Incantesimi e monoteismo dall’Antico Egitto – Parte 1

Mag 18, 2026 | EGITTO

di Shabbat Menkaura

La Formula 261 dei Testi dei Sarcofagi

Quando si parla di monoteismo nell’Antico Egitto, la prima cosa che viene in mente è quasi sempre Akhenaton (Amenhotep IV, 1353–1336 a.C.) e la sua rivoluzione religiosa.

È giusto, perché è l’unico caso documentato di un monoteismo di Stato imposto dall’alto.

Ma sarebbe un errore gravissimo ridurre il discorso solo al faraone eretico.

Il monoteismo egizio ha radici molto più antiche, profonde e complesse, che attraversano tutta la storia faraonica sotto forma di enoteismomonolatria e tendenze verso un monoteismo implicito o “monoteismo di vertice“.

Il problema sorge proprio con la volontà di estremizzare l’eresia amarniana e di voler forzare categorie, quali il monoteismo come noi lo intendiamo e come l’ebraismo impiegò secoli a definire, per decodificare il prodotto di una civiltà antichissima, longeva, complessa e sofisticata.

La distanza temporale tra Menkaura (IV dinastia) e Akhenaton (XVIII) è “solo” di dodici secoli, la stessa che ci separa da Carlo Magno.

Già quando si pronunzia una frase che attribuisca una qualche qualità all’Egitto si è caduti nel falso storico.

All’occhio inesperto, da Narmer a Cleopatra tutto appare eguale.

Ecco perché è necessario affrancarsi dal Retour d’Egypte per guardare in faccia la realtà storica della Terra del Giunco e dell’Ape.

La storia egizia si estende per un lasso di tempo talmente lungo da apparire irreale e la cultura della Kemet si presenta mutevole e ricca di sfumature, pur mantenendo nei millenni stilemi riconoscibili come “egizi” e per questo motivo ingannevoli per chi coglie le costanti, ma non le variabili.

Questa premessa è doverosa per comprendere alcuni misteri e significati occulti nascosti tra le pieghe della storia.

A volte, infatti, ci facciamo ingannare dalla diversa mentalità degli antichi e tendiamo ad attribuire loro la nostra che è composta da categorie radicalmente diverse.

Si prenda ad esempio il celebre Papiro Rhind, l’incredibile compendio di problemi matematici e geometrici riferibile al secondo periodo intermedio dell’Antico Egitto.

Anche un matematico contemporaneo faticherebbe a riconoscere di primo acchito formule a lui ben note.

Si prenda come altro esempio, forse più vicino a noi, la quasi completa assenza di opere giuridiche di carattere astratto o didattico, nella storia del diritto romano classico.

Il problema giuridico viene quasi sempre affrontato attraverso una fattispecie da cui dedurre un principio.

Noi invece, prediligiamo applicare il principio alla fattispecie, magari violentando quest’ultima se non voglia entrare completamente nella scatola costruita attorno al principio.

Anche qui le distorsioni culturali del tempo moderno sono evidenti.

La teoria e l’ideologia prevalgono sulla realtà. Invece di elevare a livelli superiori l’immanente, per ciò che è, vogliamo leggerlo secondo il nostro dover essere.

Tornando all’Egitto, gli indizi che nella Kemet vi fosse una comprensione estesa del concetto di Principio Unico emergono sin dall’Antico Regno.

Si prenda ad esempio il mio nome egizio, Menkaura, che scelsi al ritorno di uno dei miei tanti viaggi proprio in quella terra, prima di attraversare il mio “deserto spirituale” per giungere alla Terra Promessa, l’amata Galilea.

Menkaura è il nome del faraone della IV dinastia (circa 2550 a.C. – 2503 a.C.) che completò la “macchina celeste” di Giza; la sua piramide fu denominata Netjer Menkaura: “Menkaura è divino”.

Menkaura, solitamente si scrive così: ovvero  nell’altra forma del plurale.

Nella titolatura lo si rinviene anche nella forma più semplice di Menkara, che ci dimostra che i Ka di Ra sono ternari all’interno dell’Unità, analogamente all’apparente pluralità del Nome Eloheinu.

Il significato del nome è complesso e ci consente di comprendere al meglio alcune di quelle profondità della spiritualità egizia che sin dall’antichità hanno affascinato un vasto pubblico di specialisti e di semplici aficionados.

Men  Ka (Kau)  Ra

Dicevo che il nome Menkaura appare semplice, ma non lo è.

È composto solo da tre geroglifici (a parte il Ka, la forza vitale dell’anima, che al plurale può essere scritto con tre geroglifici); un ternario che ne può contenere un altro e che rappresenta la stabilità senza tempo, l’eternità e la immodificabilità della forza vitale di RA, la somma divinità egizia, se questo può essere affermato, vista appunto la complessità del pensiero religioso della “terra nera”.

Questo non è un dettaglio casuale. Il ka è l’energia vitale, il doppio spirituale, la forza che permette all’essere di esistere.

Avere tre ka nel nome di Menkaura non è solo un vezzo grafico: è una dichiarazione ontologica.

Il faraone si pone come colui che possiede i tre ka, cioè colui che abbraccia il tempo nelle sue tre dimensioni: passato, presente e futuro. Egli è stabile nel tempo eterno, esattamente come RA.

Qui emerge l’analogia potentissima con il roveto ardente.

Quando Mosè chiede il nome di Dio, la risposta è Ehyeh Asher Ehyeh – “Io sono colui che sono”, ma nella sua forma più completa e antica significa “Io ero, Io sono, Io sarò”.

È la dichiarazione dell’Essere che trascende il tempo lineare, che contiene in sé passato, presente e futuro in un’unità vivente. È D-o che dice: “Io sono l’eterno presente che abbraccia tutti i tempi”.

La frase ebraica Adonai melech, Adonai malach, Adonai yimloch (Il Signore regnava, il Signore regna, il Signore regnerà) è esattamente la traduzione liturgica e cabalistica di questo concetto.

È la formula che esprime l’eternità di Hashem attraverso i tre tempi verbali: passato, presente e futuro. È il parallelo ebraico dell’idea dei tre ka.

Menkaura, espressione terrena del dio RA, con i suoi tre ka sta dicendo, in linguaggio egizio: «Io sono colui che possiede la stabilità vitale attraverso i tre tempi.»

Mosè davanti al roveto ardente riceve la rivelazione: «Io sono Colui che è stato, che è e che sarà.»

La formula “Adonai melech, Adonai malach, Adonai yimloch” è la versione rituale ebraica di questa stessa verità: Hashem regnava (passato), regna (presente), regnerà (futuro). È l’affermazione dell’Essere eterno che non è soggetto al divenire, ma lo contiene tutto.

In entrambi i casi — Menkaura con i tre ka e la rivelazione del roveto ardente — si sta parlando della stessa realtà metafisica: l’essere che possiede la totalità del tempo, che è stabile nel flusso del divenire, che unisce in sé i tre momenti temporali in un’unità vivente.

 Il segno MEN (𓇓𓏏𓈖) che apre il nome di Menkaura rappresenta una tavola da gioco, un tavoliere rettangolare con le caselle, spesso usato per giochi come il senet o il mehen. È uno dei geroglifici più densi di significato.

La sua simbologia profonda è:

“I giocatori cambiano, le pedine cambiano, le regole del gioco possono anche cambiare, ma la tavola rimane immutabile”.

Questa è una delle immagini più potenti che ci giungono dall’Antico Egitto.

Il tavoliere simboleggia la struttura eterna dell’esistenza e della trascendenza, l’ordine cosmico immutabile (Maat) su cui si svolge il grande gioco della vita, della morte e della rinascita.

I giocatori sono gli esseri viventi, le anime, i faraoni, gli dèi stessi che entrano ed escono dal gioco.

