di Paolo Zanotto
Il mito fondativo della Massoneria avvolto nel linguaggio analogico
Nel cimento ermeneutico delle organizzazioni esoterico-iniziatiche, l’odierna storiografia accademica si rivela spesso e volentieri inadeguata, imbrigliata com’è in una metodica rigidamente razionalistica, la cui essenza analitico-positivista mal si presta a cogliere le profondità misteriosofiche di simili realtà. L’ostinato rifiuto di categorie interpretative quali il simbolismo, l’allegoria e l’analogia preclude agli storici moderni la comprensione autentica delle fonti massoniche, ad esempio, che si articolano secondo un linguaggio ermetico, ove il senso letterale è mero velo di verità più complesse. Ogni indagine che pretenda di ridurre tali documenti a semplici testimonianze storico-fattuali, pertanto, ne snatura irrimediabilmente il significato, impedendo di coglierne la portata autentica. Si offrirà dunque, a guisa d’esempio, un saggio di corretta esegesi, volto a rivelare come l’attendibilità di tali fonti non risieda in un mero riscontro cronachistico, bensì nella loro coerenza interna e nel valore iniziatico del messaggio trasmesso[1].
Le società iniziatiche, fra cui la Massoneria occupa un posto eminente nella storia dell’Occidente, si sono sempre distinte per la costruzione di miti di fondazione che, lungi dall’essere mere invenzioni, rispondono a una logica esoterica propria. Questo processo di mitopoiesi, comune alla maggior parte delle confraternite e delle tradizioni iniziatiche, mira non tanto a occultare la verità storica quanto piuttosto a trasmetterla in una forma simbolica, accessibile unicamente a coloro che posseggano le chiavi interpretative adeguate. Il linguaggio utilizzato nei documenti fondativi di dette società, infatti, è allusivo e analogico: esso non si limita a descrivere, ma evoca e suscita corrispondenze, seguendo una logica armonica che si sottrae all’analisi meramente razionale[2].
Un esempio emblematico di simile fenomeno può trovarsi nella leggenda degli Old Charges of British Freemasons, nella quale si attribuisce a un certo Edwin il ruolo di primo protettore della confraternita dei tagliapietra. Secondo la narrazione tradizionale, Edwin avrebbe concesso alla Massoneria la più antica costituzione conosciuta presso York nel 926 d.C. Tale affermazione, contenuta nel manoscritto Cooke, è stata oggetto di un deciso rifiuto da parte degli storici accademici, i quali hanno dimostrato l’impossibilità di un legame diretto fra il presunto Edwin e il re Atelstano. Quest’ultimo, sovrano realmente esistito, non ebbe infatti alcun figlio con tale nome. Si tratterebbe, dunque, non già di figure storiche in senso stretto, bensì di personaggi simbolici, la cui denominazione stessa ne rivela la funzione all’interno della struttura del mito[3].
Atelstano, ad esempio, nell’Inglese antico significava “nobile pietra”[4]. Tale nome, d’altronde, risulta evocativo non tanto di un individuo concreto, quanto piuttosto di un “idealtipo” rappresentativo del termine greco atélestos, -on (ἀτέλεστος, -ον), il cui significato era “incompiuto, imperfetto, non iniziato”. In tal senso, ad esempio, si trova utilizzato da Euripide nelle Baccanti[5] e da Platone nel Fedone: «E si dà il caso che non siano affatto uomini da poco coloro che istituirono i misteri: e in verità già dai tempi antichi ci hanno rivelato per enigmi che colui il quale arriva all’Ade senza essersi iniziato e senza essersi purificato, giacerà in mezzo al fango; invece, colui che si è iniziato e si è purificato, giungendo colà, abiterà con gli dèi. Infatti, gli interpreti dei misteri dicono che “i portatori di ferule sono molti, ma i Bacchi sono pochi”. E costoro, io penso, non sono se non coloro che praticano rettamente la filosofia»[6].
