttura relazionale interna di Dio.

Il mondo, secondo la meccanica quantistica, è una rete di eventi che interagiscono e l’interazione è relazione, ossia lógos.

“Il mondo che osserviamo – scrive Carlo Rovelli – è una continua interazione. E’ una fitta rete d’interazioni. […] Il mondo che conosciamo, che ci riguarda, che ci interessa, ciò che chiamiamo «realtà», è la nostra rete di entità in interazione, che si manifestano l’una all’altra interagendo, e della quale facciamo parte”. [i]

Logos, spiega Martin Heidegger, “può anche significare qualcosa che diviene visibile mediante la sua relazione a qualcosa, mediante la sua «relazionalità»” e, conseguentemente, “assume il significato di relazione e rapporto”. [ii]

Che logos abbia il significato e il valore di rapporto è convinzione anche di Paolo Zellini, il quale scrive: “L’infinito era assenza (stéresis), potenzialità pura, e qualsiasi cosa, per esistere e per durare doveva opporsi alla negatività del senza-limite. Era questo, nella matematica greca, il compito del logos, del rapporto in cui si trovano i prodromi del numero moderno”.[iii]

“L’enumerazione – aggiunge Zellini – era una prerogativa del logos, che alludeva a un’operazione di scelta e di raccolta, di aggregazione ordinata di diverse entità in un unico insieme”. [iv]

Logós, in quanto relazione, può essere considerato una “rete relazionale”.

Da considerare la funzione del termine logos in quanto discorso che «lascia vedere».

Logos è azione “del trarre fuori l’ente di cui si discorre dal suo nascondimento e lasciarlo vedere come non nascosto”[v], dove legein (λέγειν) significa apophàinestai, manifestare, ossia fenomenizzare.

In questo fenomenizzare è il rapporto logos-luce.

L’idea fondamentale di Dio dei cristiani è, pertanto, trinitaria, laddove la Trinità è un intreccio di relazioni e non una sostanza a se stante.

Su questa questione vale la pena di soffermarci, partendo dalla considerazione che nelle prime frasi del Prologo è contenuto, in sintesi, il segreto della manifestazione del divino nella realtà naturale.

Il Prologo è il testo che è deposto sull’ara massonica, costituendo il punto focale della ricerca costante della conoscenza.

Il Logos, attività improntante, manifestante, illuminante del Principio (Arche) è presso Theón ed è Théos, ossia è presso di sé nell’Arche.

Giovanni, in vari passaggi, evidenzia questi concetti, allorquando fa dire a Gesù: “Io e il Padre siamo una sola cosa (10,30)”; Il Padre è in me ed io sono il Padre (10,38); “Io sono nel Padre e il Padre è in me (14,10)”; “Uscito dal Padre, sono venuto al mondo e torno al Padre. Gli dissero i suoi discepoli: «Ora sì che parli chiaro, e non usi nessuna parabola»”. (16,28).

Il Logos è azione realizzante e realizzazione in perpetuo divenire ed è in questo perpetuo divenire che si risolve l’apparente paradosso del Logos.

Roberto Calasso scrive: “Nella lingua greca “non si dà vocativo per theós, «dio», osservò un illustre linguista, Jacob Wachernagel. Theós ha innanzitutto senso predicativo: designa qualcosa che accade. Un magnifico esempio si trova nella Elena di Euripide: “O theoí: theós gàr kaì gignóskein phílous”. O dèi: è dio riconoscere gli amati. In questo Kerényi isolava la «specificità greca»: nel «dire di un evento: ‘E’ theós’»”. [vi]

Plutarco (Iside e Osiride) scrive che “gli dèi (theoi) tutti derivano il loro nome comune da due forme verbali «colui che è manifesto» (theatos) e «colui che corre» (theon)”.

Dunque theós è l’accadere; è un’azione; è l’azione dell’Arche, del Principio ed è relazione.

Il Prologo del Vangelo di Giovanni ci dice poi che il Logos ha creato tutto quanto esiste e che egli stesso è zoé, ossia natura universale: azione che accade, evento e realizzazione dell’azione. Il Logos è contestualmente presso se stesso, nel Principio, è azione del Principio ed è accadimento conseguente all’azione di se stesso.

Giovanni concentra l’attenzione sul Logos, mentre rimane sullo sfondo del suo Vangelo il tema, anch’esso paradossale, dell’Arche come essenza immutata e immutabile e in continuo mutamento a causa di se stessa, ossia della sua attività realizzativa.

Dal mutevole, ricavandone le essenze, possiamo risalire all’Essenza? Dal Logos, in quanto zoé, vita naturale universale e luce degli uomini, possiamo risalire all’Arche? In altri termini è possibile conoscere Dio?

Qui si apre la questione di cosa sia la conoscenza.

Ci viene proposta la questione della relazione, ossia quella della conoscenza come intuizione.

E cosa intuisce l’intuizione?

Nella filosofia degli orfici e dei pitagorici il soma (corpo) è sema (sepolcro) dell’anima.