Le pedine si muovono, vengono mangiate, tornano in gioco, salgono di livello o vengono eliminate.

Le regole possono sembrare diverse a seconda dell’epoca, della dinastia o del contesto cosmico. Eppure, la tavola su cui tutto avviene rimane sempre la stessa.

Menkaura, mettendo il segno men all’inizio del suo nome, sta proclamando che RA è colui che è stabile sulla tavola del gioco cosmico.

Egli non è una semplice pedina che passa: è colui che ha compreso la natura immutabile della tavola stessa. È stabile nel flusso eterno del divenire.

Mentre le generazioni nascono e muoiono, mentre i regni salgono e cadono, mentre le anime giocano le loro partite, RA è essere radicato nella struttura eterna che sostiene tutto.

Questo geroglifico è quindi una dichiarazione di eternità nel tempo. Il faraone, rappresentazione di RA, non dice solo “io esisto”, ma “io sono stabile sulla tavola su cui tutto il resto si muove”.

È un’affermazione di trascendenza all’interno dell’immanenza: egli partecipa al gioco (è un giocatore), ma ha realizzato la natura immutabile della tavola su cui il gioco si svolge.

È la stessa idea che ritroviamo nel roveto ardente con “Io ero, Io sono, Io sarò”.

Il roveto brucia (il gioco è in movimento, il fuoco della vita arde), ma non si consuma (la tavola rimane intatta). È la stessa verità espressa in due linguaggi diversi: quello egizio attraverso il tavoliere da gioco, quello ebraico attraverso il roveto che brucia senza consumarsi.

RA, con il suo men dice: «Io sono la stabilità nel cambiamento. I giocatori passano, le partite finiscono, ma la tavola su cui tutto avviene è eterna.»

Questa è una delle dichiarazioni più alte sia di un concetto esistente di monoteismo nell’Antico Regno, sia della regalità sacra egizia: il faraone non è solo colui che governa il paese, ma colui che è ancorato all’ordine cosmico immutabile mentre tutto il resto scorre.

– Il KA egizio è l’energia vitale eterna dell’individuo. Avere tre ka significa possedere l’eternità vitale attraverso passato, presente e futuro.

Il Nome divino rivelato a Mosè è l’equivalente ebraico: l’Essere che non è limitato dal tempo, ma lo trascende e lo contiene.

È un parallelismo straordinario tra la sapienza egizia e la rivelazione mosaica: entrambe affermano che il massimo grado di realizzazione spirituale consiste nel partecipare all’eternità del tempo, nel diventare un essere che “era, è e sarà”, stabile come la roccia di Giza e ardente come il roveto che brucia senza consumarsi.

– Infine, RA che si scrive per primo per onorare la divinità, ma si legge per ultimo.

RA si può considerare, sotto certi aspetti, la divinità primaria della Kemet, superiore alle altre, soprattutto nelle sue principali associazioni.

La prima e più antica, di cui ho già parlato diffusamente è la relazione tra RA e l’Atum.

Questa associazione è in qualche modo in contrapposizione a quella tebana, cronologicamente successiva, con Imun (Amon) e necessita di una chiarificazione per la sua importanza.

Nella mitologia egizia, anche l’Atum aveva un legame significativo con il sole, in particolare con il sole al tramontoAtum era associato al percorso del sole attraverso il cielo, in particolare mentre tramontava all’orizzonte occidentale.

Questo evento era altamente simbolico nella religione e nella cosmologia egizia, rappresentando il passaggio dal giorno alla notte, nonché il ciclo della vita, della morte e della rinascita: la sera, si credeva che il sole, spesso personificato come il dio RA, intraprendesse un pericoloso viaggio negli inferi.

Era durante questo viaggio che RA si fondeva con l’Atum, diventando così Atum-Ra, un dio del sole unificato.

Il ruolo dell’Atum come sole al tramonto rappresentava la discesa notturna del sole nelle acque primordiali di Nun, lo stato caotico pre-creazione. Questo era visto come un processo necessario per il rinnovamento e la rinascita del sole.

AtumRa, quindi, rappresentava l’unità di queste due divinità solari e i molteplici aspetti del viaggio del sole, dal mattino alla sera.

Proprio come il sole tramontava alla fine della giornata, si credeva che durante la notte attraversasse il pericoloso mondo sotterraneo, e il suo sorgere al mattino segnava la sua rinascita.

Questo simbolismo era strettamente legato al concetto egizio di vita, morte e resurrezione e rafforzava la fede nel rinnovamento ciclico, sia nel mondo naturale che nell’aldilà, cioè del mantenimento di Maat.

Maat, il concetto di equilibrio, ordine e armonia, era un principio fondamentale nella religione e nella società egizia.

Il ciclo quotidiano del sole era visto come una dimostrazione dell’ordine e dell’equilibrio eterni dell’universo.

Il tramonto del sole rappresentava una temporanea discesa nel caos e nell’oscurità, ma il suo sorgere al mattino significava il ripristino di Maat.

Gli egizi credevano che il dio del sole RA avesse un ruolo cruciale nel sostenere Maat, e il viaggio quotidiano del sole fosse una testimonianza di questo ordine cosmico.

Si noti che la concezione kabbalistica del sonno presenta numerosi punti di contatto con quella egizia: viaggio notturno dell’anima, pericolo, ma anche rigenerazione.

Da un punto di vista ebraico, quando si parla di sonno, ci sono sempre due facce della medaglia: il corpo e l’anima.

Dal punto di vista del corpo, il Talmud definisce il sonno come «un sessantesimo della morte» e a ragione.

I nostri occhi sono chiusi. Le facoltà coscienti si indeboliscono e perdiamo il controllo di molte delle nostre capacità.

Eppure, per l’anima, è un momento di rigenerazione.

Essa si unisce alla sua Fonte superiore e viene spiritualmente rinfrescata e ricaricata.

Questo “siluk hakochot” (allontanamento delle facoltà) riguarda solo le dimensioni coscienti della nostra psiche.

Ma in assenza della coscienza, emerge il subconscio. Pertanto, secondo la Kabbalah, le facoltà essenziali dell’anima risultano di fatto rafforzate e più evidenti mentre si dorme.

Ma torniamo in Egitto per verificare se le nostre semplificazioni possano davvero cogliere la complessità di questa antichissima civiltà.

Si prendano ad esempio le due divinità/forze universali/entità generali chiamate Maat e Heka.

Maat si può propriamente descrivere come una divinità? Ovvero rappresenta la Divina Armonia, la Musica delle Sfere Celesti, una forza generale che sfugge alle normali classificazioni in relazione al pantheon egizio.

Ma anche Heka è una forza possente, più di quello che sia generalmente noto.

Quando passate di fronte ad una farmacia e vedete il caduceo pensate subito ad Esculapio e a Hermes.

Ma con ogni probabilità la radice di questa connessione tra bastone con i serpenti e guarigione la si deve cercare non in Grecia ma in Egitto.

L’altra macro-forza, oltre a Maat, è Heka, la magia se vogliamo.

Infatti, il nome Heka lo ritroviamo identico nella parola egizia ḥkꜣ(w) che descrive il concetto di “magia”.

Ma Heka si può ulteriormente scomporre nel concetto di colui che utilizza il suo Ka per compiere operazioni magiche.

Come Maat rappresenta l’armonia, una forza se vogliamo passiva che non si deve turbare con le nostre disarmonie o cacofonie, Heka si palesa quale forza spirituale attiva mediante la quale si può influenzare la realtà.

Anche gli dèi si servono di heka a dimostrazione del fatto che questa forza li precede e possiede carattere generale.