Questa suggestiva allusione lascia intendere che Atelstano rappresenterebbe, in un quadro simbolico, la condizione profana dalla quale l’iniziato deve emanciparsi: egli è “un uomo libero e di buoni costumi” (la “nobile pietra”), ovvero quel profano che possiede in nuce le “qualificazioni” di chi sia “iniziabile”, indispensabili per “affrancarsi” dalla profanità divenendo, così, un Franco Massone o Libero Muratore secondo la terminologia poi invalsa in ambito speculativo. Analogamente, il nome Edwin deriva dall’inglese antico Eadwine, composto da ead (“prosperità” o “ricco”) e wine (“amico”), significando dunque “ricco amico”[7].
Lungi dall’essere il riferimento a un personaggio reale, tuttavia, il nome può essere ricondotto a una radice linguistica che richiama il popolo gallico degli Edui (Edouoi, Edouon in Greco antico, Aedui in Latino). Gli Edui, la cui capitale era Bibracte (successivamente Augustodunum, poi Autun), furono inizialmente alleati di Roma, ma rifiutarono in seguito il protettorato romano e si schierarono con Vercingetorige nella grande sollevazione antiromana. Dopo la sconfitta ad Alesia e la definitiva sottomissione a Giulio Cesare nel 51 a.C., gli Edui continuarono a svolgere un ruolo cruciale nella gestione amministrativa della Gallia romana[8].
La loro capitale, Autun, divenne sede del prefetto delle Gallie e conservò un’importanza strategica anche nei secoli successivi. Proprio qui, alla fine del IX secolo, si formarono alcune confraternite di tagliapietra, eredi delle antiche tecniche gallo-romane, le cui conoscenze potrebbero essere state trasmesse alle prime fratellanze inglesi del X secolo. Da lì proveniva anche il presbyter et scholasticus Onorio Augustodunense, detto il “Solitario”, chiamato tradizionalmente Onorio d’Autun proprio per l’identificazione del toponimo latino-celtico Augustodunum con l’omonima città francese dell’epoca, anche se in realtà questi visse a Ratisbona (Regensburg), presso il monastero benedettino di Weih St. Peter, a cavallo fra gli ultimi decenni del secolo XI e la prima metà del XII. Onorio fu autore di un’esposizione esaustiva dell’antropologia cristiana, articolata nella forma nobile e senza tempo del dialogo fra maestro e discepolo, nella quale veniva indagato uno dei più elevati e insondabili quesiti della dottrina di fede, nonché in senso più ampio della sapienza perenne: in qual modo l’essere umano rifletta e incarni l’imago Dei[9].
Il manoscritto Lansdowne fa esplicita menzione delle conoscenze geometriche del preteso Edwin, un dato che acquista pieno significato se consideriamo che, sulle monete eduensi, si ritrovano iscrizioni con i caratteri EDVIN e DVIN in lettere capitali. Questo elemento fornisce un ulteriore indizio circa la possibile matrice del mito di Edwin, la cui funzione nella tradizione massonica sarebbe dunque quella di ricollegare simbolicamente le antiche corporazioni gallo-romane alle gilde operative medioevali[10].
Occorre riconoscere, pertanto, che il mito di fondazione della Massoneria non è da intendersi come una narrazione storica in senso stretto, ma neppure come una mera finzione priva di alcun significato. Esso svolge la funzione di una trasmissione criptica della memoria iniziatica, nella quale la realtà storica viene trasfigurata attraverso un linguaggio peculiare che soltanto l’iniziato è in grado di decifrare. Laddove il mito sfuma nell’evocazione simbolica, tuttavia, la storia delle corporazioni e delle gilde operative si colloca in un ambito documentario ben più certo. Su tale base, si deve distinguere fra la dimensione mitica – che appartiene alla sfera dell’esoterismo – e la ricostruzione storica delle confraternite di costruttori, il cui sviluppo, pur rimanendo in parte avvolto nell’ombra, segue una linea documentale più verificabile. Non per questo, tuttavia, si dovrà confinare l’indagine esclusivamente entro i ristretti margini della documentazione storica stricto sensu. In simili contesti, l’Accademia rivela con ogni evidenza le proprie intrinseche limitazioni, mostrando come un approccio rigidamente erudito non appaia sufficiente a penetrare la profondità di tali complesse tematiche. Sarebbe auspicabile, pertanto, che chiunque aspiri a dedicarsi con serietà a simili studi si munisse previamente di strumenti interpretativi più duttili, capaci di trascendere il mero accumulo di nozioni per giungere a una comprensione più sottile e autentica della materia.