“Ma sema – ci avverte Angelo Tonelli – significa anche segno: dunque il corpo è anche segno. Che cosa può significare questo, nel profondo? Significa che il corpo è indizio di qualcosa che sta alla radice, e che esso traccia geroglifici nella vista estensione del mondo sensibile, nella vita. Il corpo scrive la storia del mondo, ed è informazione vivente, vivente ghirigori del Divino”. [vii]

Anassagora, a questo proposito, ci avverte che le cose che appaiono sono ciò che si vede dell’invisibile.

Dobbiamo entrare nell’orizzonte dell’immaginale, dell’intuizione, del pensiero noetico, dando spazio a quella forma di conoscenza che è stata ritenuta primitiva, ossia relativa o propria di un periodo di tempo anteriore a quello attuale, dove gli esseri umani erano considerati ingenui, mentre era primordiale, ossia originaria.

“In Veda – scrive Angelo Tonelli – c’è la radice vid- che significa «conoscere per visione immediata». Infatti «secondo la tradizione sacra dell’India, gli inni vedici furono ‘visti’ dagli antichi vati e da loro espressi nelle quattro grandi raccolte»”. [viii]

Volgendo lo “sguardo” al pensiero intuitivo e noetico, entriamo in un ambito iniziatico che si collega alle antiche tradizioni, molte “visioni” delle quali trovano ora riscontro nella fisica e nelle elaborazioni della matematica.

Nei Misteri Eleusini il culmine il culmine dell’iniziazione consiste in una visione, l’epopteía, visione di luce. Plutarco afferma che iniziatica è la visione sapienziale.

La visione sapienziale è theoria (da orao, io vedo, io so). Nella lingua greca sapere equivaleva ad aver visto. Visto, ma con quale vista? Con quale prospettiva?

L’energia intelligente, informata, cosciente e significante si “immagina”, si fa immagine, photo-gramma, scrittura di luce o corpo di luce, declina in un campo elettromagnetico, così che gli esseri umani sono esseri “immaginati”, frattali del Tutto, ossia grumi di energia intelligente, informata, cosciente e significante “immaginati” in un corpo di luce.

Se i corpi mortali sono un indizio che ci invita ad avventurarci in quello dei “corpi di luce”, o corpi energetici, dobbiamo cambiare la vista, per vedere oltre il velo. Dobbiamo cambiare prospettiva, laddove la prospettiva è ciò che assicura la vista.

Se alla relazione tra fede (credere con assoluta convinzione nella verità e giustezza di un assunto) e ragione, sostituiamo quella tra intuizione, capacità di leggere dentro, di leggere oltre e la ragione, capacità di fissare, di stabilire, quindi di dare stabilità all’intuizione, ci approssimiamo ad una relazione che rende comprensibile l’affermazione che l’essere umano è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

Non possiamo pensare che questa affermazione significhi che le fattezze del signor Rossi o della signora Bianchi siano immagini somiglianti a Dio. Ne faremmo una dio antropomorfo.

Ha molto più senso tornare al simbolo del triangolo,

che rappresenta, in altro modo, lo stesso concetto relazionale dell’altro triangolo, quello della trinità cristiana,

e che ci conduce per mano al triangolo dell’essere umano.

I tre gradi del percorso massonico si occupano per l’appunto della presa di coscienza del corpo, della presa di coscienza delle facoltà del corpo e delle loro relazioni con le facoltà dell’anima e della presa di coscienza del proprio Sé, del proprio Nous (intelletto e ragione): una trinità che si pone in relazione con la Trinità.

Possiamo, dunque, risalire all’Archè, al Principio?

Una risposta, che ci potrebbe indurre a pensare l’impossibilità, è nella frase del Prologo del Vangelo di Giovanni: “La vita [ zoé: vita naturale universale] era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.

La vita, la luce degli uomini, non rientra nell’Arché, in quanto non esiste un dentro e un fuori, ma un Principio che rimane se stesso nella sua infinita potenzialità manifestativa e nella sua infinita dinamica realizzativa. Non c’è ritorno, ma coessenzialità e coesistenza.

Tuttavia, se la nostra trinità è simile alla Trinità, conoscendo noi stessi, il fondo, l’abisso di noi stessi, ove ha dimora il lapis, il nocciolo – Sé, ci approssimiamo all’Arche, siamo “etici”, laddove ethos è soggiorno.

In questo senso, andare sulle tracce dell’uomo è anche andare sulle tracce di Dio, o dell’Arché, o del Nous-Intelletto supremo.

[i] Carlo Rovelli, Helgoland, Adelphi

[ii] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[iii] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[iv] Paolo Zellini, La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, Adelphi

[v] Martin Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi

[vi] Roberto Calasso, La letteratura degli dèi, Adelphi

[vii] Angelo Tonelli, Sulle tracce della Sapienza, Moretti & Vitali

[viii] Upanishad, a cura di Filippani Ronconi, Torino, 1985, citazione in Angelo Tonelli, Sulle tracce della Sapienza, Moretti & Vitali

Silvano Danesi

Silvano Danesi

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