Ma Heka è di più. Leggiamo assieme la Formula 261 dei Testi dei Sarcofagi:

I shepsu m-baḥ neb-tem O nobili che siete davanti a tutti,
m-ten wi i’i-ku kher-tjen Ecco, sono venuto davanti a voi.
senedj n-i khefet rekhet-n-tjen Rispettatemi in base a ciò che sapete.
inek ir-n neb-wa Sono colui che il Signore Unico ha creato
ni kheperet ishet seneti m ta pen prima che la dualità prendesse forma in questa terra
m hab-f wat iret-f Facendola precedere dal suo Occhio Unico
m wen-f wa’i Quando esisteva da solo,
m peret m r-f per mezzo della parola che esce dalla sua bocca
m wenen ḥeḥ-f n ka m sa wenedjut-f quando le sue miriadi di spiriti costituivano la protezione dei suoi compagni
m medu-f ḥena kheperi ḥen’af quando parlò con Khepri, insieme a lui,
weser-f r-f perché potesse essere più potente di lui; (formula di eternità, essendo Khepri la trasformazione)
m itshet-f ḥu tep r-f quando si portò Hu alle labbra. (Hu era «la personificazione della parola creatrice,  la deificazione della prima parola, che si credeva Atum avesse pronunciato mentre eiaculava nel suo atto masturbatorio di creazione dell’Enneade
inek wenenet za pu n meset tem Sono davvero il figlio del Tutto, nato prima ancora che sua madre esistesse.
yu-i m sa wedjet neb-wa Sono la protezione di ciò che l’Unico Signore ha stabilito.
inek se-‘ankh pesedjet Sono io colui che ha dato vita all’Enneade.
inek merer-f irer-f it netjeru Io sono «se vuole, fa», il padre degli dèi.
qa yat di condizione elevata
semenekh netjer khefet wedjet mes tem Il dio è dotato secondo il volere di Colei che generò l’Atum
ger-n-i Ho taciuto,
kes-n-i mi sono inchinato,
i’i-n-i tjeb ka’u nu pet mi sono seduto,
ḥemes-n-i ka’u nut O tori del cielo,
m sa’ḥu-i pu wer n neb ka’u in questa mia grande dignità di Signore dei Ka (neb ka’u)
yua’u n re’-tem erede di Ra-Atum
i’i-n-i itjet-i neset-i Sono venuto per prendere possesso del mio trono
seshep-i sa’ḥ-i Affinché io possa assumere la mia s [dignità concetto complesso].
nenek tem Perché a me apparteneva l’universo
ni kheperet-tjen netjeru prima ancora che voi, dei, foste venuti all’esistenza
ha n-tjen yu ḥer peḥwi Scendete, voi che siete venuti dopo.
inek ḥeka Io sono Heka.

 

La Formula 261 dei Testi dei Sarcofagi è uno dei testi più straordinari, audaci e metafisicamente densi di tutta l’antica letteratura egizia.

Non si tratta di un semplice incantesimo di protezione o di un’invocazione di aiuto divino, ma di una vera e propria dichiarazione di identità cosmica assoluta, in cui il defunto (o l’iniziato) afferma con forza la propria natura divina primordiale, precedente alla creazione stessa del mondo e degli dèi.

Il testo si apre con un appello ai nobili spiriti che stanno davanti al Signore del Tutto (Neb-Tem, cioè Atum), in cui il parlante dichiara con autorevolezza di essere arrivato davanti a loro e chiede rispetto in base a ciò che essi già sanno di lui.

Subito dopo comincia la parte più possente: egli si presenta come colui che il Signore Unico (Neb-wa) ha creato prima ancora che la dualità esistesse sulla terra.

Questo è un concetto di enorme profondità: egli afferma di essere stato generato nell’unità assoluta, quando solo l’Atum esisteva; quando l’Atum mandò fuori il suo Occhio Unico, quando parlò con Khepri, quando pose Hu (la Parola divina) sulla propria bocca.

In quel momento primordiale, le miriadi di spiriti del creatore servivano solo come protezione per i suoi compagni, e tutto era ancora immerso nell’Uno.

Nel cuore della formula 261, l’iniziato sta descrivendo il momento cosmogonico primordiale, quando l’Atum esisteva ancora solo, prima che qualsiasi dualità fosse venuta all’esistenza.

Egli fa riferimento a un momento preciso e fondamentale della cosmogonia egizia: il momento in cui l’Atum, ancora solo nell’oceano primordiale del Nun, decide di manifestarsi mandando fuori il suo Occhio Unico.

𓅓 𓃀𓂋𓏏𓏛 𓏏𓂝𓏛 𓂋𓏏𓂝𓏛𓆑𓀭 (m ḥ3b.f w3t irt.f) cioè “quando egli mandò fuori il suo Occhio Unico.”

Ho scelto di scriverlo con i determinativi per ragioni estetiche: Iret Waatl’Occhio Unico, si scrive anche così 𓂋𓏏𓂝𓏛 ed è la modalità più comune nei testi dei Sarcofagi. Iret.f Waat è come si scrive il “suo” Occhio unico.

Questo Occhio Unico non è una semplice metafora poetica, ma rappresenta la primissima emanazione attiva del dio creatore assoluto. È l’atto con cui l’Uno assoluto proietta una parte di sé fuori di sé per esplorare, conoscere e organizzare il caos indifferenziato che lo circonda.

L’Occhio Unico è quindi la prima “figlia” dell’Atum, la sua prima potenza autonoma, il suo primo strumento creativo. Figlia, perché occhio Iret è femminile e così vinee definita anche in altri testi.

Quando l’Atum è ancora completamente solo, senza alcun altro dio accanto, senza dualità, senza cielo e terra separati, senza Shu e Tefnut, egli invia questo Occhio come una sorta di estensione di sé stesso nel vuoto primordiale.

L’Occhio parte per cercare, per riconoscere, per portare indietro ciò che servirà alla creazione. È grazie a questo invio dell’Occhio Unico che l’Atum può iniziare il processo che porterà alla nascita della prima coppia divina, Shu e Tefnut, e successivamente all’intero pantheon e al mondo manifesto.

Questo Occhio è descritto nei testi come ardente, luminoso, potente e allo stesso tempo potenzialmente pericoloso. È un occhio solare, collegato fin da subito alla forza di RA, ma in questa fase antichissima appartiene ancora esclusivamente all’Atum.

Quando l’Occhio ritorna dall’Atum dopo la sua missione esplorativa e scopre che nel frattempo l’Atum ha creato un altro occhio per sostituirlo, si infuria profondamente.

Questa rabbia dell’Occhio ritornato è all’origine del mito della Distruttrice, Sekhmet, la forma leonina dell’Occhio di RA che viene inviata a punire l’umanità.

Nella Formula 261 l’iniziato pone sé stesso in un tempo ancora anteriore a questo invio dell’Occhio Unico.

Dicendo di esistere prima che l’Atum mandasse fuori il suo Occhio, egli rivendica una posizione ontologica di eccezionale elevatezza: non è una creatura della creazione secondaria, non è nato dopo la prima separazione, ma afferma di essere già presente quando l’Atum era ancora nella sua assoluta unità solitaria, prima ancora di compiere il primo atto di differenziazione cosmica.

Questa anteriorità è ciò che gli permette di identificarsi completamente con Heka, la Magia primordiale che precede e rende possibile ogni atto creativo, compreso l’invio stesso dell’Occhio.

L’Occhio Unico è dunque il primo movimento dall’Uno verso il Molteplice, il primo “sguardo” con cui l’Assoluto guarda fuori di sé per dare inizio alla realtà.

È l’atto fondante della creazione, il ponte tra l’indifferenziato e il differenziato, tra l’unità assoluta e la molteplicità del mondo.

Senza questo Occhio mandato fuori non ci sarebbe né cielo né terra, né dèi né uomini, né tempo né spazio come li conosciamo.