[1] Cfr. la Collana di testi fondamentali della Massoneria, presentati in edizione bilingue originale-italiano, “L’Eredità Massonica”, pubblicata dalla Associazione Culturale Logos (https://ac-logos.com/el-legado-masonico).
[2] Cfr. Giovanni Dellavedova, Cenni introduttivi alla catechesi latomistica, in “Harmonia Mundi: Storiografia & Ermeneutica”, Vol. 1 / MMXXI, pp. 77-95 (in particolare: pp. 91-94).
[3] Cfr. Manoscritto Cooke (1410 ca.), in Antichi Doveri della Massoneria operativa (623-1599), 3 tomi, Edizione bilingue originale-italiano, Milano, A. C. Logos, 2023, Tomo II, pp. 197-222 (in particolare: pp. 213-214).
[4] Cfr. Saul Tonazot, Massoneria dissezionata. Scritti latomistici, Siena, Editoriale Logos, 2016, p. 20.
[5] Cfr. Εὐριπίδης, Βάκχαι, 407-406 a.C., vv. 39-40.
[6] «καὶ κινδυνεύουσι καὶ οἱ τὰς τελετὰς ἡμῖν οὗτοι καταστήσαντες οὐ φαῦλοί τινες εἶναι, ἀλλὰ τῷ ὄντι πάλαι αἰνίττεσθαι ὅτι ὃς ἂν ἀμύητος καὶ ἀτέλεστος εἰς Ἅιδου ἀφίκηται ἐν βορβόρῳ κείσεται, ὁ δὲ κεκαθαρμένος τε καὶ τετελεσμένος ἐκεῖσε ἀφικόμενος μετὰ θεῶν οἰκήσει. εἰσὶν γὰρ δή, [ὥς] φασιν οἱ περὶ τὰς τελετάς, “ναρθηκοφόροι μὲν πολλοί, βάκχοι δέ τε παῦροι·” οὗτοι δ’ εἰσὶν κατὰ τὴν ἐμὴν δόξαν οὐκ ἄλλοι ἢ οἱ πεφιλοσοφηκότες ὀρθῶς»: Πλάτων, Φαίδων, 370 a.C., trad. it. Fedone, 69 C-D, in Platone, Tutti gli scritti, A cura di Giovanni Reale, Milano, Rusconi Libri, 1991, pp. 80-81.
[7] «Means “rich friend”, from the Old English elements ead “wealth, fortune” and wine “friend”»: Edwin, in “Behind the Name” (https://www.behindthename.com/name/edwin); «masc. proper name, from Old English Ead-wine, literally “prosperity-friend, friend of riches,” from ead “wealth, prosperity, joy” (see Edith) + wine “friend, protector”»: Edwin, in “Online Etymology Dictionary” (https://www.etymonline.com/word/Edwin).
[8] Cfr. Edui, in “Wikipedia. L’enciclopedia libera” (https://it.wikipedia.org/wiki/Edui).
[9] Cfr. Onorio di Ratisbona (Honorius Augustodunensis), Cos’è l’uomo (dalla Clavis physicæ), a cura di Ernesto Mainoldi, Torino, Edizioni Il leone verde, 1998.
[10] Cfr. Manoscritto Lansdowne (1560 ca.), in Antichi Doveri della Massoneria operativa cit., Tomo III, pp. 273-284 (in particolare: p. 279).