Nel primo versetto del secondo capitolo della Genesi si legge:

«La terra era informe e deserta, e le tenebre ricoprivano l’abisso, e lo spirito di D-o aleggiava sulle acque.»

Questa immagine di D-o che “aleggia” o “si libra” sopra l’abisso primordiale (il Tehom, l’oceano caotico) ha un parallelismo molto forte con il momento cosmogonico egizio descritto nell’Incantesimo 261 e in altri testi.

Nell’antico Egitto, prima della creazione, esiste il Nun, l’oceano primordiale informe, buio e indifferenziato, esattamente come il Tehom della Genesi.

L’Atum è solo in questo Nun. Per iniziare la creazione, egli manda fuori il suo Occhio Unico.

Questo Occhio è una forza attiva, luminosa, esploratrice: si libra, si muove, scruta il caos primordiale, lo riconosce e comincia a separare e organizzare ciò che è indistinto.

L’Occhio Unico dell’Atum è quindi l’equivalente funzionale dello Spirito di D-o che aleggia sulle acque nella Torah.

Entrambi rappresentano la prima azione di D-o nei confronti del caos, nonché il primo movimento dall’unità assoluta verso la manifestazione.

Inoltre, viene rappresentata una forza attiva, quasi una “proiezione” del Creatore, proiezione che agisce come intermediario tra l’Uno indifferenziato e il mondo che sta per nascere.

Nella Genesi lo Spirito di Dio “aleggia” (merachefet in ebraico, un verbo che evoca il battito d’ali di un uccello o il librarsi di un falco).

Nell’Egitto l’Occhio Unico dell’Atum viene mandato fuori come un’entità autonoma e potente, spesso associata all’immagine del falco o del disco solare che si muove sul Nun.

Entrambe le tradizioni descrivono quindi un momento molto simile: il Creatore, ancora solo nell’abisso caotico, proietta una parte di sé — luminosa, attiva, intelligente — che comincia a ordinare il disordine primordiale.

È il primo atto di separazione tra luce e tenebre, tra ordine e caos.

La differenza principale, apparentemente, sta nella natura di questa emanazione: nella Genesi è lo Spirito di Dio (Ruach Elohim), che rimane strettamente parte di Dio, mentre in Egitto è l’Occhio Unico, che diventa quasi una potenza semi-indipendente (tanto da potersi arrabbiare e ribellare all’Atum in alcuni miti).

Dico apparentemente, perché l’ira dell’Occhio Unico nasce dal fatto di non essere più tale, di essere diventato parte di una dualità.

Quindi, al momento della separazione l’Occhio Unico si trovava nella stessa condizione dello Spirito di D-o e solo successivamente capisce di non far più parte dell’Atum.

La metafora è chiara: dopo il distacco quella parte dell’Atum entra a far parte dell’universo e non può riunirsi all’Ineffabile.

È in questo contesto che compaiono altri due attori: Khepri e Hu.

Queste non sono due figure casuali: sono i due grandi compagni, gli strumenti, gli aspetti attraverso i quali l’Atum compie l’atto creativo.

Khepri 𓆣𓂋𓇋𓏏𓏛 è la personificazione del divenire, del trasformarsi, del venire all’esistenza. Il suo nome deriva dal verbo ḫpr (“divenire”, “manifestarsi”, “trasformarsi”).

È lo scarabeo che rotola la palla di sterco, simbolo del sole che nasce ogni mattina, ma anche simbolo della forza che fa passare dal potenziale al reale, dall’Uno al Molteplice.

Quando il testo dice «quando egli parlò con Khepri insieme a lui», sta descrivendo un dialogo interiore dell’Atum con la propria capacità di divenire.

L’Atum non crea dal nulla in modo meccanico: dialoga con la propria potenzialità di trasformazione.

Khepri è quindi il principio del movimento creativo, della nascita continua, della rigenerazione ciclica. È l’aspetto dinamico, in divenire, della divinità primordiale.

Siamo in un momento anteriore alla Creazione: l’Atum sta decidendo di creare e quindi contempla il proprio divenire.

Hu 𓃀𓅱𓏏 (ovvero 𓃀𓅱𓀭 quando viene divinizzato), invece, è la Parola autorevole, il Comando divino, la forza che rende efficace ciò che viene pronunciato.

Hu non è solo “parlare”: è la parola che ha potere intrinseco di realizzazione.

Quando un dio (o un mago, o un faraone) parla “con Hu sulla bocca”, significa che la sua parola non è vuota, ma diventa immediatamente atto creatore.

Hu è ciò che trasforma il pensiero in realtà, il desiderio in esistenza.

Di HU ho scritto esaurientemente nel mio precedente intervento intitolato Perché Memphis.
https://www.nuovogiornalenazionale.com/perche-memphis-1/

https://www.nuovogiornalenazionale.com/perche-memphis-2/

https://www.nuovogiornalenazionale.com/perche-memphis-3/

Senza voler ripetere troppo quanto contenuto in quelle pagine, aggiungiamo però alcune considerazioni importanti.
Uno dei parallelismi più suggestivi tra la sapienza egizia e la tradizione ebraica si trova proprio nel confronto tra Hu, la Parola autorevole dell’Atum nell’Incantesimo 261 dei Testi dei Sarcofagi, e la Parola creatrice di Dio all’inizio della Genesi.

In questo testo egizio l’iniziato afferma di esistere prima che l’Atum, ancora solo nel Nun, «ponesse Hu sulla sua bocca». Hu non è un semplice suono o un concetto astratto: è la forza efficace della parola divina. È ciò che trasforma il pensiero, il desiderio o il comando dell’Atum in realtà concreta.

Anche al di fuori della Formula 261, Hu rappresenta nella teologia egizia la Parola Perfetta, l’emanazione diretta del potere creatore divino.

Non è solo una facoltà dell’Atum, ma una vera e propria ipostasi, una potenza autonoma che accompagna il Creatore in ogni atto di manifestazione.

Hu è la parola che non può fallire: quando viene pronunciata, la realtà si piega e obbedisce immediatamente.

È l’aspetto esecutivo della volontà divina.

Nei testi più antichi Hu viene invocato insieme a Sia (la Percezione divina) come la coppia che permette al dio di governare e creare con efficacia assoluta.

Questa concezione trova un parallelismo notevole con la Parola Creatrice nella Genesi.

Nel primo capitolo («Dio disse… e così fu») la Parola di Elohim non è descrittiva, ma performativa: è un comando che genera l’essere stesso. Non c’è distanza tra il dire e il diventare.

La Parola divina è efficace per natura, proprio come Hu.

Entrambe le tradizioni riconoscono che all’origine dell’universo c’è un atto di parola dotato di potere ontologico intrinseco: non si tratta di una comunicazione, ma di un atto di volontà che fa esistere ciò che nomina.

Tuttavia, mentre Hu è una potenza che Atum si “pone sulla bocca” (quindi una sorta di attributo o strumento divino), nella Genesi la Parola è inseparabile dall’Essenza stessa di Dio.

Non è qualcosa che D-o usa: è D-o stesso che parla.

Questa è una differenza teologica profonda. L’egiziano tende a ipostatizzare la Parola come una forza quasi indipendente, mentre l’Ebraismo la mantiene più strettamente unita all’unicità divina.

Un altro punto di contatto interessante emerge nei testi successivi. Nei Testi dei Sarcofagi e nel Libro dei Morti, Hu viene spesso invocato dal defunto per rendere efficace la propria parola magica nell’aldilà.

Allo stesso modo, nella tradizione ebraica la Parola di D-o è ciò che l’uomo può invocare attraverso la preghiera o la profezia per ottenere risultati concreti (basti pensare ai miracoli dei profeti).

In entrambi i casi la Parola non è solo comunicazione tra esseri: è una forza che agisce sulla realtà.

Un’ulteriore e bellissima connessione si trova nel secondo capitolo della Genesi, quando D-o porta davanti ad Adamo tutti gli animali del campo e tutti gli uccelli del cielo «per vedere come li avrebbe chiamati».

Adamo dà un nome a ogni essere vivente, e quel nome diventa la sua essenza.

Questo atto di nominazione non è un semplice esercizio linguistico: è un atto di partecipazione creativa.

Adamo, fatto a immagine di D-o, esercita una piccola porzione del potere divino della Parola.

Come Hu permette all’Atum di rendere effettiva la creazione, così Adamo, attraverso il dono della parola, completa la creazione dando identità e ordine alle creature.

Mentre Hu è la Parola divina stessa nella sua efficacia assoluta, Adamo rappresenta l’essere umano che riceve il potere di nominare, cioè di partecipare al processo creativo.

È come se Hashem avesse delegato a Adamo una scintilla di quella stessa forza che l’Atum esercita attraverso Hu.

In entrambi i casi la Parola non è neutra: è un atto di potere che definisce la realtà.

In ultima analisi, sia Hu che la Parola della Genesi rappresentano la convinzione antichissima che la realtà ultima sia parlata, non solo pensata o voluta.

Il cosmo non è un meccanismo muto, ma il risultato di un atto linguistico divino.

Questa idea accomuna profondamente la sapienza egizia e quella ebraica, anche se declinata in forme diverse: più politeista e ipostatizzata nell’Egitto, più rigorosamente monoteista nella Bibbia.

Quindi, nella Formula 261, l’iniziato sta dicendo di aver assistito (e in qualche modo partecipato) a questo momento supremo:

– l’Atum che dialoga con Khepri (la forza del divenire)

– l’Atum che si arma di Hu (la Parola efficace)

Khepri rappresenta il processo della creazione, il movimento che porta dall’Uno al Molteplice.

Hu rappresenta la potenza della creazione, la forza che rende reale ciò che viene detto.

Poi arriva una delle frasi più straordinarie di tutto il corpus: “Io sono davvero il figlio del Tutto che nacque prima che sua madre esistesse”.

È un paradosso magnifico, che indica una nascita anteriore alla possibilità stessa della nascita, una generazione che precede ogni dualità, ogni distinzione, ogni madre e ogni padre.

Egli si definisce la protezione di ciò che il Signore Unico ha ordinato, colui che ha fatto vivere l’Enneade, e soprattutto “Se-desidera-lo-fa”, il padre degli dèi.

In egiziano l’espressione originale è merer.f irer.f (merer-ef irer-ef), che letteralmente significa “colui che desidera, fa” o “ciò che egli vuole, egli lo compie”.

È una definizione di onnipotenza assoluta, ma espressa in modo molto più intimo e personale rispetto a un semplice “onnipotente”.

Non è solo potere bruto: è la libertà totale della volontà. Non c’è bisogno di strumenti, di intermediari, di rituali o di tempo. Il desiderio stesso è già atto creatore.

Lo stendardo è alto (Qa yat), il dio è reso perfetto secondo il comando di colei che ha generato l’Atum.

Il termine Qa significa “alto”, “elevato”, “sollevato”, mentre yat (o più precisamente i3t) indica lo stendardo, il palo sacro con la bandiera o l’emblema divino che veniva piantato nei templi o portato in processione.

Lo stendardo era il simbolo visibile della presenza di un dio: rappresentava la sua identità, il suo potere e la sua sovranità su un territorio o su un aspetto della realtà.

Dire «Lo stendardo è alto» non è quindi una semplice descrizione poetica. È una dichiarazione di affermazione di rango divino. L’iniziato sta dicendo:

«Il mio stendardo è eretto, ben visibile, potente. La mia divinità è pienamente manifesta, elevata, riconosciuta.»

Innalzare lo stendardo significava proclamare la propria presenza sacra, la propria autorità, la propria sovranità.

Quando un dio o un faraone innalzava il proprio stendardo, voleva indicare: “Io sono qui, io domino questo spazio, questa forza, questa dimensione della realtà”.

Questa espressione è estremamente arrogante e sublime allo stesso tempo.

L’essere umano non si limita a diventare dio: proclama che il suo stendardo divino è alto quanto quello degli dèi maggiori.

Non chiede di essere accettato tra gli dèi: dichiara che il suo rango è già stato affermato e riconosciuto.

In sintesi, Qa yat è la dichiarazione di una divinità pienamente realizzata, visibile, stabile e autorevole.

È l’equivalente egizio di dire “Il mio regno è stabilito”, “La mia divinità è manifesta”, “Io sto in alto, eretto, potente e visibile come gli dèi stessi”.

Domandiamoci ora se esista una relazione tra “innalzare lo stendardo” e lo stendardo per antonomasia: 𓊹 o 𓊹𓏏𓇋𓀭 (con determinativo) Netjer (nṯr) la parola più comune per definire un dio.

Qa yat” e “Netjer” sono intimamente legati perché lo stendardo è il simbolo stesso della divinità.

Il segno 𓊹 (netjer) rappresenta lo stendardo sacro che veniva piantato nei templi o portato in processione per indicare “qui c’è il dio”, “qui risiede il sacro”.

Innalzare lo stendardo (“Qa yat”) significava proclamare la presenza attiva, visibile e potente di una divinità. Era un gesto di affermazione di sovranità e di manifestazione divina.

Quando nell’Incantesimo 261 l’iniziato dice “Qa yat” (Lo stendardo è alto), sta usando proprio il simbolo di Netjer. Sta dicendo:

«Il mio stendardo divino è eretto. La mia natura di dio è pienamente manifesta, visibile, elevata e riconosciuta.»

È come se stesse alzando il proprio vessillo sacro accanto a quelli degli altri dèi, affermando di avere lo stesso rango divino.

Non è una divinità nascosta o potenziale: è una divinità innalzata, pubblica, operante.

Questa è la connessione diretta: Qa yat è l’azione preliminare e necessaria che rende visibile e operante lo stato di Netjer.

A questo punto il testo cambia tono e diventa ancora più solenne: il parlante dice di aver mantenuto il silenzio, di essersi inchinato, di essersi seduto, rivolgendosi ai “tori del cielo”, affermando la propria grande dignità come Signore delle Kas e come erede di RA-Atum.

Tori del cielo” (ka’u nu pet) 𓂋𓅱𓏏𓇋𓏏𓏛 𓊪𓏏𓇋𓀭 è un appellativo molto antico e rispettoso con cui l’iniziato si rivolge alle anime potenti e divine che abitano il cielo. Il Toro (ka) in Egitto era simbolo di forza primordiale, virilità, fertilità e potere divino.

“Signore delle Kas” (neb ka’u) 𓂋𓅱𓏏𓇋𓏛𓏪  è uno dei titoli più elevati.

Perché a volte si scrive “kas” e non “kau”?

Kau (𓂋𓅱𓏏𓇋𓏛𓏪) è la forma plurale standard della parola ka.

Kas è una forma contratta o variante ortografica molto comune nei Testi dei Sarcofagi.

Gli antichi egizi non avevano una ortografia fissa come la nostra.

La stessa parola poteva essere scritta in modi diversi a seconda del periodo, del tipo di testo e dello spazio disponibile sul sarcofago.

Per dimostrarlo ho usato la forma fonetica per scrivere ka invece di quella simbolica .

Nel caso specifico dello Spell 261, la forma più frequente è “neb kau” o “neb kas”, entrambe accettate.

Molti traduttori moderni (Faulkner, Allen, Barguet ecc.) scelgono di scrivere “Signore delle Kas” proprio perché nei manoscritti più antichi e autorevoli appare spesso la forma contratta kas.

Il Ka (𓂋𓅱𓏏𓇋𓏛), come sappiamo è l’energia vitale, il doppio spirituale, la forza che permette all’essere di esistere e di continuare dopo la morte.

“Signore delle Kas” significa colui che domina, controlla e possiede le forze vitali (sia la propria che quelle altrui).

L’iniziato sta dicendo: «Io sono il Signore delle forze vitali eterne (ka)».

Non è solo un’anima che possiede il proprio ka, ma colui che ha autorità sulle Kas in generale — un rango quasi divino.

È venuto per prendere possesso del suo trono e per assumere la sua dignità sacra. E qui arriva il culmine più radicale: “Perché a me apparteneva l’universo prima che voi, dèi, veniste all’esistenza. Scendete, voi che siete venuti dopo”.

L’iniziato non solo si pone prima degli dèi, ma ordina loro di scendere, riconoscendo implicitamente la propria superiorità ontologica.

Il testo si chiude con la dichiarazione più potente di tutte: “Inek Ḥeka” – Io sono Heka.

Heka non è semplicemente “magia”, ma la forza creatrice primordiale, l’energia intelligente che esisteva prima di ogni cosa, la potenza che permette agli dèi stessi di esistere e di agire.

Affermare di essere Heka significa porsi come sorgente stessa della creazione, come il principio che precede e rende possibile ogni atto divino.

Questo incantesimo rappresenta uno dei momenti più alti di tutta la spiritualità egizia, perché non chiede niente agli dèi: li incorpora, li precede e li supera.

Non è devozione umile, è assunzione totale di identità divina.

Chi recitava o faceva scrivere questo testo sul proprio sarcofago stava compiendo un atto di auto-divinizzazione cosciente, affermando di essere tornato allo stato primordiale, prima della frammentazione del cosmo, prima della separazione tra creatore e creato.

Ma Heka possiede un’altra peculiarità che rende affascinante la comprensione della sua simbologia che è sopravvissuta fino ai giorni nostri, anche se sotto le forme del retaggio ebraico (Mosè) e di quello greco (Asclepio).

Uno degli elementi simbolici più potenti che collegano Heka, Asclepio e Mosè è il serpente guaritore, un archetipo antichissimo che attraversa culture e millenni.

In Egitto, Heka è strettamente associato al serpente.

Molte raffigurazioni mostrano Heka con serpenti nelle mani o circondato da urei (cobra).

Il serpente per gli egizi non era solo un simbolo di pericolo o di rinnovamento (come la pelle che viene mutata), ma soprattutto di forza vitale primordiale, di protezione e di guarigione.

Heka usa il serpente come veicolo della sua magia creatrice: il serpente è la materializzazione visibile della parola divina che guarisce, trasforma e rigenera.

Nel contesto della Formula 261, quando l’iniziato dice “Io sono Heka”, sta implicitamente affermando di possedere anche il potere del serpente guaritore primordiale.

Questo simbolismo passa direttamente nella figura di Asclepio.

Il bastone di Asclepio (e ancora di più il caduceo di Hermes, con cui venne spesso sincretizzato) è avvolto da un serpente.

Il serpente di Asclepio non è velenoso, ma guaritore: rappresenta la conoscenza medica segreta, la rigenerazione, la capacità di trasformare il veleno in medicina.

Nei templi di Asclepio i malati dormivano tra serpenti sacri, e il dio appariva loro in sogno per guarirli.

Qui vediamo chiaramente la continuità: il serpente come manifestazione della forza vitale intelligente (Heka) che guarisce dal basso, attraverso il corpo, il sogno e la materia.

Il collegamento più sorprendente arriva però con Mosè.

Nella Bibbia (Numeri 21:4-9) Mosè, su ordine di D-o, fabbrica un serpente di bronzo (Nehushtan) e lo innalza su un’asta.

Chiunque fosse stato morso dai serpenti velenosi, guardando il serpente di bronzo veniva guarito.

Questo episodio è uno dei più misteriosi dell’Antico Testamento.

Perché D-o ordina di fare un’immagine di serpente, proprio ciò che era stato proibito?

Molti studiosi e cabalisti hanno visto in questo un chiaro influsso egizio.

Mosè, cresciuto alla corte egizia, conosceva perfettamente il simbolismo del serpente guaritore legato a Heka, a Thot e alle divinità mediche.

Il serpente di bronzo è, in un certo senso, una “versione mosaica” del potere di Heka: non è più il mago egizio che incarna Heka, ma Mosè che, per ordine del D-o unico, usa lo stesso archetipo per guarire il suo popolo.

Il serpente di Mosè diventa così un ponte straordinario tra la tradizione egizia e quella ebraica: da Heka (forza magica primordiale incarnata nel serpente) ad Asclepio (dio guaritore ellenico con il serpente) fino al Nehushtan biblico.

In tutti e tre i casi il serpente non è il male, ma il trasformatore del male in bene: trasforma il veleno in guarigione, la morte in vita, la frammentazione in unità.

Questo simbolismo del serpente guaritore è uno dei fili rossi più potenti della storia spirituale dell’umanità.

Attraversa l’Egitto (Heka), la Grecia (Asclepio), la Bibbia (Mosè) e arriva fino alla medicina moderna con il caduceo.

Rappresenta l’idea profonda che la vera guarigione non viene dall’eliminazione del veleno, ma dalla sua trasmutazione attraverso una forza superiore: che sia Heka, la sapienza divina di Asclepio o il comando di Hashem attraverso Mosè.

In conclusione, quando l’iniziato egizio afferma “Io sono Heka”, sta dicendo di possedere anche il potere del serpente primordiale che guarisce, rigenera e trasforma — lo stesso potere che secoli dopo apparirà nel bastone di Asclepio e nel serpente di bronzo di Mosè.

Approfondiamo proprio questo concetto.

Il Nehushtan (נְחֻשְׁתָּן), il serpente di bronzo che Mosè innalzò su un’asta per ordine di D-o (Numeri 21:8-9), è uno dei simboli più misteriosi, controversi e potenti di tutta la Torah.

Il fatto che D-o stesso ordini di costruire un’immagine di serpente — proprio ciò che era stato proibito nel Secondo Comandamento — rende questo episodio estremamente denso dal punto di vista cabalistico.

Il popolo ebraico, mentre attraversa il deserto, viene attaccato dai serpenti infuocati (serafim). Mosè prega e Dio gli dice: «Fatti un serpente e ponilo su un’asta; chiunque sarà morso, guardandolo, vivrà».

Mosè fa un serpente di bronzo (neḥoshet rame/bronzo) e lo innalza.

Chi lo guarda viene guarito.

Questo episodio crea un enorme problema teologico: perché Dio ordina di fare un’immagine che sembra violare il divieto di idolatria?

La risposta cabalistica è che il Nehushtan non è un idolo, ma un tikkun (correzione) e un veicolo di guarigione molto elevato.

Nella Kabbalah il Serpente è in realtà il simbolo della forza vitale e del giudizio; è strettamente collegato a Samael (il veleno di D-o secondo l’interpretazione prevalente) e alla Qlippah (il guscio, il lato oscuro).

I serpenti del deserto rappresentano il giudizio severo (Gevurah) che si scatena contro il popolo per le sue lamentele.

Il Nehushtan è la trasmutazione di quel giudizio: il veleno stesso diventa medicina.

Questo è un principio centrale della Kabbalah lurianica: il male non va distrutto, ma elevato e reintegrato nella santità.

Molti cabalisti vedono nel Nehushtan anche una correzione del peccato del serpente nell’Eden. Il serpente di Genesi portò la morte e la separazione; il serpente di Mosè porta guarigione e vita.

È come se Mosè stesse riparando (tikkun) il danno cosmico causato dal primo serpente.

Il bronzo (neḥoshet) è significativo perché metallurgicamente legato a Venere e alla Sephira di Hod, ma anche al giudizio (Gevurah) trasformato.

Nel sistema Sefirotico, il Nehushtan innalzato sull’asta rappresenta Tiferet (la Sephira centrale, la bellezza, l’armonia, il Figlio/Sposo).

L’asta verticale simboleggia la colonna centrale dell’Albero della Vita. Guardare il serpente innalzato significa elevare lo sguardo dal livello della frammentazione (Malkhut ferita dal giudizio) verso Tiferet, il punto di equilibrio tra Chesed e Gevurah. È un atto di devekut (aderenza mistica) attraverso la contemplazione.

Ne ho già ampiamente trattato nel mio scritto sulla meditazione con la candela tratta dallo Zohar.

https://www.nuovogiornalenazionale.com/il-segreto-della-candela-1/

In sei parti e il link è alla prima per chi volesse comprendere meglio il concetto di Malkhut ferita dal giudizio e della sua elevazione in Tiferet.

La guarigione non avviene toccando il serpente o pregandolo, ma semplicemente “guardandolo” con fede. Questo è un insegnamento profondo: la redenzione arriva attraverso la “visione corretta”.

Nel linguaggio cabalistico, “guardare” significa dirigere la coscienza verso la radice divina del problema. È un atto di bittul (annullamento dell’ego) e di fede nella provvidenza divina che trasforma il veleno in rimedio.

Il re Ezechia (2 Re 18:4) distrusse il Nehushtan perché il popolo aveva cominciato a bruciargli incenso, trasformandolo in un idolo.

I cabalisti commentano che quando un tikkun diventa oggetto di culto invece che di contemplazione, perde il suo potere e diventa una Qlippah.

Questo insegna che anche i simboli più santi possono decadere se non vengono usati nel modo corretto.

Il Nehushtan è il simbolo perfetto della trasmutazione alchemica spirituale:

– Il veleno (giudizio, male, Samael) → Medicina (guarigione, Tiferet)

– Il basso (serpente che striscia) → L’alto (serpente innalzato)

– Il giudizio severo (Gevurah) → Misericordia equilibrata (Tiferet)

È uno dei testi in cui la Torah mostra con maggiore chiarezza che D-o non elimina il male dal mondo, ma insegna all’uomo a trasformarlo guardandolo con gli occhi della fede e della coscienza elevata.

Nella Kabbalah, la Sephira di Yesod (Fondamento) occupa un ruolo centrale e molto particolare nell’Albero della Vita. È la nona Sephira, situata sulla colonna centrale, subito sopra Malkhut (il Regno).

Yesod funge da canale di trasmissione, da “condotto” attraverso il quale tutte le energie superiori (da Keter fino a Tiferet) vengono riversate nel mondo manifesto di Malkhut.

È il fondamento su cui poggia il mondo materiale, il punto di contatto tra il divino e il fisico, il luogo dove l’astratto diventa concreto.

Yesod è anche strettamente associato al phallus (l’organo genitale maschile), alla forza vitale procreatrice, alla luna, al sogno, alla profezia e alla connessione sessuale sacra.

Rappresenta il principio maschile attivo che feconda Malkhut (la Sposa, la Shekhinah).

È la Sephira della fondazione, ma anche della trasparenza e della trasmissione pura dell’energia divina senza distorsioni.

Il serpente di bronzo innalzato da Mosè ha un legame fortissimo proprio con Yesod per diversi motivi simbolici e metafisici: il serpente è da sempre un simbolo universale della forza vitale, della kundalini, dell’energia sessuale e procreatrice.

Innalzare un serpente su un’asta verticale è un’immagine estremamente esplicita di Yesod elevato.

L’asta rappresenta la colonna vertebrale o la colonna centrale dell’Albero, mentre il serpente che vi si avvolge o viene innalzato simboleggia l’energia vitale (la stessa forza di Heka) che sale e viene purificata.

Il Nehushtan è quindi Yesod innalzato: la forza generativa che invece di rimanere a livello basso e potenzialmente distruttivo (il veleno dei serpenti del deserto) viene elevata a strumento di guarigione.

Yesod è il fondamento su cui poggia Malkhut.

Quando il popolo soffre per i morsi dei serpenti (simbolo del giudizio di Gevurah che colpisce Malkhut), Hashem ordina di guarire attraverso Yesod.

Guardare il Nehushtan significa dirigere lo sguardo verso il fondamento divino, verso il canale puro attraverso il quale scorre la vita.

Solo ristabilendo la connessione con Yesod (la fondazione santa e la connessione con i Mondi Superiori) si può guarire la frattura che il peccato ha creato in Malkhut.

Yesod governa anche i sogni e le visioni notturne.

Nei templi di Asclepio (che abbiamo già collegato al serpente) i malati venivano guariti proprio attraverso sogni inviati dal dio.

Anche nel caso del Nehushtan, la guarigione avviene attraverso uno sguardo contemplativo, quasi onirico: non è un’azione fisica, ma un atto di fede e di visione elevata.

Questa è la tipica azione connessa a Yesod: la guarigione arriva attraverso il canale dei sogni, della profezia e della connessione sottile.

Yesod ha anche la capacità di ricevere, attraverso i percorsi diretti sulle due colonne laterali, sia le influenze di Chesed (misericordia) che di Gevurah (giudizio) e di trasmetterle in modo equilibrato verso Malkhut.

Il Nehushtan rappresenta esattamente questa funzione: prende il veleno (Gevurah squilibrata) e lo trasmuta in medicina attraverso l’elevazione yesodica.

È il mistero della redenzione del male tramite il fondamento della kedushah, della santità.

Non a caso nella KabbalahYesod è chiamata anche Tzaddik (il Giusto), “Colui che sostiene il mondo”.

Il passuk di Proverbi 10:25 dice «Il giusto è il fondamento del mondo» (Tzaddik Yesod Olam).

Il Nehushtan innalzato diventa quindi un simbolo del Tzaddik perfetto:

Mosè stesso, o una prefigurazione messianica, che sostiene e guarisce il popolo attraverso la sua connessione pura con il divino.

In qualche modo Mosè “innalza lo stendardo (Qa yam) come è scritto sopra.

In sintesi, il Nehushtan è una manifestazione visibile e drammatica di Yesod elevato, come abbiamo detto innanzi.

È il fondamento della vita che viene innalzato affinché tutti possano guardarlo e ricevere guarigione.

Non è un caso che il serpente sia stato scelto: è l’animale che meglio rappresenta l’energia vitale grezza (Yesod) che, quando viene santificata e innalzata, diventa strumento di redenzione invece che di morte.

Questo episodio mostra uno dei grandi insegnamenti della Kabbalah: la guarigione non avviene distruggendo il male, ma elevandolo.

Il serpente velenoso non viene eliminato, viene trasformato in serpente di bronzo che guarisce. È la vittoria di Yesod sul livello più basso della Qlippah.

Ora cerchiamo altre prove.

La parola greca pharmakon è uno dei termini più profondi e ambigui dell’antichità, e si collega in modo straordinariamente coerente a tutto ciò che abbiamo detto riguardo alla Formula 261, a Heka, al serpente guaritore, al Nehushtan di Mosè e ad Asclepio.

Pharmakon significa contemporaneamente “veleno” e “rimedio”, “tossina” e “medicina”, “droga” e “cura”.

Non è che abbia due significati separati: è una sola parola che porta dentro di sé questa dualità intrinseca.

La stessa sostanza, la stessa forza, può uccidere oppure salvare, può distruggere oppure guarire, dipende dal dosaggio, dal contesto, dall’intenzione e dalla capacità di chi la maneggia.

Questa ambivalenza non è un difetto del linguaggio, ma riflette una verità profonda sulla natura stessa della realtà.

Nel contesto della Formula 261 questa parola illumina perfettamente il senso di ciò che sta accadendo.

L’iniziato afferma di essere Heka, la forza magica primordiale. Ma Heka stesso è un pharmakon: è la potenza che può ordinare il cosmo oppure scatenare il caos, può guarire oppure distruggere.

Quando l’iniziato dice di aver assistito al dialogo tra Atum e Khepri e di aver visto l’Atum porre Hu sulla propria bocca, sta dicendo di conoscere questa forza ambivalente alla sua radice.

Khepri rappresenta il movimento, la trasformazione, il divenire; Hu rappresenta la parola che rende reale ciò che viene pronunciato.

Entrambi possono essere usati in senso positivo o negativo. Heka è ciò che permette di orientare questa ambivalenza.

Il serpente è l’incarnazione vivente del pharmakon. Nel deserto i serpenti mordono e portano morte: sono veleno puro.

Mosè innalza il serpente di bronzo e diventa rimedio: chi lo guarda viene guarito.

Lo stesso serpente, la stessa immagine, passa dal polo della morte a quello della vita. È esattamente il pharmakon in azione. Non si elimina il veleno, lo si trasmuta, lo si eleva, lo si rende medicina.

Questo è il mistero centrale.

Asclepio riprende esattamente lo stesso principio. Il suo bastone è avvolto da un serpente perché il dio guarisce attraverso ciò che può uccidere.

Nei suoi templi i malati dormivano tra serpenti sacri e ricevevano la guarigione nel sogno.

Ancora una volta il pharmakon: il veleno diventa terapia, il pericolo diventa salvezza.

Heka, il serpente, KhepriHu e il Nehushtan sono tutti espressioni diverse della stessa grande verità: la realtà ultima non è dualistica in senso assoluto.

Esiste una forza originaria ambivalente (il pharmakon) che l’iniziato, il mago, il guaritore o il profeta può orientare verso la vita oppure verso la morte.

L’iniziato dell’Incantesimo 261 non fugge dal veleno, non lo nega, non lo combatte in modo esteriore: lo incorpora, lo domina, lo innalza e lo trasforma in Heka, la magia creatrice primordiale.

Questa è la grandezza profonda della Formula 261: l’uomo non si limita a chiedere aiuto agli dèi, ma diventa egli stesso padrone del pharmakon, della forza ambivalente che sta alla base di tutta la creazione.

Diventando Heka, egli afferma di saper maneggiare il veleno trasformandolo in rimedio, esattamente come farà Mosè con il serpente di bronzo e come farà Asclepio con la sua arte guaritrice.

È un concetto straordinariamente moderno e antico allo stesso tempo: la vera potenza non consiste nell’eliminare il male, ma nel saperlo trasmutare.

Ma è un concetto che possiede anche straordinarie conseguenze teoriche e pratiche.

La Formula 261 non è un incantesimo di protezione o di supplica. È la dichiarazione di un essere umano che ha compreso la natura ultima della realtà: tutto è ambivalente.

La stessa forza che può distruggere può anche guarire. Il veleno e il rimedio sono la medesima sostanza.

Il serpente che morde e uccide è lo stesso serpente che, una volta innalzato, salva. Heka non è il bene contro il male, è la forza primordiale che tiene insieme entrambi e li rende trasformabili.

Khepri è il divenire che permette il passaggio da uno stato all’altro.

Hu è la parola che può maledire o benedire.

L’iniziato che afferma «Io sono Heka» non sta dicendo di aver eliminato il lato oscuro: sta dicendo di averlo padroneggiato, di averlo incorporato, di saperlo orientare.

Questa è l’essenza più alta della sapienza egizia antica: la redenzione non passa attraverso l’estirpazione del male, ma attraverso la sua trasmutazione.

Il male non viene cancellato, viene elevato, integrato, usato come materia prima per la creazione di qualcosa di superiore.

Il roveto brucia senza consumarsi.

Anche la candela della meditazione zoharica brucia senza consumarsi.

Il serpente velenoso diventa strumento di salvezza.

Il pharmakon non viene separato in due parti (bene e male), ma viene compreso nella sua unità originaria.

Ed è qui che questo antico insegnamento si scontra frontalmente con tutti gli ismi moderni.

Il comunismo, il fascismo, il socialismo, il progressismo radicale, il nazionalismo estremo e tutte le altre ideologie totalizzanti del Novecento e del nostro secolo hanno in comune una promessa vana e pericolosa: la possibilità di estirpare il male.

Promettono di creare un mondo purificato, senza classi, senza nemici, senza imperfezioni, senza veleno.

Credono che attraverso la rivoluzione, lo Stato forte, l’ingegneria sociale, la cancellazione della storia, la ridefinizione dell’essere umano, si possa finalmente separare nettamente il bene dal male e costruire il paradiso in terra.

È la falsa rettifica, il falso tikkun di cui ho già scritto tante volte.

La Formula 261, Heka e il pharmakon ci dicono l’esatto contrario.

Il male non può essere estirpato perché è parte costitutiva della realtà.

Il veleno è dentro la vita stessa. Il serpente non può essere ucciso definitivamente: può solo essere innalzato o lasciato strisciare.

Chi promette di estirpare il male alla radice finisce sempre per creare un male ancora maggiore, perché nega la natura ambivalente dell’esistenza e finisce per proiettare il proprio veleno sugli altri, definendoli “nemici del popolo”, “fascisti”, “borghesi”, “razzisti”, “reazionari” o qualunque sia il nemico del momento.

La vera saggezza non sta nel promettere un mondo senza veleno. Sta nel riconoscere che il veleno esiste, che è parte di noi, e nell’imparare a trasformarlo.

Questo è ciò che fa l’iniziato dell’Incantesimo 261.

Questo è ciò che fa Mosè con il serpente di bronzo.

Questo è ciò che tenta Asclepio con la sua arte. È una via infinitamente più difficile, più matura e più umile delle utopie moderne.

Le ideologie del Novecento e del XXI secolo ci hanno promesso il paradiso attraverso l’eliminazione del male.

L’antico Egitto, già cinquemila anni fa, aveva capito che questa è una promessa infantile. Il vero cammino spirituale non è l’eliminazione del serpente, ma la sua elevazione.

Non è la purificazione totale dell’umanità, ma la capacità di alcuni esseri di diventare Heka: di maneggiare il pharmakon con consapevolezza.

La saggezza ebraica ha aggiunto a questo fondamento altri millenni di riflessione.

Questa è la lezione più dura e più liberatoria che ci arriva da questa antica tradizione: non esisterà mai un mondo senza veleno. Esisteranno solo esseri umani capaci di trasformarlo.

È l’esaltazione del libero arbitrio secondo la più fulgida eredità giudaico cristiana come rammentato dal santo e martire Benedetto XVI, quello a cui non fu permesso di parlare alla Sapienza, quello che dopo Ratisbona fu lapidato da sicofanti di infimo livello.

Ecco che, dal profondo dell’eredità egizia, le Verità e i Valori, perfetti e stabili come i kau di RA, ci abbracciano e ci invitano a non prestare ascolto alle moderne sirene.

Questa è la vera evoluzione, non quella garantita dal progresso tecnologico.

Nella prossima parte prenderemo il toro per le corna e parleremo di Akhenaton, del suo retaggio, del suo mito e della realtà delle cose.

Ma per comprendere meglio, prima dovremo esaminare accuratamente la figura del grande faraone che lo generò e di cui pochi si occupano a livello di storia dello Spirito: Amenhotep III.

Silvano Danesi

Silvano Danesi

ISCRIVITI / NEWSLETTER

Iscriviti alla nostranewsletter

Resta aggiornato sugli ultimi articoli 

Ti sei iscritto con successo